Una risata vi seppellirà

UN GRAMMO O UN CHILO DI “PRESA IN GIRO”?

Capisco che dal titolo questo articolo possa sembrare a sfondo politico ma posso assicurarvi che non ha nulla a che vedere con movimenti politici o quant’altro.

Ho preso in prestito questo motto anarchico dalla dubbia paternità (che al completo sarebbe: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!) per parlare di un fenomeno esistente da sempre e che, da sempre, miete vittime a non finire.

Si tratta della classica e conosciutissima: presa in giro.

Chi non è mai stato preso in giro? Nessuno. Chi più, chi meno, tutti quanti siamo passati sotto le grinfie di questo meccanismo. E per il cognome, e per l’altezza, e per i vestiti, e per i difetti fisici… ognuno di noi ha avuto la sua bella dose di – presa per i fondelli – soprattutto durante l’infanzia. Ognuno nella nostra quantità. E, questa frase, che può sembrar banale, ha la sua importanza.

Infatti… chi decide la quantità della presa in giro che ci viene rivolta?

Non certo il salumiere che già lo sento chiedere – Che faccio? Lascio? -.

IL FAMOSISSIMO – QUELL’ ALTRO –

Proviamo a rispondere:

Il nostro difetto? No, non può essere perché quell’altro ha un difetto molto più grande o ridicolo del mio ma non viene schernito quanto me!

I nostri “aggressori”? No, non può essere perché cambio situazione, ambiente, persone ma vengo preso in giro lo stesso.

Il nostro modo di fare? Ma no, non può essere… sono sempre gentile, onesto, mi comporto bene… se io vengo preso in giro allora a quell’altro, che si comporta in quel modo assurdo, cosa dovrebbero dire?

Le mie scelte? No, neanche questo può essere. E’ vero che spesso scelgo cose bislacche ma allora a quell’altro, che decide sempre in quel modo sbagliato e strampalato, cosa dovrebbero dire?

E allora? Cos’è che fa sì che quel tot di scherno sia dedicato a noi?

Tu che hai solo un piccolo ciuffo di capelli fuori posto vieni scanzonato dal mattino alla sera, in modo pesante e offensivo, ma a quell’altro che ha tutti i capelli arruffati e sparati come se avesse preso una scossa elettrica non viene detto nulla, anzi… viene persino trattato con rispetto! Perché?!

IL RISPETTO, QUESTO SCONOSCIUTO

Beh, è molto semplice! Perché si rispetta lui. Lui si rispetta, nel vero senso della parola e la realtà che lo circonda non può che rispecchiare ciò che lui prova dentro. Ti vedo che stai storcendo il naso e non mi credi ma prova a ragionare e trova alcuni esempi. Puoi provare ad osservare te stesso oppure ricordare quel tuo povero compagno di scuola preso in giro da tutti. Dimmi, lui si rispettava? Provava per se stesso una sana autostima (da non confondere ovviamente con stupida boria)?

Ti sei mai chiesto perché tu che sei fisicamente “normale”, così ci giudicano, che hai un buon lavoro, che ti reputi simpatico e intelligente non riesci a trovare una donna mentre quell’altro che è considerato dalla società non normodotato e pare persino che se la tiri ha un mucchio di ragazze al seguito? Ha un lavoro decisamente migliore del tuo che lo rende felice. Ha una bella casa e una famiglia amorevole. Ha sempre il sorriso sulle labbra, lui è felice!

Al contrario poi c’è chi par d’essere d’acciaio. Non si vanta ma ha un modo di fare granitico. Di massimo rispetto verso la sua persona. Neanche lui viene preso in giro. Anche se a te pare supponente, perché evita le smancerie che la nostra morale ci obbliga spesso a mettere in pratica, in realtà non è alterigia la sua ma fierezza. E’ fiero di sé. E, di conseguenza, lo sono anche gli altri.

Se ti convinci che chi ti prende in giro sta soltanto riflettendo ciò che tu stesso pensi di te ti verrà più facile il lavoro per far finire questa brutta situazione che stai vivendo.

Le prese in giro maggiori nascono a scuola è risaputo ma purtroppo alcune e forse ancora più dolorose, travestite da altro, continuano anche in età adulta. Fanno male, le viviamo come ingiustizie, come inganni ma non capiamo che siamo noi i primi ad essere ingiusti nel considerare ciò che siamo.

LA MODA DEI RAGAZZI

Ti voglio raccontare un fatto che riguarda un giovane ragazzo adolescente.

Saprai bene anche tu che oggi, i ragazzi di una certa età, vanno tutti in giro vestiti alla stessa maniera. Lo abbiamo fatto anche noi. Ci sono le mode e bisogna seguirle altrimenti guai, veniamo esclusi dal gruppo. L’essere vittime di una tendenza ci sta, anche se la trovo una cosa sbagliatissima ma il problema è che pochi hanno il coraggio di uscire dal coro. Ebbene, nella compagnia di questo ragazzo bisognava assolutamente portare i pantaloni attillati e con il risvoltino e un berretto con visiera. Era una tragedia vestirsi in modo differente.

L’animo di questo ragazzo andava totalmente contro a questa moda ma non poteva far diversamente se non voleva perdere gli unici amici che aveva. Guai a cambiare cappello o a mettere dei jeans più larghi e più lunghi sulle scarpe!

Quando era a casa da solo e lontano da occhi indiscreti, passava diverse ore davanti allo specchio provando abiti che stavano prendendo la muffa a forza di rimanere chiusi nell’armadio. Indossava cappelli strani che, tra l’altro, gli donavano moltissimo! Si piaceva ma la paura dell’esclusione era più forte del piacere che sentiva rimirandosi allo specchio.

Ogni tanto faceva qualche debole tentativo per poi tornare a casa svilito e promettendo a se stesso che non avrebbe mai più tentato un tale azzardo ma più passava il tempo e più la sua vera natura scalpitava con forza in quel cuore che voleva palpitare libero.

NELLA MORSA DEL GIUDIZIO

Il giudizio lo teneva in pugno come una tigre tiene un topolino tra le fauci. Era naturale che accadesse questo perché lui per primo giudicava. Giudicava molto, giudicava tutto e giudicava se stesso. Non poteva che ricevere giudizio da parte degli altri, un giudizio negativo in quanto negativo era lui per primo quando giudicava il resto del mondo. Il suo stesso demone gli si stava girando contro e non era per niente piacevole avere a che fare con lui.

Arrivato al limite della sopportazione, ma questo lo condusse a soffrire prima per diversi anni, decise di prendere una decisione: o gli amici o la propria libertà evitando, come esercizio, di giudicare se stesso e gli altri.

Decise per la seconda. Si presentò in compagnia vestito come voleva e per tutti fu quasi uno shock ma non poterono far altro che accettarlo.

Lui si era accettato per ciò che era e aveva avuto il coraggio di mostrare al mondo intero chi era davvero quindi, gli altri, hanno risposto di conseguenza. Non solo, ma dopo poco tempo fu egli stesso promotore di nuove tendenze e i suoi amici iniziarono ad indossare i suoi stessi bizzarri cappelli. Se dapprima fu guardato in modo storto e ben poco si desiderava parlare con lui, ora era diventato quello che tutti volevano. Il primo ad essere invitato da qualche parte e il più corteggiato dalle ragazzine. Se prima era un mostriciattolo che non seguiva la moda ora era un gran figo!

FERMARSI E AGIRE

Rivoltarsi verso gli altri reagendo alle loro provocazioni con urla, pianti, brutte parole o altro non serve a niente. Serve solo a subire ulteriori prese in giro. Fermarsi e concentrarsi su quello che c’è da fare, su quello che davvero serve trasmutare, allora sì che è di grande aiuto.

Agire e non re-agire. Agire significa creare un qualcosa di nuovo (e con amore possibilmente, amore verso di noi stessi ad esempio). Re-agire significa invece agire in base a quello che fanno gli altri, essere cioè dipendenti delle azioni degli altri, la nostra azione sarà in pratica un’appendice del gesto altrui pertanto il “ceppo madre” è dell’altro e non nostro. E, se è dell’altro, non è piacevole visto che è contro di noi, visto che ci sta deridendo.

Solo in questo modo si blocca la presa in giro da parte degli altri. Chi nasce con questa dote, o la nutre dentro di sé in base all’educazione che ha ricevuto in famiglia, è sicuramente più avvantaggiato; per gli altri sarà invece una prova da imparare e superare ma tutti, chiunque, ha prove da superare. Chi ti prende in giro, ad esempio, troverà altri tipi di ostacoli nella vita e non saranno facili, credimi. Ma non preoccuparti degli altri. Preoccupati solo di te e cerca di far smettere questo logorio.

Rispettati, sii te stesso. Mostrati senza vergogna o accadranno cose che ti faranno vergognare sempre. Più ti vergogni, più gli altri ti faranno vergognare. Più ti reputi un non degno e più gli altri ti svaluteranno. Più prendi in giro te stesso e più gli altri ti tratterranno da zimbello. Se inizi anche solo a riconoscere che la responsabilità di tutto questo è tua e non degli altri (anche se può sembrarti impossibile o difficile da accettare) sei già a metà dell’opera.

Provaci soltanto e vedrai, fin dai primi tempi, dei cambiamenti. Potrai subire burla ancora più grandi, tieni duro, è soltanto la tua vecchia identità che si arrabbia e si ribella, ma vedrai che con il tempo tutto si modificherà e in meglio per te. E allora sarai tu a ridere.

Potrai così seppellire quel vecchio demone che ti amministrava, potrai seppellire il lato negativo dei tuoi amici e le loro sciocche risate denigratorie. Potrai anche, volendo, seppellire molte cose del tuo passato e fare nuove amicizie perché, indubbiamente, arriveranno a te persone che dovranno riflettere la bellezza che sei ora.

Prosit!

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Ma tutto ‘sto casino per una mela?

In qualche modo dovevano pur giustificare la vita in schiavitù che da sempre ci hanno obbligati a fare, che ancora oggi conduciamo, e il perché non meritiamo l’Eden promesso ma, per conto mio, avrebbero dovuto trovare un motivo più grave e valido. Come abbiano potuto campare, per così tanti anni, su una motivazione ridicola come quella della mela colta, disobbedendo a Dio, rimarrà un mistero per l’eternità presumo.

Voglio dire, d’accordo che a contare è il principio e non il frutto proibito, semplice emblema di discordia, ma un Padre buono, amorevole e che soprattutto perdona sempre, come può incazzarsi così per un tradimento che ha proprio l’aria del dispettuccio infantile? In particolar modo, come può portare tutto questo rancore per così tanti secoli?

Conoscerete tutti l’argomento del quale sto parlando e anche dopo averlo pompato, per renderlo più grave, con indicazioni del tipo: avevano tutto quello che volevano, non dovevano disobbedire, non dovevano cedere alla tentazione, etc… equivale al bimbo che ruba la marmellata nonostante non gli manchi nulla e la mamma gli proibisce di toccarla.

Ma, come ripeto, dovevamo tutti essere macchiati di peccato, a partire da quello capitale, perché due nostri predecessori hanno avuto la brillantissima idea di assaggiare una mela. Frutto che, negli anni, acquistò una sua rivincita divenendo quello che – se mangiato una volta al giorno toglie il medico di torno -.

Dio, però, non è un dottore e questo gesto lo ha riempito di offesa e odio verso gli uomini (proprio come un uomo… che coincidenza!).

Ero felice, da bambina, nel pensare che tra me e questo Dio severo c’era mio papà (quello in carne e ossa) a fare un po’ come da intermediario e paciere, il quale, se anche avessi rubato un frutto, al massimo mi avrebbe fatto una romanzina di mezz’ora.

Meno male che non sono nata a quel tempo e forse fu per questo che non mi piacque mai essere una “prima donna”. Quell’imprecazione classica, a me dedicata – Porca Meg! – (Porca Eva) poi, non l’avrei potuta sopportare.

Fatto sta che bisogna ammettere il fascino che si cela dietro a tutto questo. Dobbiamo dire che sono stati proprio bravi, perché se non diciamo che sono stati bravi loro, l’unica cosa che rimane è affermare che siamo stati noi dei veri tontoloni all’ennesima potenza.

Con una sciocca favoletta sono riusciti a piegare l’umanità intera al suono di un’unica voce che conteneva diversi messaggi: devi obbedire (sei un servo), devi saperti accontentare (non vali molto), la pagherai cara (occorre punire e vendicarsi), sei un peccatore (un essere indegno), devi accettare la tua pena (non puoi ribellarti), sei un debole (non hai alcun potere), quello che fai è irreparabile (‘zzi tua), non verrai perdonato (non meriti, devi vergognarti), il giudizio prima di tutto (nasconditi), la storia dell’amore quindi non esiste (sarai sempre tradito) e, se proprio devo dirle tutte… ma, ‘ste cacchio di donne, farsi una padellatina di cavoli propri no eh? Le femmine rovineranno il mondo! Ma non sono femminista, ne’ maschilista quindi non continuo su questo punto a parte il citare – E tu donna partorirai con dolore! -… che poi… io ho visto partorire la mia gatta e non è che lei invece si è divertita così tanto rispetto a un’umana. Ha peccato anche pure la felide?

Però c’è un altro fatto da tener a mente. Ce ne sono molti a dire il vero ma non posso scrivere un romanzo. Ciò che in qualche modo colpisce è come i due protagonisti del fattaccio si siano mossi velocemente a darsi colpe l’uno con l’altra, senza cioè assumersi le proprie responsabilità. Quante somiglianze con il genere umano e così non si fa. No, no e no!

Esopo ha provato per anni, con le sue fiabe, a tirar fuori qualcosa di altrettanto idilliaco ma il massimo che ha ottenuto è stato di essere tradotto in prima liceo.

Ora, venendo seri, di favole ce ne sono state molte, ma ben poche sono riuscite ad avvilire intrinsecamente l’essere umano come questa e tutto quello che ne è poi conseguito. Innestando in lui il concetto dell’“aver sbagliato”, di partire già in svantaggio, di essere già dalla parte del torto. A prescindere. Un insetto di poco valore che ha osato sfidare Dio convinto di farla franca. Che porcheria. Che essere disgustoso l’essere umano! Come si è permesso? È bene che paghi ora e anche caramente. Dio sa tutto, vede tutto e può tutto. Ha fatto confessare i due malfattori perché era giusto ammettere le proprie colpe impauriti e micragnosi come due nudi vermetti ma, in realtà, lui aveva già visto.

E questa storia della confessione andò avanti per anni e poi per secoli, guardando individui che inconsciamente oppressi da una spada di Damocle pendente sui loro capi, andavano a raccontare tutte le loro malefatte a chi, sulla terra, intercedeva tra lui e il Regno dei Cieli. Qualche preghiera per espiare le proprie colpe e si poteva tornare a trascorrere la vita di tutti i giorni, commettendo gli stessi peccati, tanto, il sabato dopo, si raccontavano gli affari propri a chi poteva custodire i nostri segreti.

Ma… le favole… solitamente… non narrano di gioie e lieti fini? Sì, ci sono sempre l’orco e la strega cattiva ma poi c’è anche la vittoria del bene sul male. Tranne qui. Tranne in questa fiaba che ci hanno obbligato a vivere dove, il bene, se c’è, sta comunque perdendo da circa duemila anni. La fiaba. La nostra. Quella che dobbiamo vivere e che doveva essere la più bella di tutte perché era la nostra vita.

Ora, è vero che la parola “peccatore” dal latino “peccare” significa “sbagliare” inteso come “allontanarsi da Dio” (ne deriva l’allontanamento dall’Eden) ma io avrei cercato un’altra metafora anche se, devo ammettere, che questa ha funzionato.

…Come abbiano potuto campare, per così tanti anni, su una motivazione ridicola come quella della mela colta, disobbedendo a Dio, rimarrà un mistero per l’eternità presumo. Me lo devono spiegare. O forse no. Forse mi sono spiegata da sola.

Prosit!

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Orecchie a sventola: io dono ma tu guardami

OLTRE LE VALUTAZIONI

Sono parecchie le persone, bambini compresi, con le orecchie a sventola. Una caratteristica che dice tanto di una persona e che racchiude, in sé, indizi di ricchezza. Personalmente la trovo una caratteristica che sa di tenerezza ma questo è un gusto che appartiene a me e non ha nulla a che vedere con l’articolo. La società, però, ha deciso di giudicare negativamente questa qualità e molti decidono quindi di intervenire chirurgicamente per ottenere i canoni che la nostra cultura vuole.

Chi ha le orecchie a sventola è destinato ad essere preso in giro, considerato ridicolo, bruttino e disarmonico, laddove si osserva solo la confezione e non si riesce ad osservare un corpo come un traduttore di messaggi importanti. Capelli e cappelli diventano quindi i migliori amici per nascondere quello che viene considerato un – difetto – peraltro molto evidente e, si soffoca così, inconsciamente, anche una natura splendida.

Premetto che la fisiognomica non può essere presa singolarmente. Un viso lo si deve guardare nel suo insieme ma si può comunque provare a dare nozioni inerenti ad un carattere fisiognomico molto accentuato.

UN ESSERE PIENO DI VIRTU’

Detto questo, e tornando al discorso della splendida natura chiusa in quelle orecchie, “sgradevoli alla vista” della maggior parte delle persone, bisogna proprio ammettere che chi ha le orecchie a sventola è un individuo ricco di virtù.

La sua più grande dote è quella della generosità, anche se purtroppo può essere difficile da vedere il suo altruismo a causa della riservatezza nella quale questa persona viene obbligata poi a cadere, per non essere additata. È generosa e si interessa del bisogno degli altri.

La forma delle sue orecchie serve a trasformare queste parti del corpo in vere e proprie antenne, perché è interessata a capire se qualcuno può aver bisogno, per poterlo così aiutare velocemente. Cerca di captare se ci può essere necessità di un suo intervento, negli eventi della vita che le scorrono attorno, e prestare così il suo operato.

Queste “antenne”, però, hanno anche il compito di avvisarla in caso di pericolo. Le persone che hanno le orecchie a sventola sono sensibili e quindi si sentono facilmente attaccabili e vulnerabili. Non hanno una forte corazza, non vogliono o non vorrebbero averla, visto che il loro intento è quello di unirsi agli altri ma, rendendosi conto di essere quindi più attaccabili, hanno bisogno di sentire un eventuale pericolo arrivare da lontano. Come se le orecchie, per loro, fossero un radar.

UN CARATTERE E UN CORPO

Per questo, io personalmente, sono contraria alla chirurgia in questo tema. Il corpo e la psiche sono un tutt’uno. Se si ha un determinato temperamento, o carattere, è anche giusto avere gli strumenti di difesa e di allerta più adatti. Ognuno nasce perfetto con un corpo adatto all’evoluzione che la sua anima deve compiere.

Si parla quindi di persone timorose che vivono nella paura di essere traditi, di ricevere del male ma, nonostante tutto, propensi ad avvicinarsi al prossimo e accoglierlo.

A me, tutto questo, sembra un nobile atteggiamento e per il soggetto in questione è sicuramente un’evoluzione che deve compiere nella sua vita attraverso la consapevolezza.

Costui è anche un soggetto ben poco aggressivo ma ha un grande bisogno di essere visto. Bisogno di essere riconosciuto. Bisogno di valere, di essere amato, in pratica, per quello che è.

Un difetto? A volte può sembrare un saputello. Deve pur celarsi dietro a qualcosa, scegliendo sovente l’istruzione come arma per incantare o zittire l’”avversario”.

SIAMO ESSERI LIBERI

Ama smisuratamente la libertà propria e degli altri. Difficilmente giudica e, spesso, può ambire così tanto al suo essere libero da sembrare irresponsabile e superficiale. Occorre poi anche vedere come il contesto familiare o sociale lo hanno educato, plasmato, modellato, ma la sua natura è questa descritta. Non capisce infatti come sia possibile che, molte persone, siano attaccate al giudizio negativo delle sue orecchie anziché vivere facendosi i cavoli propri.

È assai difficile andare contro il giudizio degli altri e sentirsi superiori per come si è ma penso sia utile insegnare ad un figlio ad essere forte e rimanere se stesso prima di acconsentire debolmente alla modificazione di una parte del corpo. Gli amici dovrebbero ritenersi fortunati nell’avere al proprio fianco quello che nominano “Dumbo”, perché hanno un tesoro che difficilmente li abbandonerà nella vita. E poi, Dumbo, era o non era dolcissimo? Ci sono le eccezioni naturalmente. Ho conosciuto gente con le orecchie a sventola antipatiche a dismisura.

Non vergognarti delle tue orecchie, sfoderale come se fossero le ali di una farfalla. E, se ti deridono dicendoti che spicchi il volo, rispondi che tutti dovremmo spiccare il volo anziché stare attanagliati a questa realtà come schiavi debosciati, e tu puoi farlo più facilmente.

Prosit!

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Dopo i traumi, la malattia – l’Urlo dell’Anima

NON C’E’ PEGGIOR SORDO…

É normale urlare con i sordi. Urliamo verso chi non sente con la nostra parte fisica e urliamo verso il nostro corpo con la parte animica. In modo differente, ma il principio è lo stesso. Perché a volte siamo sordi anche noi, molto più di chi ha seriamente perso l’udito e, come dice un vecchio proverbio – Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire -.

Noi siamo fisico, anima e spirito. L’anima è quella parte di noi che ci comunica la volontà dello spirito ma noi non comprendiamo praticamente mai, per questo deve gridare. É il messaggero della coscienza. É sbagliato dire – Ho un’anima -. Io sono anima. Sono anche anima, non ho un anima. Ma ci sono parti di noi che non vediamo, non sentiamo, non percepiamo. Non sappiamo tutto ciò che pensa la nostra mente, non conosciamo tutto quello che vive il nostro corpo e non capiamo nulla di Sé Superiore o di anima ma tutto è collegato nel formare la splendida creazione che siamo. O, più che creazione, sarebbe meglio dire “emanazione“. Siamo un’emanzione di Dio, inteso come Energia Cosmica, una sua diffusione.

Essendo il tramite, tra l’Io Superior e ciò che crediamo essere, l’anima, come dicevo, prova a parlarci, prova a dirci cosa siamo realmente e lo fa anche quando viviamo situazioni che a noi sembrano difficili prove da superare.

Non riusciamo ad ascoltare la sua voce, ossia, non riusciamo a vedere oltre il Velo di Maya, una nebbia che abbiamo davanti agli occhi e che non ci permette di osservare e comprendere la perfezione divina anche là, dove noi vediamo solo drammi e tragedie. Ogni dramma e ogni tragedia altro non è che la rivisitazione di un trauma che ci portiamo dentro da quando siamo nati.

IL PRIMO IMPORTANTE ANNO

All’incirca durante il primo anno di vita subiamo tutti i traumi che ci porteremo poi avanti per tutta l’esistenza se non elaborati. Questo non vuol dire che durante il primo anno di vita veniamo per forza violentati o dimenticati o abbandonati o derisi come s’intende, ma significa che viviamo le basi emozionali di quelli che sono i primi gradini del trauma. Di tutti i traumi. Sì, anche forme di violenze o abbandono o derisione, in base a come noi li percepiamo.

Per capirci, se oggi soffri perché il partner ti abbandona, è perché durante il primo periodo dopo la tua nascita hai vissuto un evento che ti ha creato dentro lo spavento o l’angoscia dell’abbandono. Tale spavento o tale angoscia, non “curati”, sono aumentati sempre di più in te, formando, ad esempio, il bisogno dell’attaccamento a cose, persone, luoghi, ricordi. Tutto ciò che riesce a non farti sentire solo. Non curato, quel primo accenno di abbandono, che ai tempi ti ha visto soltanto piangere per cinque minuti, oggi è invece fonte di grande tristezza, paura, delusione, frustrazione perché è cresciuto anche lui, assieme a te, quanto te.

Di traumi ne subiamo mille e più di mille. Alcuni si coagulano in noi, altri no, in base agli eventi che viviamo e, più spiritualmente, in base al percorso che dobbiamo compiere e all’evoluzione della nostra anima. Ogni volta quindi che ci assoggettiamo, magari senza rendercene conto, ad uno di questi traumi in modo emozionale, è come se formassimo una ferita nel nostro organismo.

Ogni volta che, anziché evolvere, al fine di vivere liberi e come esseri divini e potenti, continuiamo emozionalmente a reagire allo stesso modo, creiamo un danno fisico. Fisico perché, come dicevo prima, siamo un tutt’uno. Questo danno, se continua in quel punto, un po’ come girare il coltello nella stessa piaga, diventa sempre più grande fino a divenire una malattia. Come malattia intendo ogni tipo di malessere fisico.

TRAUMA DOPO TRAUMA ARRIVA LA MALATTIA

Se abbiamo paura del giudizio degli altri e non ascoltiamo la voce dell’anima, che invece vorrebbe vivessimo senza questa spada di Damocle addosso, a lungo andare, formeremo un malessere al nostro corpo. I malesseri possono essere tanti, di vario tipo e di varia natura ma, a formarli, sono sempre le emozioni negative che proviamo. É come se avvelenassimo il nostro corpo. Dopo una certa dose di veleno, ecco che il nostro corpo inizia a risentirne e, da qui, la nascita del problema. Un dolore, un malanno, una botta, un inestetismo, una patologia… tutti sono il risultato delle emozioni che abbiamo provato perché non abbiamo ascoltato l’anima e non ci siamo fidati di lei nonostante le sue urla. La tossicità emozionale diventa fisica come un messaggio neuronale che da elettrico, per arrivare al cervello dopo aver ricevuto l’input, diventa chimico e cioè tangibile. Concreto.

Prendersela con quella malattia e con quelle urla è come prendersela con uno che sta alzando il volume della voce per farsi sentire da te che sei sordo.

Questa è la malattia. Il sintomo è un messaggio. La ripercussione sul fisico avviene perché, come ripeto, tutte le parti dalle quali siamo composti, sono collegate e comunicano tra loro.

Se imparassimo ad ascoltare l’anima, fin dai suoi primi sussurri, non dovrebbe gridare. È molto difficile ma, proprio grazie al collegamento anima-corpo, è in realtà possibile. Riuscendoci, non solo smetteremmo di soffrire fisicamente ma potremmo anche scoprire tutte le cose belle che ci attendono e afferrarle.

Prosit!

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Imparare a specchiarsi negli altri: ma io non sono così!

LO SPECCHIO E’ UN BUGIARDO!

LA LEGGE DELLO SPECCHIO E’ UNA FARSA… FORSE… O E’ UN FORSE… FARSA

Mi capita spesso, inerente all’argomento della Legge dello Specchio, sentire molte persone che, con espressione totalmente basita, mi chiedono – Meg, sto incontrando molta sopraffazione da parte della gente ma io non sono così! Non voglio prevaricare nessuno, anzi! – oppure – Meg, mi capita spesso di imbattermi contro dei megagalattici ignoranti ma non mi sembra di essere così inetto! -.

In parole povere, Meg, la tua (che mia non è) Legge dello Specchio, che tanto proclami, non funziona. È un falso!

Purtroppo, si pensa questo perché si è abituati a guardare sempre e solo l’esterno. Troppo. Ci si concentra sul comportamento palesato da quella persona ma senza andare al nocciolo della questione; un nocciolo che palpita, invece, dentro di noi.

Voglio farti due esempi perché, secondo me, con gli esempi si capiscono bene i concetti e hai anche, se mi credi, la garanzia che tali fatti sono accaduti realmente.

I MOSTRI SERVITI SU UN VASSOIO D’ARGENTO

Qualche tempo fa ebbi a che fare con una persona, un uomo, che mi irritava parecchio col suo modo di fare. Non era un mio parente, ne’ un partner, ma dovevo avere a che fare con lui tutti i santi giorni (chissà come mai…).

Quello che m’infastidiva del suo comportamento era il modo in cui denigrava gli altri, senza mezzi termini, pur di risultare lui fantastico. Voleva spegnere la brillantezza degli altri per risultare lui più luminoso e lo faceva in un modo parecchio offensivo, sia con me che con chiunque altro. Anzi, ad essere sincera, con me neanche tanto, ma comunque vivevo in prima persona quello che regalava alla gente. Quindi mi riguardava ugualmente.

Questo suo modo di fare mi irritava parecchio. D’in principio avrei voluto offenderlo davanti a tutti, avrei avuto molti esempi da tirare in ballo, visto che era in realtà un incapace, e avrei voluto anche tirargli una scarpa in testa, non lo nego. Ma mi dissi invece di osservare. Di osservare in lui il mio riflesso. Lui era un mio specchio.

Perbacco… guardai, ragionai, pensai… ma nulla mi venne alla mente che potesse paragonarmi al suo modo di fare. Ho molti difetti ma di certo non quello di voler inabissare gli altri per godere io di splendore. Quindi non capivo. Io non ero così! Non ero così maleducata, denigratoria, svilente, presuntuosa, lo giuro! Ma… non cedetti, continuai a rimanere focalizzata su quel riflesso e, col tempo, ecco accendersi una lampadina. Parliamo infatti di illuminarsi no? Beh, forse una piccola abat-jour l’ho accesa. Un lumino flebile flebile.

EUREKA!

Perché quell’uomo si comportava così? Cosa lo faceva muovere in quel modo? Qual’era l’emozione intrinseca che governava il suo comportamento? Il bisogno di essere visto. Ebbene sì. Non voglio giustificarlo, ma non c’era cattiveria in lui, soltanto un grandissimo ed estremo bisogno di essere visto dal mondo, di essere amato! Di non essere un codice dimenticato nel buio come credeva d’essere. Ecco tutto il suo dolore. La convinzione di non esistere. Di passare inosservato. Se ci sei o non ci sei fa lo stesso, tanto nessuno ti ama. È davvero brutto, fa male.

Fu allora che mi guardai meglio e dovetti ammettere che anch’io volevo a tutti i costi essere vista. Non usavo i suoi mezzi, non ero cafona agli occhi degli altri, ne’ cercavo di spegnere gli altri ma, anch’io, avevo bisogno di essere vista e amata, e tanto anche. Più di quello che pensavo. Ognuno usa i mezzi che ha. Avrei pagato oro un complimento, mi scioglievo se qualcuno si accorgeva di me, mi piaceva tantissimo essere vista e volevo piacere. Certo, io, come ho detto, avevo altri strumenti. Al contrario di quell’uomo, bramavo dentro, risultando più amorevole ed educata ma il bisogno era lo stesso e, affinché io potessi vederlo, l’Universo doveva porgermelo in modo eclatante, sconvolgente. Doveva toccarmi e lo fece. Come vi ho detto, infatti, avrei voluto picchiarlo quel tizio, all’inizio.

Un altro esempio che voglio raccontarvi riguarda un altro uomo, un anziano, che si mostrava agli occhi di tutti di un’ignoranza e una cattiveria incredibili. Soffriva tantissimo la sconfitta e, ogni volta che gli succedeva di perdere, sia nel gioco che nella vita, la colpa era sempre degli altri e si rivolgeva loro con frasi cattive, denigratorie e imprecando.

Anche qui, dapprima, non mi riconobbi. Se chiedi a cento persone che mi conoscono, nessuna di loro ti direbbe che sono così; lo direi io stessa. In effetti, mai mi sono rivolta a qualcuno in tale maniera ma questo non c’entra proprio nulla. Ciò che l’Universo voleva solo mostrami, e anche qui dovette farlo in modo lampante perché non vedevo, era il mio bisogno di vincere perché, vincendo, risultavo più “brava” e quindi più adulata e lusingata.

OH! MI VEDI?!

Anche qui, ecco il mio bisogno di essere amata dagli altri. Alla fine, bene o male, tutto torna al demone principale che, nel mio caso, era quello del non amarmi e del pensare di non valere abbastanza. Una “vincita” ti assicura invece “valore”. Questo secondo uomo, stava solo palesando con l’evidenziatore un qualcosa che io non mostravo ma che esisteva dentro di me. Rodeva dentro di me!

Ora capisci che quando incontri invidiosi non significa che tu ti comporti da invidioso o sei invidioso. Quando incontri dei violenti non significa che ti comporti in modo violento o sei violento. E così via. A volte, può anche essere semplicemente quello il riflesso, molto semplicemente, e dovresti accettarlo. Altre volte, invece, significa che devi andare oltre. Devi scavare in profondità, dentro te stesso, e scoprire il messaggio che si cela al di là del famoso Velo di Maya.

Se tu non ti oseresti mai a dire ad una persona che è una cretina, ma lo pensi e questa cosa ti infastidisce, incontrerai persone che danno a tutti dei cretini, che passeranno quindi da maleducati e tu li giudicherai come se fossero degli arroganti zoticoni. Invece vogliono solo mostrarti cosa c’è dentro di te. Quanto giudichi gli altri? Quanto giudichi il loro essere stupidi? Quanto non lo sopporti? E magari ti fai un mucchio di rabbia inutile perché quell’altro è un emerito imbecille.

Spero tu abbia compreso meglio il lavoro che si deve fare per conoscere i segreti che si nascondono nella Legge dello Specchio, la quale, non voglio passare per assolutista, ma non sbaglia mai. Non può sbagliare visto che solamente riflette e, credimi, reca sempre con sé un messaggio utile per te.

A proposito, posso assicurarti che trasmutando dentro di me quello che i due uomini di questo articolo mi hanno voluto mostrare, essi hanno cambiato il loro modo di fare. Per lo meno lo hanno cambiato davanti a me. Quello che fanno in altri luoghi non è affar mio, non è più una lezione che io devo imparare, non mi riguarda più e quindi non devo più vederla.

Cambia te e il mondo attorno a te cambierà.

Prosit!

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Mangiare velocemente – paura di essere aggrediti

UNA FAME DA LUPO

I Lupi non mangiano come noi, soprattutto in caso di scarsità di cibo o nei gruppi non naturali o in cattività. Non mangiano tutti assieme come gli umani, in uno di quelli che potrebbe essere il momento più bello della giornata.

In un branco di Lupi esiste una gerarchia e prima mangiano alcuni componenti, in base alla situazione che si presenta, i più importanti o i più bisognosi, e poi gli altri, indipendentemente dalla quantità di fame che possono avere.

Il modo di sbranare la preda è infatti differente da elemento a elemento. Mentre il Maschio Alfa o la coppia Alfa, ad esempio, può permettersi di mangiare in tutta tranquillità (sempre in base alla situazione), l’ultimo componente, con ora una fame incredibile, mangia in modo vorace, di fretta, a volte ringhiando e con un occhio attento a quello che gli succede attorno, come a dire – Ora tocca a me… guai se ti avvicini al mio cibo, ti mordo! – e nel frattempo si sbriga, divora quella polpa, addenta le ossa e potesse avere due bocche lo farebbe con entrambe, contemporaneamente. Ha paura. Paura che qualcuno gli porti via quel pasto dalle fauci.

È la stessa paura che prova un essere umano con l’abitudine di mangiare velocemente, inghiottendo senza neanche masticare.

GNAM! GLUP! BURP!

Allontanandoci dai Lupi ed entrando nella nostra realtà e nella metafora della vita, questo comportamento simboleggia il timore della mancanza. La paura di rimanerne senza ma, attenzione, non solo di cibo. Il cibo è un mezzo che ci mostra una preoccupazione intrinseca che ci accompagna. Anzi due. Se da una parte c’è infatti la paura di rimanere privi di qualcosa (soldi, affetto, salute, etc…) dall’altra c’è quella di essere giudicati.

Il restare troppo tempo fermi a cibarsi, palesando un’azione che rivela tanto su di noi, è come mettersi in mostra. Da come una persona mangia, infatti, si può capire anche come fa sesso, come affronta la vita, se è possessiva, se è introversa e molto altro.

Mangiare significa introdurre al nostro interno qualcosa che arriva dall’esterno e che ci nutre ma come ci nutre? In modo positivo o negativo? Quei giudizi su di me, ad esempio, saranno belli o brutti? Come mi nutriranno? – Beh, facciamo così, io per tagliare la testa al toro, vedo di sbrigarmi così se fossero negativi almeno sono pochi, se sono positivi tanto meglio -.

Voglio dire, se ci mettessimo un vestito orrendo, con il quale non ci oseremmo mai ad uscire, potremmo anche incontrare qualcuno in grado di apprezzare quell’abito ma diamo per scontato che, 99 persone su 100, proveranno disgusto per noi. Cerchiamo molto più di difenderci ed evitare i giudizi negativi piuttosto che godere di quelli positivi.

Così si finisce presto di mangiare, ci si toglie da lì, e questo modo di fare s’impadronisce talmente tanto di noi che, ovviamente, lo manteniamo anche quando siamo da soli a casa.

RIMARRAI SENZA… 

La privazione di cui parlavo prima, quel timore di mancanza, è visto anche inconsciamente come un’aggressione, un attacco da parte della vita (considerate anche che il giudizio stesso è visto come un’aggressione alla nostra persona, a quello che siamo) . – Se un domani dovessi rimanerne senza? – così, come un tiro mancino nella nostra esistenza. Per questo, la velocità che si collega al togliersi da lì, a causa del giudizio, diventa l’arma migliore per levarsi anche dal violento assalto che inconsciamente si aspetta. Una prevaricazione da parte di altri e ambientata nel tempo futuro.

Le persone che mangiano in questo modo sono infatti solitamente proiettate in avanti e quindi ansiose. Temono per il loro benessere e sono convinte, nella vita, di dover fare sempre di più su qualsiasi fronte. Non basta mai. Sono molto severe con loro stesse perché quel fare, quel comportarsi, quel dare, etc… viene visto come “il più porta a di più” in tutti i sensi e, di conseguenza, si avranno meno possibilità di “rimanere senza”.

Avrete presente, inoltre, che mangiare voracemente dona un senso di sazietà diverso dal cibarsi lentamente. Il fatto che più tardi si abbia di nuovo fame non viene considerato ma, in quel momento, si ha una sensazione di pienezza molto appagante. Quel cibo è come se uscisse da tutti i pori, ci si sente pieni, e questo fa godere del sentirsi pieni di ciò che invece avevamo paura venisse a mancare. Anziché il vuoto sentiamo così la pienezza. Tutta un’altra storia.

BLEAH! CHE SCHIFO!

Ad aggiungersi a tutto questo c’è anche un altro motivo, il quale potrebbe non essere sempre presente ma è stato notato nella maggior parte dei casi.

Chi fagocita avidamente può essere una persona poco generosa e che nella vita ha dovuto mandare giù diversi “bocconi amari”, pertanto, inghiotte tutto senza masticare e privandosi del gusto, proprio perché costretta a ingerire cose spiacevoli e sgradevoli da tenere in bocca sulle papille gustative.

Concentrarsi sulla calma, sulla serenità e andando adagio mentre si mangia, può essere un utile esercizio che potrebbe riversare poi i suoi benefici anche in altri ambiti della vita, permettendo così di assaporare gli alimenti e l’esistenza tutta con più tranquillità e più entusiasmo.

Dal punto di vista fisiologico, inoltre, gli organi del nostro apparato digerente ringrazieranno, in quanto gli evitiamo un bel po’ di fatica per digerire.

Prosit!

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Avrei voluto dirti tante cose quando mi chiedesti di Dio

Puoi credere a Dio come meglio credi. Puoi appartenere ad una religione oppure no. Puoi pensare che Dio sia l’Amore o una figura precisa. Puoi pensare che Dio sia nella natura o sopra una nuvoletta. Puoi chiamarlo come vuoi. Sappi solo che sei la sua espressione e la sua manifestazione migliore.

Avrei voluto dirti tante cose quel giorno in cui mi chiedesti di Dio ma non ti dissi niente.

Avrei voluto spiegarti come realmente stavano le cose, per il mio sentire, e invece mi bloccai, sorpresa e preoccupata, nei confronti dell’intricato discorso nel quale mi sarei dovuta cacciare.

Avrei saputo raccontarti molto ma non lo feci, negandoti la possibilità, anche minima e forse impossibile, di poter intravedere uno spiraglio di luce.

Fu per questo che venni a prenderti, dopo tempo, all’improvviso. Non avrei più permesso al mio silenzio l’evitarmi di donare una nuova idea. Una nuova riflessione. Fu per questo che, armata di tanto coraggio, ti obbligai a guardarmi negli occhi pronta a sfidare ogni tua richiesta, ogni tua sarcastica risata, ogni tua incredula frase condita di rabbia e voglia di zittirmi. Fu per questo che venni a chiederti di ascoltarmi, di lasciarmi spiegare.

Eri un uomo grande e grosso, e lo sei ancora, ma fu come vederti ancora più grande… con la tua mente chiusa e la tua giustizia. Un rivoluzionario che non amava i soprusi e si lasciava guidare, convinto, dalla sua onestà.

Ricordo i tuoi cinquant’anni che vedevo come un ostacolo. Ricordo l’impulso d’amore che provai per te in quel momento.

Ricordo il tono della tua voce che mi fece la fatidica domanda trovandomi muta. Ricordo la voglia di sviscerarti addosso tutto ciò che mi apparteneva e la scelta, poi, di mordermi la lingua. Ricordo il tuo sguardo avvilito… – Meg… perché Dio ce l’ha con me? -.

Quel tuo vedere te stesso come un giudice punitore ma non lo comprendevi.

E avrei voluto abbracciarti più forte di come feci e lo faccio ora, perché so che non mi credi ma mi leggi ed è come se la tua lunga barba, morbida, accarezzasse le mie guance. Perchè so che qualcosa ti attira verso le mie parole.

Avrei voluto dirtelo fin da allora.

Non esiste nessun Dio che possa avercela con te. Nessun Dio ti giudica. Nessun Dio ti punisce. Nessun Dio ti premia.

Quando ti feci voltare, obbligandoti a guardarmi, la prima cosa che ti chiesi fu – Quanto tu ce l’hai con te stesso? Quanto ti credi sbagliato e meritevole di punizioni?! Quanto pensi di non essere degno d’amore, d’abbondanza, di compassione?

Io mi muovo sempre per il bene – mi dicesti

Un giustiziere. Perché? Perché tutta questa rettitudine nei confronti degli altri? Quali peccati devi espiare? Quali grandi colpe… o quali grandi bisogni devi soddisfare? – risposi.

Fu in quel momento che vidi un tuo sopracciglio inclinarsi verso il basso. L’attenzione. La concentrazione. Due piccole rughe, nette e stropicciate, presero forma in mezzo ai tuoi occhi. Ti avevo. E non ti avrei più lasciato andare.

Quanta punizione pensi di meritare per uno sgarro?

Tanta – mi rispondesti dopo qualche attimo di silenzio

E quante volte compi errori ai danni degli altri o di te stesso?

Fosti più pronto perché non guardasti oltre il “velo”.

Raramente

Questo è il tuo più grande sbaglio. La tua più grande menomazione. Il non vedere -. I tuoi occhi si fecero a fessura. Continuai. – Non ti rendi conto che, dentro di te, il carburante che ti fa muovere, è l’estremo bisogno di piacere agli altri, di essere apprezzato, di essere accolto e amato. Ogni tua mossa ha questo fine inconsapevolmente -.

Che male c’è?

Il male risiede nel movente. Perché ti adoperi in questo senso? Te lo spiego io. Perché hai paura. Paura di non essere visto. Paura di essere messo in un angolo. E perché sei povero. Povero di amore e rispetto per te stesso. La paura e la povertà sono gli elementi che costituiscono questo tuo stato d’essere. Ne sei permeato. Ne sei pieno dentro quanto fuori, attorno a te. Questa è la tua punizione. La tua crocifissione che tu soltanto ti stai infliggendo. Nessun Dio lo fa al posto tuo. L’unica cosa che potrebbe fare Dio, qualora avesse i nostri sentimenti, sarebbe quella di offendersi. Di dover accettare di malavoglia che una sua creazione, unica e perfetta, sua figlia, non si ama. Non riconosce la sua perfezione e mendica accettazione dagli altri. Una sua scintilla, divina quanto lui, padrona del cosmo, vive nella paura e nella povertà. Vive nella punizione laddove alcuni suoi demoni esistenti, dei quali lei non ha colpa, la fanno sentire una povera esistenza mediocre. Laddove nutri il senso di colpa perché non c’è libertà. Perché sei vittima del giudizio, palese o subdolo che sia, di chi ti sta attorno. E perché tu stesso giudichi. Giudichi il giusto e lo sbagliato, con occhi e sensi fisici, perchè tu stesso sei a favore della punizione dolorosa, senza osservare con lo sguardo dell’anima che vede attraverso il cuore. Il cuore, la sede di Dio. Dove vorresti perdonare ma gli schemi mentali te lo proibiscono. Dove vorresti arrenderti ma la ragione ti convince ad infierire. Dove vorresti accettare ma saresti solo un verme se lo facessi. Dove vorresti coccolarti ma ti hanno insegnato che, in certi casi, non si devono usare le carezze ma le sberle. Chi si sta punendo? Dove si trova un Dio disposto al perdono se il perdono non c’è? Come potresti trovare un cammello nella macchia mediterranea? Guardati… chi si sta punendo? Chi si mette davanti a tali prove?

Dio mi punisce perché non vado verso di lui?

Dio è amore. Non c’è nessun Dio là fuori concepito come ci è stato insegnato. L’amore è la Sorgente. L’energia cosmica. Quella è Dio, ed è ovunque. E’ quando non vai verso l’amore, verso qualsiasi sua forma che incontrerai ciò che stai incontrando. Che incontrerai punizioni al posto di compassione, vendetta al posto del perdono, bastonate al posto della dolcezza. E una delle forme più importanti è quella da rivolgere a te, perchè amando te ami Dio e ami il Tutto. Rispettati se vuoi che tutto l’Universo abbia rispetto di te

L’abbraccio. Il silenzio.

Prosit!

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