Il Potere è nelle Cosce

Che titolo hot vero? Ma è proprio così!

Come avevo anticipato sulla mia pagina FaceBook qualche giorno fa, voglio parlarvi di una parte del corpo spesso sottovalutata ma, come tutto il resto, anch’essa molto importante. Mi riferisco appunto alle cosce prese sovente in considerazione solo per farle dimagrire, per tonificarle o per ungerle con qualche miracoloso cosmetico.

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Nonostante siano parti del corpo fondamentali sia per i maschi che per le femmine, in questo post, mi rivolgo principalmente alle donne, sia giovani che no, perché avendo ultimamente passato due intere giornate al mare ho potuto notare come, la maggioranza del sesso femminile, abbia queste zone molto sviluppate, più grandi del normale, sproporzionate quindi al resto del corpo. Non parlo dell’essere grasse ma di una sproporzione molto presente in diversi soggetti che, più accentuata o meno, risulta a volte essere un difetto poco piacevole per chi ce l’ha.

Domenica turistica 08072012 la Spiaggia di Alassio

Capirete inoltre che è, in natura, una caratteristica più femminile che maschile.

Il corpo umano è per me un meraviglioso contenitore comunque esso sia e, senza alcun tipo di giudizio, mi piace osservarlo, leggerlo, ascoltare cos’ha da dirmi. Deformazione professionale ovviamente, potete anche dirmi di farmi i cavoli miei! Ma così è.

Ebbene, veniamo alle nostre cosce, queste cosce che per via del muscolo, per via di un edema, per via della ciccia, della costituzione e di molti altri fattori possono essere troppo grosse rispetto al resto della gamba e, naturalmente, dobbiamo prendere in considerazione anche i glutei dai quali esse partono.

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Come spesso vi ho detto, le gambe sono il nostro avanzare nella vita. Simboleggiano il nostro andare avanti o, eventualmente, il nostro non riuscire più ad andare avanti. L’arrancare, il soffermarsi e via discorrendo.

Quando si soffre di ristagno di liquidi (edema) c’è una situazione dalla quale non riusciamo a uscire ad esempio, quando c’è un dolore, c’è un senso di colpa ( a seconda del dolore), quando c’è una cattiva circolazione c’è paura delle cose nuove (e mancanza del flusso della gioia) e potrei andare avanti all’infinito ma, al di là dei vari motivi indicanti il problema che ci affligge, le cosce sono la parte più robusta della gamba.

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Al loro interno c’è l’osso più lungo di tutto il nostro corpo, ossia il Femore, simbolo indiscusso della nostra potenza di agire.

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E’ l’osso sul quale, sembra incredibile, facciamo forza quando ci troviamo davanti un avversario o ci ritroviamo a vivere una situazione ostile da superare “combattendo”. Fortunatamente di nemici non ne abbiamo granchè, non siamo in un film, ma per il nostro – IO -, i nemici sono tutte quelle persone che hanno nei nostri confronti un comportamento che non ci regala un totale benessere anche se magari, queste persone, le amiamo a dismisura.

Il nostro inconscio è fatto così perciò: padre, madre, figli, coniuge, datore di lavoro, amici, possono essere per noi persone amate ma, per la nostra parte intrinseca, scomodi personaggi che minano al nostro benessere olistico con costrizioni magari, o tarpandoci le ali, praticamente, non permettendo al nostro potere di elevarsi.

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Non si può però, o non si riesce, sovente, ad andare contro questi individui che peraltro stimiamo e ammiriamo ed ecco che le cosce s’ingrossano. Si allargano o s’irrobustiscono, ingrassano o si gonfiano. Devono essere belle solide (non c’entra niente con l’essere sode) per sostenerci. Guardate bene questa immagine qui sotto.

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Le tre ragazze che mimano la partenza di un attacco, hanno le gambe in posizione mentre, i due ragazzi dietro, sono rilassati e tranquilli. Immaginate di dover tirare un pugno a qualcuno, di attaccare, immediatamente come mettete le vostre gambe? E noterete come il focus va nelle cosce. Proprio come un pugile. Questo accade anche nello sport, all’inizio di una corsa e in varie competizioni della vita. Il messaggio è: PER NON CEDERE. Per non cadere. In ogni senso.

In questi due giorni di mare, su cento donne di ogni età, non esagero, ma ottanta erano così. Vivono ossia in una continua lotta inconscia nel cercare di non cedere. Non cedere in famiglia, non cedere a scuola, non cedere nei confronti dei figli, del lavoro, davanti alle amicizie. Un problema meno comune nell’uomo che, su certi aspetti, è più menefreghista, (come natura vuole, non è un’offesa assolutamente) e ha altri tipi di paure, di timori, di bisogni. E’ giusto che sia così. Al di là dell’allenamento fisico.

La donna che invece ha cosce normali e ben proporzionate al suo corpo, non significa che non abbia dovuto lottare nella vita o non stia lottando tutt’ora, ci mancherebbe, ma semplicemente ha un metodo di “guerra” diverso, basato su altre condizioni e potrà comunque riportare diversi criteri su altre parti del corpo a seconda di dov’è per lei il fulcro della battaglia.

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Care donne con le cosce grandi, siete quindi semplicemente esseri meravigliosi, non fatevene un problema, siete delle lottatrici e mi auguro non stiate a porvi dispiaceri davanti alla foto di una modella photoshoppata alla quale è stato deciso di nascondere le proprie paure. L’unico difetto che avete, se posso, è quello di non rispettare abbastanza voi stesse.

E il sedere? Per quel che riguarda i glutei, come accennavo prima, averli grossi, dai quali appunto partono le cosce altrettanto grosse, significa desiderare il potere sugli altri. C’è sempre un legame al potere. Forse perché se ne ha avuto poco nella vita e si è sempre subito quello degli altri ai quali abbiamo dato modo di farci sentire inferiori, oppure perché fino ad una certa età lo si ha avuto e di colpo non più. Prendiamo ad esempio una bimba, molto viziata e accontentata in ogni suo desiderio, che si trova poi da adulta a fare i conti con la realtà, con un marito magari diverso dai genitori, dei figli che pretendono e un datore di lavoro che non ha certo intenzione di assecondarla.

Sui glutei inoltre ci sediamo, ci rilassiamo, mettiamo uno stop alle nostre attività. Ci si siede quando si è stanchi. Stanchi anche di “lottare”. Ovviamente non mi riferisco ai lavori sedentari creati dall’essere umano.

Ci sono tantissimi esercizi fisici da fare per rassodare e snellire le cosce o sgonfiarle ma, ad essi, dovete assolutamente correlare anche il vostro pensiero di crescita e di benessere dedicato al vostro POTERE. Un pensiero di rispetto totale verso il vostro Essere lasciando andare il giudizio, così come la paura di essere giudicate, e permettendosi di dire un po’ più di  – No -. Rilassatevi, la vita non è una continua lotta. Così facendo l’attività fisica e una sana alimentazione, da non dimenticare mai, avranno sicuramente più successo.

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Ebbene si, il potere è nelle cosce. Individuate quale sia il vostro punto di scontro, quello che non vi permette di vivere in completa serenità: avete poco potere? State male perchè vorreste avere più potere? Avete paura e cercate di avere più potere per affrontare la vita? Avete troppo potere e lo state usando male? Le persone si allontano da voi e questo vi spaventa? Fate delle riflessioni e lavorate su questo, vi soddisferà.

Prosit!

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Pensiero Positivo – i due Lati della Medaglia

Molto spesso si sente parlare di “Pensiero Positivo” senza però essere ben certi di quello che in realtà esso sia.

La definizione “Pensiero Positivo” ci porta immediatamente al meditare in modo gioioso nei confronti della vita ma dicendo così però, mi da l’impressione che il – pensatore positivo – venga visto un po’ come un ingenuo farfalletto che prende la vita come viene.

Il vero concetto, molti, non lo comprendono. È giusto parlare di allenamento nell’imparare a pensare positivo, in quanto non si è abituati a vivere in tale modo, ma non è una pillola da assumere. E’ un metodo da attuare piuttosto. Non bisogna inventare nessun esercizio, bisogna soltanto trasformare. Trasformare le situazioni. La percezione che si ha di esse in verità.

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Nel cercare di vivere il “Pensiero Positivo” occorre iniziare a guardare (sempre – in ogni occasione) i due lati della medaglia perché ce n’è sempre uno brutto (che è quello che vediamo, che ci è capitato) e uno bello (che è quello che dobbiamo imparare a vedere e tirare fuori).

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Quando viviamo un avvenimento spiacevole ci focalizziamo solamente sulla protezione verso noi stessi. L’istinto di sopravvivenza ci obbliga a rimanere concentrati sull’evento e a non guardare altro. La paura, ci tiene legati ad essa. Dobbiamo fare qualsiasi cosa pur di soffrire il meno possibile. Stando attenti, come un gladiatore da solo, nell’arena, alle prese con un leone.

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Quando mi è capitato di rimanere immobile nel letto a causa del mio problema alla schiena del quale parlai tempo fa, all’inizio ho pianto, ho sofferto, ho maledetto quel dolore lancinante e quella scomoda situazione ma poi, capendo peraltro che quel male in realtà era arrivato solo per recarmi un messaggio e per aiutarmi, iniziai ad amarlo; ormai è conosciuto il mio metodo in questo blog. Il fatto di rimanere però invalida, in piena estate e con un magnifico sole fuori la mia finestra, proprio non mi andava perciò, mentre ringraziavo Signor Dolore dovevo anche cercare di trovare dei lati positivi a quello che consideravo un vero fattaccio.

1- Figli, marito e parenti tutti mi coccolavano, mi servivano e riverivano come se fossi stata una gran dama (…se mi sentono!) però ne approfitto per ringraziarli di cuore

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2- Stavo risparmiando soldi non potendo uscire (Ah! Ah! Ah! Manco fossi una spendacciona!)

3- avrei di sicuro ricevuto un gran bel premio a fine indisposizione tipo: andare in vacanza

4- avevo tempo per leggere, guardare film, ascoltare musica, tutte cose che dovevo fare sempre con il contagocce

5- avevo modo di ragionare su quel disturbo (che nel mio caso arrivava per un’autosvalutazione di sè) e quindi cercare di porvi rimedio e imparare ad apprezzarmi di più

6- tutti cercavano di farmi ridere, c’era un clima di gioia in quei giorni (a parte i primi momenti guidati dallo spavento)

E insomma… vado avanti? E’ ovvio, ci mancherebbe, la salute prima di tutto, ma ormai bloccata lo ero, tanto valeva cercare il bello anziché rimanere a piangere facendosi logorare anche dalla tristezza oltre che dal tormento.

Questo è soltanto un esempio, forse sciocco per alcuni, ma fa capire che quella medaglia dobbiamo sforzarci di girarla e guardare anche l’altra parte.

In quel periodo capii molte cose e quando diciamo che – non tutto il male vien per nuocere – diciamo il vero.

Iniziai a rispettarmi di più, a fare più attività fisica (da qualche anno ero pigra come un Moscardino durante il letargo), a volermi più bene. Imparai a governare di più Signor Dolore, a non avere paura di lui, a vederlo come un amico ed egli non mi spaventava più.

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Roy Martina, un medico di Curaçao che pratica la Medicina Alternativa, racconta un episodio molto divertente (avevo messo il video nel post – Forse non sei sfigato, forse “qualcosa” vuole aiutarti – che consiglio di vedere) riguardante un suo amico. Questo suo amico una mattina uscì di casa per andare a firmare un contratto di lavoro e, come accade spesso, non aveva letto quelle clausole scritte in piccolo in fondo al foglio. Appena uscito di casa, un gabbiano gli fece la cacca sulla spalla e lui dovette rientrare e cambiarsi. Ignaro di quello che l’uccello stava cercando di dirgli, si incamminò nuovamente verso la hall dell’hotel dove avrebbe incontrato i suoi nuovi datori di lavoro ma, svoltato l’angolo, un altro gabbiano gli fece i suoi bisogni in testa. Infastidito, si pulì alla bell’è meglio dentro alla toilette dell’albergo e, puntuale, si presentò davanti ai futuri capi. Essi si trovavano nel dehor e stavano sorseggiando un aperitivo che offrirono anche all’amico di Martina. Proprio mentre l’uomo prese in mano la penna per firmare, un piccolo passerotto, volteggiando sotto gli ombrelloni, defecò sul foglio. Fu in quel momento che, tra il ridere dei presenti, a lui qualcosa suggerì che non si trattava più di una banale coincidenza. La maggior parte di noi avrebbe semplicemente pensato – Mamma mia! Che giornata di mXXXa! -, lui invece, dopo aver letto meglio il contratto decise, per il suo bene, di ritrattare tutto e non firmare.

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Le situazioni che viviamo, non sono sempre e solo negative. Sovente sta a come noi le interpretiamo. Dobbiamo capire che l’Universo, e la nostra parte intrinseca collegata ad esso, hanno i loro mezzi per comunicare e non sono uguali ai nostri. E’ difficile tradurre il loro linguaggio ma non impossibile e basterebbe a volte porre attenzione anziché soffermarsi a vedere subito e solo nero e basta.

A forza di lavorare con il cervello, in questo modo, ci verrà sempre più facile e presto saremo abituati a trovare il lato positivo ogni volta. Capire di avere dalla nostra parte anche una metà positiva ci aiuta a risolvere meglio, con maggiore forza d’animo e più gioia, la parte negativa che risulterà così meno pesante da sopportare e soprattutto più rimediabile. Questo non è poco, è alla base delle nostre giornate. E non sono semplici ripieghi o giustificazioni, bensì piccoli grandi miracoli che diventeranno sempre più importanti.

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Quando qualcuno ti fa del male, devi convincerti del fatto che automaticamente ne sta facendo a se stesso e, quella lama a doppio taglio che ha tirato fuori, un domani, potrà invece tagliare bene per te. Questo non è assolutamente un messaggio di vendetta voglio solo spiegare come a volte, le azioni di quelli che noi consideriamo nostri nemici, vengono spesso a nostro vantaggio al di là di far loro del male. Un vantaggio che, senza quella tempesta prima, non avremmo mai potuto ottenere. Il più, come ripeto, è riuscire a vederlo. Porre attenzione, e quando arriva, afferrarlo facendone l’uso migliore per noi. Solo per noi, senza più tener conto degli altri. Non limitarti a difenderti dall’attacco, rifletti, trasforma ciò che stai ottenendo in positivo. Allo stesso modo, chi ti sta facendo del male, ha i due stessi lati della medaglia. In quel momento vede solo quello positivo (ossia l’averti “sconfitto”) ma, dall’altra parte, dovrà fare i conti con quello negativo ed è su quello che devi ragionare. Attaccandoti, ti sta dando in mano uno strumento. Sta creando un “qualcosa”, usalo nel migliore dei modi.

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Un po’ come la favola de “Al lupo! Al lupo!” anche se Esopo ha voluto darle una morale differente. All’inizio, il ragazzo della storia, si diverte molto a ingannare gli altri, a farli spaventare, e la gente del villaggio si focalizza solo sulla presa in giro ricevuta, sulla fatica, sul terrore subito, si arrabbia, si sente tradita, senza tener conto che quel ragazzo, nel mentre, stava costruendo attorno a sé la non credibilità, la sfiducia, agendo a quel modo. Perché le due facce della medaglia esistono sempre.

Al lupo!

Il mio precedente articolo, che ti ho segnalato prima – Forse non sei sfigato, forse “qualcosa” vuole aiutarti -, si collega molto a questo post perciò te ne consiglio la lettura.

Focalizzati sempre sul lato positivo.

Prosit!

 

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Ad Andagna assieme a Lei

Ci sono luoghi diversi da altri, diversi perché hanno un posticino dentro al cuore, uno spazio che altri non hanno trovato. Nell’arco di una vita, essi possono rimanere pochi oppure diventare tanti ma comunque rimangono lì e nessuno riesce a toglierli.

Io ne ho diversi e tra questi c’è sicuramente un piccolo paese che appartiene alla mia Valle, la Valle Argentina, e che mi ha accolto da sempre, ogni anno. Negli ultimi tempi, le mie visite sono state minori ma ogni volta che penetro nei suoi carrugi o lo osservo da lontano, incastonato tra i monti verdi, l’animo mi si alleggerisce e una sensazione di gioia mi avvolge.

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Il suo nome è Andagna. E’ il paese dei Castagni, delle viuzze ombrose tra le case, delle Madonnine, delle scritte su legno ad indicar la strada. E’ il paese dell’Origano e del Timo e dell’Ardesia, delle More e dei Fiori.

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In questo piccolo paese, di nemmeno 100 abitanti, e nei suoi dintorni, ci sono addirittura sei chiese, una delle quali è ormai solo un rudere, altre usate per cerimonie poche volte all’anno, mentre la principale ospita i fedeli tutte le domeniche. Tanti i luoghi sacri tra edicole e statuette della Madonna in un unico borgo.

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Andagna si appoggia su un monte a poco più di 700 metri s.l.m. e, come spesso capita nei paesi della mia Valle, offre un panorama fantastico. Fa parte del Comune di Molini di Triora, un paese al di sotto dello stesso monte, situato più in giù, nella conca della vallata.

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Andagna è costruito in salita, partendo da una grande piazza si sale su, passando per i carrugi, fino ad arrivare in cima, alle ultime case, dove poi inizia il bosco. All’entrata del paese, ad accogliere chi arriva, c’è “l’Osteria di Andagna”, una trattoria, l’unica presente, specializzata in piatti tipici liguri, come i ravioli con borragini, o cannelloni alle ortiche, o ancora, coniglio con pinoli e olive. Da lì, la chiesa che mi sembra dedicata a Santa Clementina se non ricordo male, è il punto principale dal quale partire e ammirare il borgo e tutti i suoi angoli caratteristici.

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Andagna è un groviglio intricato di carrugi umidi e freschi, affascinanti alcuni, inquietanti altri. Luoghi dove al sole non è concesso entrare. Poche sono le stradine dalle quali, alzando lo sguardo, si può vedere il cielo. E’ come camminare dentro a delle grotte.

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Pietre, appoggiate una sull’altra, formano cunicoli che sfiorano le teste e che, a loro volta, sono i pavimenti delle abitazioni sovrastanti. L’aria è fresca anche d’estate. L’odore percepibile di antico è pungente. Questi vicoli stretti e caratteristici, sono stati creati apposta per giungere in ogni punto del paese. Come se non ci fosse spazio altrimenti.

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Alcuni salgono, alcuni scendono. Gradini larghi e bassi, scalini alti e stretti. Quando di notte sono illuminati da lampioni che emanano una tiepida luce giallognola, incutono anche un pò di timore. Bui, freddi, incurvati, chissà dove vanno a finire. In certi punti sembra quasi un paesaggio scozzese. La pietra fredda che domina è maestosa, ci avvolge da ogni parte e, sotto alle sue volte, i massicci portoni di legno decorati da portali in Ardesia, permettono di entrare nelle case. E’ come entrare dentro a delle cantine.

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Sembra di descrivere un villaggio fantasma, in realtà non è così. Nonostante tutto, la struttura di Andagna, infonde sicurezza. E’ come se stando lì, nessuno possa trovarti e farti del male.

E’ stato realizzato nel tipico metodo di costruzione difensivo. Un tempo, intorno al IX e X secolo, bisognava proteggere il paese e le genti dai Saraceni e, in questo modo, creando tali esempi di labirinti in salita, si rendeva più difficoltoso lo scopo ai pirati. Era questa la forza, la strategia, di chi viveva in Liguria. In questi vicoli stretti e bui, dove pochi alla volta si può passare, ecco i corsari cadere facilmente nei tranelli degli “Andagnini” che, sgattaiolando per il proprio paese conosciuto a memoria, potevano facilmente fuggire o catturare gli avversari.

Da piccola, percorrevo da sola queste strade, sia di giorno che di notte per non so quante volte al dì e, con i miei amichetti, giocare a nascondino, era un vero spasso.

Qui, tutto è ancora come un tempo. I giovani hanno preferito la comodità della città e vengono ad Andagna durante l’estate o le feste natalizie. Ma la sua atmosfera magica, questo borgo non l’ha persa. Anni fa c’erano botteghe, tabaccaio, bar, sala giochi… Ecco, era proprio qui che compravo il ghiacciolo ogni sera, qui invece mi aspettava lei, mia zia, con la quale passavo quelle splendide giornate. Qui mi stava a guardare mentre oscillavo sull’altalena e mi chiamava mille volte per convincermi a rientrare.

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Oggi Andagna, si spegne come una candelina nei mesi invernali ma rimane comunque un luogo bellissimo e affascinante e, i suoi abitanti ospitali, uniti tra loro e pieni di iniziative, attendono la bella stagione.

Ad abbellire Andagna molte piante, ringhierine e dipinti che circondano le case. Le grotte delle Madonnine dove il culto mariano è molto sentito. Particolari cassette per le lettere e battiporta sugli usci rendono questo borgo poetico e affascinante. Pittoresco. Le case sono così attaccate tra loro che affacciandoci da un balcone vediamo i tetti delle altre case e poi ancora altri tetti, in tegole e in “ciappe” (lastre di lavagna larghe e sottili), o in legno.

Arrivati in cima al paese, affacciandoci sul bosco e sulla vallata, dalla quale si può vedere Corte e il suo Santuario, sembra quasi di respirare, dopo aver camminato a lungo sotto a queste strettoie ed è lì che, con gusto, alcuni hanno costruiti bellissime villette. Certe con, in bella mostra, le statuette dei Sette Nani e Biancaneve in giardino, certe con pentole di rame appese fuori alla veranda, altre ancora con persiane o sedie di legno nel quale è stato intagliato il Seme della carta da gioco: quadri, picche, fiori e denari.

Sotto ai carrugi, sul pavimento di cemento, sono state fatte delle righe infossate, a lisca di pesce, per poter far scorrere l’acqua piovana, in modo da non permettere il formarsi di pozzanghere e l’aumentare dell’umidità. Permettono inoltre di non scivolare. Sarà così che ci si potrà fermare e osservare le bellezze che vengono offerte agli occhi.

In questa località, i nomi delle vie sono accuratamente dipinti e colorati su dischi di legno e arricchiti da fiorellini, ciliegie, foglie, ognuno ha il suo decoro come un’opera d’arte.

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La quiete regna sovrana. Il terreno, aspro a tratti, ospita Ginestre sgargianti e solo il battito d’ali di qualche insetto goloso fa eco.

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All’inizio del sentiero del bosco, non posso fare a meno di pensare a lei. Sento la sua presenza. La percepisco che mi osserva e mi sorride. Che ancora è lì. Che ancora mi chiama, mi cerca, che ancora mi guarda oscillare sull’altalena. E insieme ci rechiamo a Santa Brigida e poi a San Bernardo, come facevamo sempre.

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Insieme cerchiamo di raggiungere le farfalle e cogliamo l’ortica strofinandoci prima le mani nei capelli.

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Era nata in questo mese, nel mese in cui la Lavanda tinge i massi di viola e le Api ronzano intorno ai Gelsi. Era nata in Luglio e il suo compleanno lo si festeggiava qui, ad Andagna, io e lei, umilmente, come se fosse un giorno qualunque. Ma quel giorno e ogni altro passato qui, circondata dalle sue braccia e seguita dal suo sorriso, sono rimasti indelebili nel mio cuore.

Buon compleanno Tata.

Buona vita Andagna che non dimentichi chi anche per te ha combattuto.

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Saluto questo gruppo di case, è questo il termine giusto per descrivere questo paese. Un gruppo di case tutte appoggiate una all’altra, dove tutti si conoscono, dove ognuno coltiva il suo orticello al di fuori del paese, e dove puoi trovare tanta pace, serenità e una ricca natura tutt’intorno.

Dove puoi trovare i ricordi e rivivere i momenti più belli della tua infanzia.

Prosit!

Aspettando la Bronchite

Quando ero bambina, ogni primavera, puntualmente, mi facevo una bella Bronchite.

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Tutti gli anni, la mia famiglia, grazie ad un’anziana zia disponibile, cercava di farmi trascorrere qualche giorno sulla neve e, visto che vivevo e vivo tuttora al mare, anche per il periodo estivo si andava in montagna a respirare “l’aria buona” che mi avrebbe guarita.

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In effetti, così facendo, sono sempre riusciti a tenere sotto controllo la mia amica Bronchitella che però, non mi ha mai abbandonata del tutto. Crescendo, mi accorsi che arrivava sempre a marzo ma mi limitavo a pensare al cambio stagione o a dire – Ho preso dal nonno! – anch’egli sofferente all’apparato respiratorio proprio come me.

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Una decina di anni fa però, le cose iniziarono a peggiorare nel senso che, la Bronchite, non si accontentava più di venire solo una volta all’anno bensì due. Marzo e ottobre erano i suoi mesi preferiti anche se, a volte, poteva sostituirli con aprile e settembre. Che fastidio! A parte la noiosa tosse e gli antibiotici che dovevo assolutamente prendere, era davvero deludente dover andare in giro coprendosi per non prendere aria quando in realtà faceva ancora un caldo incredibile e le mie amiche potevano sfoggiare i loro vestitini leggeri. Senza contare che fuori, il bel sole m’invitava ma io ero davvero mezza moribonda sul divano che nemmeno riuscivo a respirare.

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No, le due volte annuali non mi andarono più bene. La signorina si era presa troppa confidenza, non la volevo più con me.

Grazie agli studi compiuti sapevo che era completamente inutile, e persin deleterio, maltrattarla o cercare di scacciarla. Poveretta, lei stava solo cercando di mandarmi un messaggio, ero io che non lo capivo e nemmeno mi ero mai messa di buzzo buono a cercar di comprenderlo.

Dovetti farlo e mettermi a studiare come una liceale. Bisogna innanzi tutto sapere che ogni affezione che colpisce l’apparato respiratorio è indice di tristezza. Qualsiasi. Poi, ovviamente, ognuna, dipanandola come una matassa di lana, avrà il suo opportuno significato ma, la tristezza, è assolutamente alla base.

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La Bronchite è ovviamente un’infiammazione ai bronchi e alle loro mucose che, se non curata bene, può riportare seri danni ma non era dal punto di vista medico e fisico che volevo osservarla. Secondo le teorie alle quali mi affido la Bronchite è la paura dell’aggressività. E, in effetti, l’aggressività che si riceve e che spaventa rende tristi. Può però anche significare il sentirsi chiusi in un angolo e oppressi.

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Era proprio vero. Io ho sempre temuto l’aggressività nell’altro. Chi urla, chi alza la voce, chi è violento non l’ho mai sopportato più di tanto e, intimorendomi, mi sono sempre allontanata cercando di non incontrarlo mai più. Sarà a causa della mia anima Peace&Love ma, anziché combatterlo ed eventualmente farmi rispettare, con la coda tra le gambe, mi mettevo nel mio angolino senza essere capace di girarmi e attaccare a mia volta.

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Oh! Bene!” pensai. “E quindi? Cosa devo fare? Affrontare un pazzo psicopatico che mi ringhia contro come un leone inferocito e imparare a non temere nulla?”.

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L’Universo non ci permette, sotto un certo senso, di provare delle paure. E’ un po’ come se volesse che non ne provassimo e, inoltre, se si pensa che quell’aggressività era “non meritata”, viene da Lui tollerata ancora meno! Ossia, io, per paura di reagire e per paura di offendere mi facevo maltrattare mancandomi di rispetto io per la prima.

Eppure… “Come ti permetti tu di inveirmi contro a questo modo? Al massimo, se ho sbagliato qualcosa, me lo spieghi con calma e soprattutto rispettandomi!”. Già… la mia parte intrinseca avrebbe voluto proprio questo da me. “Ok“. Promisi per il mio bene, che mi sarei allenata a fare questo. E dovetti andare all’indietro con i miei studi. Esatto.

Perché ricevevo tale aggressività ad esempio? Le persone che ci circondano sono sempre uno specchio per noi e ci mostrano quelle parti nascoste che celiamo anche a noi stessi. Quindi io provavo rabbia dentro? Ebbene si. Una rabbia invisibile, latente, ma che era presente e forse proprio perché non ero in grado di farmi rispettare. Insomma, altro studio duro da compiere e poi cercare di migliorare. Che fatica.

Intanto il tempo passava, passavano i mesi e la mia Bronchite continuava a presentarsi perché mi stavo solo allenando mica ero guarita. Però, fin da subito, notai una netta differenza. Se prima, quando arrivava, mi durava quasi un mese, ora, in una settimana andava via e mi rimaneva solo qualche rimasuglio di tosse molto leggero e sopportabile.

Bene, ero contenta, questa nuova situazione mi dava la forza di andare avanti nel mio operato e mi faceva capire che ero sulla strada buona. Imparai col tempo a liberarmi della rabbia e, a fatica, imparai anche a rispondere a tono a chi lo meritava (perdonare non significa condonare), ad amare di più me stessa, fino ad arrivare ad avere un’energia così potente che, per un qualche magico e inspiegabile meccanismo, quelle persone non si permettevano più di trattarmi come una pezzente bensì avevano addirittura quasi timore di me e quando mi parlavano, abbassavano lo sguardo. Davvero! Vi sto dicendo la verità!

Ero al settimo cielo e il sentirmi così bene e così forte ha contribuito a farmi stare ancora meglio però… nonostante tutto, a marzo e a ottobre…. Eccola, arrivava.

Ma perché?” mi dicevo. “Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ho capito il messaggio e l’ho svolto come andava fatto. Perché continui a infastidirmi, cosa ho sbagliato, cosa ancora non riesco a vedere?!”.

La risposta mi arrivò immediatamente, così chiara e lampante, che mi detti della stupida. Era ovvio che tornasse… io l’aspettavo! Certo! Dopo una vita intera, abituata a ricevere Signora Bronchite tutti gli anni in quei precisi mesi, anche se inconsciamente, io l’aspettavo.

A febbraio sapevo che a marzo sarei stata a letto e mi segnavo già il numero della Dottoressa appeso al frigo! Se mio marito avesse gradito andare in vacanza dopo l’afosa estate, di certo non si programmavano quei giorni in ottobre, sapevo già che avrei avuto la Bronchite, era meglio che me ne stavo a casa buona e saremmo andati a novembre. Capite? Mica lo facevo apposta, tutto arrivava in automatico. Ecco cosa non avevo capito! Ecco il tassello che mi mancava! Con il mio stesso pensiero, quella Bronchite, la stavo sviluppando io stessa. Che ci crediate o no, quando ho smesso di aspettarla, non è più venuta.

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In tre anni, è arrivata solo 2 volte anziché 6. Un bel risultato vero? E’ stata dura ma ce l’ho fatta.

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Il numero della Dottoressa doveva continuare a rimanere nel dimenticatoio, a fine settembre/primi di ottobre sono andata in vacanza, insomma, un passo per volta, ma mi sono forzata di non pensare più a lei. Ora staremo a vedere come andrà quest’anno a inizio autunno ma…. Perbacco, non dovrei neanche dirlo, non devo proprio pensarci. E comunque a marzo non mi è venuta. Potrebbe essere il mio primo intero anno senza. Vabbè, cambiamo discorso che devo distogliere la mente da lei.

Prosit!

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