Un’altra complice carica di indizi

Scrivo questo articolo dopo averne postato uno che racconta tutto quello che sa dirci la nostra pipì. Potete leggerlo QUI se volete. Oggi, voglio tradurvi la lingua di un’altra grande nostra complice, una complice che noi stessi creiamo ma forse non sappiamo leggere al meglio. Essa è la pupù. Vi parrà strano ma è proprio così e, la maggior parte delle volte, la lasciamo fuggire via senza nemmeno darci un’occhiata. Bhè, gli esami delle feci esistono da molto tempo, molto più di quello che possiamo pensare e, quelli eseguiti ai giorni nostri, non hanno necessariamente bisogno sempre di un microscopio. Un occhio un pò esperto può, da esse, capire già molte cose prima di procedere a ricerche più specifiche.

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Innanzi tutto bisogna sapere che la nostra pupù è in correlazione con ciò che tratteniamo e ciò che espelliamo. Vedete, dovremmo andare in bagno una volta al giorno. Sarebbe  l’ideale. Se ci si va di più, o di meno, significa che può esserci qualche disguido. Ovviamente, i motivi principali a tali disturbi possono essere l’alimentazione, le patologie, i medicinali, i virus e i batteri, i cambi di temperatura repentini, i cambi di luogo e queste situazioni, in alcuni casi, le stabilirà il vostro medico ma, io vi racconterò qualcosa di meno conosciuto. Se non si va quotidianamente in bagno, si parla di stitichezza che può essere più o meno accentuata. La stitichezza significa trattenere e, naturalmente, non solo le feci. Anche i propri impulsi. Se si ha paura di dispiacere a qualcuno e di non essere più amati di conseguenza, ci si trattiene in determinati comportamenti. Questo potrebbe essere un motivo che causa un’evacuazione non regolare ma ce ne sono molti, molti altri. Ad esempio il non avere tempo di soddisfare i propri bisogni (in generale) avendo altre mille cose da fare che si reputano, nella nostra morale e nella nostra educazione, più importanti, oppure ancora, il rimanere aggrappati alle proprie idee che non riusciamo o non vogliamo cambiare. “Lasciar andare”. Questi sono solo alcuni esempi e portano, talvolta, al divenire avari. Avari non solo e non tanto dal punto di vista economico ma anche dei sentimenti, delle emozioni, della gratitudine nei nostri confronti per paura forse o per mille altre motivazioni. Avari anche solo con se stessi. Chi è stitico è solitamente una persona che vive troppo attaccata al passato. Non riesce a liberarsi di certi concetti, di certi ricordi. Non riesce a concentrarsi solo sul presente. Le situazioni che gli si ripropongono, lo portano a mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti appunto in passato da situazioni simili e forse, giudicando un pò troppo, si lascia condizionare in ciò che deve invece fare oggi. Al contrario della stitichezza abbiamo la diarrea. La diarrea ha invece come significato il rifiutare qualcosa. Un qualcosa che ci infastidisce del quale vogliamo liberarci il prima possibile. Solitamente una situazione che ci crea angoscia, rabbia, frustrazione, inibizione, ansia, svalutazione, paura… A volte, anche un senso di colpa del quale vogliamo disfarci inconsciamente può trasformarsi in diarrea e, ovviamente, tutto è vivo in quella zona della mente che non sappiamo interpretare. Si tratta quindi di persone che soffrono di questo fastidio, che vogliono fuggire da ciò che causa loro il malessere. Persone che solitamente rimuginano sovente. Persone più propense a pianificare il loro futuro, a sperare che vada sempre tutto bene nel loro destino più prossimo. La diarrea potremmo affiancarla come somiglianza al vomito ma, mentre per il vomito si parla prevalentemente di ansia non decodificata, per quel che riguarda la diarrea dobbiamo anche specificare l’aver metabolizzato quel fastidio, averci ragionato sopra e, aver dato quindi a lui, il potere di crescere in noi divenendo insopportabile. La pupù dello stitico è asciutta, compatta, dura, quasi priva di acqua (fonte di vita), così come lo sono talvolta i suoi pensieri un pò troppo severi con esso stesso. La diarrea invece è un fermento! Un gran macello, con tantissima quantità d’acqua, troppa, che stiamo buttando via. Non per niente, lo sapete tutti, diarrea e vomito disidratano. “Uffi! Insomma cosa faccio adesso? Come andrà a finire (in futuro)? Via! Basta! Non ne voglio più sapere!”. Questo è ciò che dice il nostro inconscio in caso di diarrea prima che avvenga l’attacco manifestato come un disturbo.

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Andando a interpellare il pensiero positivo, egli ci consiglia di dirci e auto-convincerci con queste frasi che riporto qui sotto, a seconda di quale sia il nostro inconveniente.

La stitichezza può essere sconfitta con questo pensiero: “mi libero del passato, do’ meno peso ai pensieri e ai doveri e provo a ricominciare dall’inizio in modo più libero e armonico, soddisfacendo i miei bisogni”.

La diarrea invece può giungere al termine con questo pensiero: “tutto è in pace dentro di me. Mi rilasso e lascio che tutto scorra nei suoi giusti tempi. Al futuro non penserò mi focalizzerò sul presente”.

Provateci, con convinzione ovviamente. Le feci ideali dovrebbero essere come vi ho già detto quotidiane, della consistenza di una banana, la forma di una salsiccia e un colore che varia in diverse tonalità di marrone a seguito di quello che introduciamo nel nostro corpo.

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Il loro odore invece, è sgradevole si sa, ma non dovrebbe essere pestilenziale e nauseabondo. L’azione dei batteri, all’interno del nostro organismo, fa si che la pupù abbia un odore poco apprezzabile dal nostro olfatto ma, l’esagerazione, determina una cattiva alimentazione o altri fattori che aumentano la puzza. Tenetevi d’occhio quindi e anche di naso! “Andare di corpo” (autonomamente) è inoltre un importantissimo processo che rappresenta una delle fasi principali dello sviluppo dell’individuo, vale a dire la fase anale studiata da Freud nell’arco della sua professione.

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Una fase che avviene più o meno quando l’essere umano ha all’incirca 18 mesi di vita fino ai suoi 3 anni. E’ un periodo complesso questo, in cui s’iniziano a gestire gli sfinteri ossia ciò che si trattiene e ciò che si espelle. Un inizio della propria autonomia. Questo avviene con appagamento se si vive e si sorpassa una buona fase anale e ci ritroveremmo in seguito con una persona adulta equilibrata e serena da questo punto di vista. Freud però dice che, chi non percorre al meglio questo lasso di tempo, in cui le feci vengono viste come veri e propri doni (per la mamma), può divenire in futuro, quello che si identifica come persona dal carattere anale espulsivo o persona dal carattere anale ritentivo, e può essere soggetto a caratteristiche poco piacevoli non solo per gli altri ma soprattutto per se stesso. Di tutto ciò ci saranno naturalmente diversi gradi di disequilibrio, anche lieve, come la maggior parte di noi ha. Il carattere anale espulsivo tenderà ad essere disordinato, irascibile e voglioso di distruggere ciò che non gli sta bene con una spiccata forza nel riuscire a far di tutto per far si che le cose vadano come vuole lui. Il carattere anale ritentivo invece, potrebbe svilupparsi come persona timorosa, attenta, molto organizzata, ordinata, giudice e dalle vedute poco aperte nel senso che, come accennavo prima, tende a ristagnare nei ricordi.  Non sottovalutiamo mai la nostra pupù quindi e, soprattutto, non sottovalutiamo mai la quantità di volte in cui andiamo in bagno per espellerla.

Prosit!

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Manualità e Cognizione – Le strane richieste che non comprendiamo

Come spesso vi ho detto il nostro corpo e la nostra mente sono un tutt’uno assieme alla nostra parte spirituale nella quale risiedono anche emozioni e sensazioni.

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La parola psiche, che oggi intendiamo come l’insieme delle funzioni cerebrali ed emotive dell’individuo, deriva in realtà dal termine greco psyché che sta a significare anima, spirito o, ancor meglio, quel soffio vitale che ci permette di esistere. Teorizzato più avanti da Aristotele, questo termine, prese il senso di “forma” inteso come forma vitale prettamente corporea mentre, più avanti ancora, con Cartesio, assunse il nuovo significato, più ampio, di Divinità all’interno dell’uomo. Parte Divina di esso. Tutto questo per spiegarvi come si è sempre andati alla ricerca di una definizione che illuminasse sulla totalità dell’essere umano, come tale parola sia stata da sempre molto considerata cercando di fornire per essa una valida spiegazione che rappresentasse l’individuo, nel suo più ampio concetto, attraverso mutamenti dello stesso significato, per arrivare comunque ad un’unica conclusione, in un modo o nell’altro, ossia: il tutto. L’uomo. Il suo insieme. Anima – Corpo – Mente. E oggi, questo insieme, lo chiamo all’appello per spiegarvi un criterio che ritengo molto importante. L’ Anima, è la nostra fonte d’energia e, anche se spesso bloccata dal nostro pensiero, sa già, meglio di noi stessi, cosa deve fare, come deve agire, come deve sentire. Percepisce e non sbaglia mai. Parlerò quindi sicuramente di lei in futuro ma, per questo articolo, mi servono gli altri due componenti del triangolo perfetto cioè la Mente e il Corpo. Vi spiego subito il perché. Essi devono andare di pari passo. Costantemente. Mi riferisco al fatto che, se non li facciamo “vivere”, in senso olistico, ambedue alla stessa maniera, con la stessa intensità, potremmo avere scompensi, anche seri, che ci regaleranno malesseri di varia origine. Ci sono due tipologie di persone che ben rappresentano ciò che intendo dire:

quelle che svolgono un mestiere manuale ma in modo contenuto devono utilizzare il loro lato cognitivo

quelle invece che eseguono una professione prevalentemente mentale nella quale non viene mai richiesto uno sforzo fisico

Pare impossibile ma molte persone svolgono la loro esistenza, giorno dopo giorno, solo ed esclusivamente verso uno dei due modelli di vita, senza preoccuparsi assolutamente dell’altro. Conosco individui, bravissimi muratori ad esempio, che finite le loro ore lavorative, come a non essere contenti, si dedicano ulteriormente all’attività fisica. Questo è un bene, fare sport è molto salutare soprattutto se svolto all’aria aperta e, apre le menti. Aggiungerei però a tutto questo anche un po’ di sana e istruttiva teoria. Non perché essi siano ignoranti, intendiamoci subito ma, un passatempo come ad esempio la lettura, o la pittura, o il canto, o la scrittura (lavorando esclusivamente di fantasia), permetterebbe loro di evadere dalla quotidianità e dall’eventuale essere troppo fissati dall’aspetto materiale e concreto.

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Una meccanicità che, andando avanti, chiude le frontiere anziché abbatterle. Soffoca il lato spirituale, creativo, emotivo. Opprime la scintilla della sana follia. Far lavorare anche la mente non potrà che giovare. Al contrario, e questo penso sia ancora peggio, ci sono persone che, dal mattino quando si alzano alla sera quando vanno a dormire, fanno lavorare (e stancare) solo la mente, mentre il fisico, rimane lì, tutto il giorno raggomitolato su se stesso, magari davanti al monitor di un computer, senza mai potersi esibire in tutte le sue performances.

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Sbagliatissimo. Dopo un po’ di tempo inizierà sicuramente a lamentarsi. I vostri organi, i vostri tessuti, i vostri arti, richiederanno ciò che spetta loro di diritto. Tempo fa conobbi un uomo che svolgeva appunto un lavoro completamente sedentario. Essendo in proprio, faceva il massimo per poter rendere la sua professione redditizia e spesso, si ritrovava al telefono con qualche cliente anche a tarda sera. Ad un certo punto della sua vita, il cuore iniziò a presentargli davanti quelli che lui definì “dei problemi”. Secondo quest’uomo, il suo cuore non funzionava più bene. Ogni tanto perdeva un colpo, altre volte invece, batteva acceleratamente causandogli una fastidiosa tachicardia. Spaventato quest’uomo andò immediatamente a fare tutti i controlli necessari ma, ogni medico che lo visitava non riscontrava nulla di anomalo e come terapia si sentiva sempre ripetere la stessa solfa – Si rilassi, si diverta, faccia dello sport -. Visite, prove di sforzo, analisi, esami, tutto diceva che il suo cuore era in perfetta forma. Ma allora perché danzava nel petto in quel modo così sconfusionato? “Come faccio a fare sport se il mio cuore non palpita nel modo giusto! Potrebbe venirmi un infarto! Come faccio a tranquillizzarmi quando forse ho una malformazione al muscolo cardiaco!” si diceva il signore. I medici invece, non avevano per niente sbagliato diagnosi, avevano ragione e quel cuore stava semplicemente implorando a modo suo che avrebbe voluto ballare! Avrebbe voluto muoversi, scoppiare, saltare fuori dal quel petto che lo opprimeva immobile ogni giorno! Quel cuore stava fremendo! Non ce la faceva più a passare le ore seduto ad una scrivania e poi coricato in un letto e poi di nuovo seduto alla stessa scrivania e di nuovo coricato nello stesso letto. Ogni dì. “Io sono il Cuore! Ti rendi conto?! Sono il Re di tutta questa struttura, come puoi permetterti di tenermi imprigionato così! Adesso ti faccio vedere io!” urlava quel magico organo grande quanto un pugno ma, tutto quello che l’uomo sentiva era solo un “Tum, tutum… tu, tu, tum… tuuuuum….” disordinato e fuori tempo.

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Non riusciva a decodificare quel messaggio. E ancor grazie che almeno comunque lo sentiva! Ebbene si cari amici, perché vedete, il cuore palpita ma gli altri organi, non emettono alcun rumore invece. Soffrono in silenzio e, il momento in cui riuscite a “sentirli” e assumono una certa importanza nella vostra vita, è quando il problema è già sorto. Il disturbo principale dell’uomo infatti non era collegato solo al cuore ma anche ai reni che sono strettamente correlati all’organo propulsore come già vi avevo spiegato QUI. Nulla di grave fortunatamente ma, anche i suoi reni, stavano soffrendo. Erano spenti, tristi… sovraccaricati dalla paura della quale ne sono la sede. La paura di non avere abbastanza soldi a fine mese. La paura che lo faceva stare anche dopo cena attaccato al telefono con la speranza di accaparrare qualche nuovo cliente o di soddisfarlo al meglio per non perderlo e regalarlo alla concorrenza. La paura di non riuscire a soddisfare economicamente tutti gli eventuali bisogni. I reni inoltre, sono il contenitore della vitalità che, nel caso di quest’uomo, era pari allo zero. Oggi, questo signore, continua a fare il suo lavoro di sempre avendo ridotto però le ore di attività. Si concede una passeggiata sulla spiaggia all’alba due volte alla settimana assieme ad un cagnetto che è andato a prendersi al canile del suo paese e, ogni tre giorni, in casa, fa esercizio fisico per mezz’ora.

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In più, tutte le mattine e tutte le sere, sul suo terrazzo, esegue una particolare respirazione che è alla base del benessere. Durante il week end infine, mentre prima lavorava, ora si dirige alla scoperta di sentieri montani, camminando per molto tempo a contatto della natura. Il suo cuore non si è più fatto sentire con toni sgradevoli, tranne una volta, quando, a causa di problemi di salute del padre egli non ha potuto svolgere per parecchi giorni le sue nuove attività dinamiche. Il suo cuore, che si era abituato bene, si è subito risentito, ma è bastata una promessa, in seguito mantenuta, a riportare il tutto alla normalità. Ora, quell’uomo è un uomo nuovo. Non possiamo pensare che solo una parte di noi debba lavorare, stancarsi, divertirsi, soffrire ogni giorno. Tutto ciò di cui siamo fatti deve vivere. Deve avere il suo spazio. Così come nutriamo ogni giorno il nostro organismo con alimenti che cuciniamo e poi mangiamo, allo stesso modo dobbiamo saziare la nostra mente, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre emozioni con l’evasione, la creatività, l’attività fisica, la meditazione, la respirazione, il prendersi cura di noi stessi. Persino con lo sforzo, con la fatica, che vengono definiti così solo dalle nostre barriere e dai nostri limiti in realtà inesistenti. Il corpo deve muoversi così come la mente, viaggiando in luoghi sconosciuti e immensi. Lasciamo che ogni tanto, una nostra parte, possa riposare e facciamo lavorare l’altra che non deve intorpidirsi, rattrappirsi, indebolirsi. Se una parte di noi non viene usata, il sangue che passa al suo interno sarà pochissimo e il sangue si sa, è fonte di vita, di nutrimento, di rinnovamento! Solo così ci sarà armonia e benessere in noi.

Prosit!

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