Quanto dura il Dolore?

DUE ANNI PER STAR MALE E DUE GIORNI PER STAR BENE

Quante volte abbiamo sofferto e abbiamo pianto. Fiumi e fiumi di lacrime accompagnate da singhiozzi e forse anche da urla.

Piangere è un bene. Un po’ del nostro demone esce fuori attraverso quelle gocce salate che sgorgano dai nostri occhi.

Il pianto della sofferenza è anche la manifestazione fisica di un dolore che abbiamo raccolto e nutrito e che ora cerchiamo, inconsciamente, di espellere. A volte può capitare che dopo un bel pianto ci si senta subito meglio, altre volte invece, nonostante quello sfogo, rimane in noi una specie di oppressione che non ci permette di vivere felici e sollevati e passiamo le giornate a chiederci “quando finirà? Quando ricomincero’ a stare bene?”.

Ogni volta che stiamo male, sia moralmente che fisicamente, pretendiamo poi di stare subito meglio. Sopportare quell’angoscia è faticoso e non accettiamo, ora, i tempi della guarigione sia essa fisica che emozionale. La guarigione ha i suoi tempi e sono sempre troppo lunghi per noi, per i nostri bisogni e per la nostra vita frenetica ma, in realtà, sono in perfetto accordo con la natura e i suoi metodi di RIPARAZIONE.

Quando capita che il fegato di qualcuno si ammala, si prega affinché quel fegato possa sistemarsi velocemente, al meglio, ma non si pensa mai che per venti lunghi anni quel fegato è stato maltrattato, forzato, sovraccaricato da abitudini non sane. Per venti lunghi anni ha subito ma, adesso, nel giro di due giorni, deve ritornare come nuovo. È impossibile e presuntuoso non trovi? E questo vale per qualsiasi tipo di malessere.

UN’AMPOLLA PER LE LACRIME

Sarà capitato anche a te, nella vita, di piangere per un’ora di fila e versare sul tuo viso grossi lacrimoni. Avresti quasi potuto riempire una piccola ampolla lo sai? Non ci vuole molto. Se tu avessi raccolto tutte quelle gocce lo avresti fatto. In una sola ora ripeto. Ora supponiamo di mettere questa ampolla, senza tappo, su un mobile a prendere aria. Quanto tempo ci impiega quel liquido a evaporare del tutto facendo ritorno all’energia cosmica? Parecchi giorni. Molti giorni. Tu hai impiegato solo sessanta minuti per crearlo ma per “distruggersi” ha bisogno di molto più tempo.

La stessa cosa vale per una ferita. A tagliarti ci metti un attimo. È una questione di pochi secondi ma, per guarire, quel taglio, impiegherà diverso tempo.

L’ampolla piena di lacrime e il taglio sulla pelle sono cose fisiche che possiamo vedere e toccare mentre non possiamo osservare allo stesso modo i nostri pensieri, o i nostri intenti, o le nostre emozioni quindi non riusciamo a vedere i meccanismi della guarigione che sono identici.

Quando si sta male per un qualcosa di emotivo non si può, purtroppo, pretendere di stare subito meglio poiché ogni cura ha bisogno del suo tempo proprio come la cicatrizzazione di una ferita o l’evaporazione di un liquido.

COMUNQUE MIGLIORA

Esiste però la possibilità di notare un leggero miglioramento ogni giorno. A volte i miglioramenti sono così lievi da risultare impercettibili e, non vedendoli, cadiamo sempre di più nell’angoscia. In una ampolla però, il giorno dopo, non ci sarà più liquido del giorno prima, in una condizione normale, così come il taglio non sarà più lungo del giorno prima, in una condizione normale.

Se quindi alla tua sofferenza non si aggiunge ulteriore sofferenza, dovresti cercare di sforzarti a vedere i piccoli progressi. Magari ora, anche se non te ne sei reso conto, respiri meglio di ieri oppure hai pianto per minor tempo, o sei riuscito a distrarti anche se solo per qualche secondo da quella che era per te una terribile ossessione.

Se riesci a porre attenzione a queste migliorie le nutri. È come se tu accendessi su di loro una luce, un occhio di bue, e loro sentendosi viste si sentono ora più importanti. Avranno pertanto voglia di crescere e ingigantirsi cosicché l’indomani saranno ancora più grandi, ancora più visibili e tu starai sempre meglio.

L’ACQUA SE LA GUARDI NON BOLLE

All’incontrario, fintanto che tu continuerai ad osservare le lacrime che ancora sono nel piccolo vasetto, è come se fermassi il tempo su quel dolore.

Hai presente il detto: “l’acqua sul fuoco, se la guardi, non bolle mai”?

Hai mai provato?

Quando sei in ritardo e devi buttare la pasta, l’acqua è come se non arrivasse mai a bollire. Quel tempo sembra lungo e infinito. Ovviamente è solo un’impressione ma il fatto é che si sta realmente in ansia, o siamo inquieti, o iniziamo a battere coi piedi come per accelerare il tempo. Ciò che è soltanto un’impressione diventa fisico e reale e, la stessa cosa, all’inverso, vale nel cercare di stare bene. E si sta bene realmente. Alla fine è proprio questo che interessa a noi. Non continuare quindi a guardare l’acqua, focalizzati su altri aspetti.

Prosit!

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La Cataratta – la Visualizzazione di un Triste Futuro

Gli Occhi sono gli organi che ci permettono di vedere e, secondo il parere della Psicosomatica, ci permettono di vedere non solo il mondo reale che ci circonda ma anche la vita stessa, immaginando, ogni secondo che passa, il nostro prossimo futuro.

Senza neanche rendercene conto, siamo spesso proiettati verso il futuro, verso quello che accadrà, che sta per succedere. Ci pre-occupiamo sovente o, semplicemente, visualizziamo quello che stiamo per fare: “oggi dovrò andare a comprare il pane perché è terminato”.

Gli Occhi quindi, non solo filtrano e proiettano nel nostro cervello le forme e i colori attorno a noi, ma ci permettono immaginazioni, spesso minacciose, per la nostra parte intrinseca.

Se io ad esempio vedo il mio partner stare poco bene e soffrire di una malattia abbastanza grave, mentre lo guardo, automaticamente e inconsciamente, immagino il mio futuro travagliato che può essere senza di lui, perché la sua patologia potrebbe portarmelo via, o mi vedo affannata nel dovermi prendere cura di lui senza altri aiuti e senza più una quotidianità tranquilla e serena.

Oppure ancora, una grande spesa che devo affrontare per i prossimi anni mi turba. Più passa il tempo e più il mio debito rimane lì, non permettendomi una vita agiata.

La Cataratta, disturbo del quale parlo in questo post, è proprio la concretizzazione di questa paura inerente al mio futuro che mi rende triste. Immaginando così l’angoscia e il tormento, posso sviluppare questo disturbo dell’Occhio che è la formazione di un velo sul cristallino il quale diminuisce la mia vista. In alcuni casi può diventare così grave da rendere la persona completamente cieca.

Il Cristallino, membrana trasparente e convessa posizionata dietro l’iride, con la funzione di lente, in pratica si opacizza e io vedo di meno, proprio come a dire “non voglio vedere, questo futuro mi spaventa, mi angoscia, non voglio guardarlo”.

Possiamo notare come proprio la maggior parte delle persone che soffrono di Cataratta sono anziane. Questo disturbo, nella maggior parte dei casi, subentra infatti ad una certa età quando si inizia a percepire il futuro in modo diverso e più preoccupante rispetto a quando si è giovani. La paura della solitudine, della malattia, della morte sono tutti timori che, più si avanza con gli anni e più prendono piede in noi, pertanto, ecco comparire il problema oculare.

Una madre che vede i figli andare via e magari ha un marito malmesso dal punto di vista della salute.

Un figlio che vede la madre prossima alla fine dei suoi giorni.

L’operaio che deve andare in pensione e si sentirà solo ed escluso da quella azienda per la quale ha lavorato una vita intera.

Occorre quindi chiedersi: – Che cosa mi spaventa del futuro da rendermi così triste? -.

E’ difficile rispondere a questa domanda perché spesso non lo sappiamo neanche noi. Sono turbamenti celati nel nostro inconscio. Vediamo la fonte della nostra preoccupazione ma non ci accorgiamo che ci sta facendo preoccupare. Lo so, sembra assurdo ma è proprio così.

Una soluzione quindi è quella di immaginare semplicemente il nostro futuro rosa. Senza catalogare ciò che ci fa male, che ci mette ansia, che ci scombussola. Sappiamo di avere questo problema e anche quest’altro e quest’altro ancora ma non consideriamoli per questo esercizio. Mettiamoli da parte. Non ci servono.

Sappiamo che esistono e questo basta e avanza. Ora dobbiamo allenarci a vedere il bello e a stare tranquilli a livello generale. E’ molto dura, me ne rendo conto, ma così facendo è possibile non permettere alla Cataratta di formarsi ed eliminiamo un ulteriore problema che affliggerebbe direttamente noi stessi. Anziché chiudere il sipario nei confronti di quella situazione dobbiamo spostare da un lato questi eventi e scegliere di guardare la nostra prossima esistenza con gioia.

Questo non significa comportarsi come dei menefreghisti davanti al dolore degli altri o davanti al nostro malessere. Significa soltanto non dare a quel dolore la possibilità di governare ed essere padrone della nostra vita, nonché dei nostri disturbi fisici. Quel malessere c’è, esiste, me ne rendo conto ma non gli permetto di rendermi sua schiava. Lo vivo, lo affronto, lo accudisco ma faccio di tutto per rimanere nelle frequenze della pace almeno il più possibile. Devo fiduciosa nel credere che una soluzione perfetta per me arriverà.

E’ ostico comportarsi così? Moltissimo. E’ un lavoro straordinario e coraggioso ma è possibile. Sarà inoltre proprio grazie a questo risultato che potremmo essere ancora più d’aiuto a chi ci sta vicino e, soprattutto a noi stessi, continuando a vivere nella centratura. Nessuno infatti sta dicendo che dovete fare i salti dalla felicità ma la centratura occorre non scordarla mai.

Rimanere centrati e padroni di sé come un Guerriero. Viviamo prove difficili ma dobbiamo cercare di affrontarle con consapevolezza agendo nel migliore dei modi.

Prosit!

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Finché Morte non vi Separi

Insieme. Per sempre. Una vita intera accanto alla stessa persona. Una vita intera senza potersi dare l’opportunità di conoscere, apprendere, insegnare, condividere, anche con altri. Quante anime, quanta ricchezza c’è in giro per il mondo ma a noi, la nostra morale condizionata da temi sociali, religiosi e culturali, ci vieta di poterne conoscere l’identità più intima. Questo articolo non nasce per fare della polemica, non è questa la mia intenzione in quanto rispetto le idee, gli usi e i costumi di chiunque, quindi, dovrò cercare di fare attenzione a quello che scrivo e a come lo scrivo evitando così di passarvi un altro messaggio rispetto al mio scopo.

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Il post vuole infatti basarsi più sul giudizio della gente che sulle nostre tradizioni. Ovvio, il giudizio è figlio di esse ma penso che una qualsiasi tipologia di “figlio” debba crescere ed evolversi. Molto spesso infatti, il motivo principale per il quale non ci si separa dalla persona che è considerata nostra/o consorte è proprio per quello che – la gente potrebbe pensare -. Si, in tanti casi c’è la progenie, in altri, un discorso economico ma spesso, alla base, c’è il giudizio degli altri soprattutto per quello che riguardava gli anni passati e soprattutto per chi, di separazioni, ne ha già vissute più di una. Ebbene, ecco, venendo al sodo, il mio umile pensiero si riferisce innanzi tutto a qualsiasi tipo di rapporto, per cui non solo tra conviventi ma anche tra colleghi, tra amici e tra parenti! Padre e figlio, cugini, fratello e sorella. Un rapporto tra due persone, tra due esseri viventi, tra due identità ben distinte, a mio parere ha e deve avere una durata. Questa durata può essere si eterna, ma può anche essere di un mese, di un anno, di dieci anni e poi basta, parlando di un periodo temporale che l’uomo ha creato. Questo accade perché a mio avviso, le unioni che nascono, nascono per regalare qualcosa. Per darci qualcosa. Per permetterci di insegnare e per permetterci di apprendere (talvolta cose incomprensibili) e, una volta svolto il loro compito, possono tranquillamente terminare. Arriverà per noi, un’altra persona ad insegnarci cose nuove e, questa persona, sarà venuta a noi perché a sua volta dovrà imparare cose che noi, per come siamo, possiamo regalarle. Un bel giro di parole. Un giro come quello della vita, della famosa “ruota” che tutti usiamo come paragone. Un giro come quello che compie sempre il nostro Pianeta. La dinamicità. Ripeto, questa persona può essere un collega, un amico, un parente.

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Vi sembra così traumatico? Ci sono relazioni che durano pochi minuti. Quella tra voi e il macellaio, nel momento in cui acquistate della carne, è una relazione. Breve. Ma è una relazione. Il litigio con lo sconosciuto che incontrate per caso è una relazione. Un collegamento che sussiste tra due determinate entità. Questi sono i termini che la descrivono. Un collegamento che può finire quindi, perché è una cosa viva e come tale ha le sue evoluzioni. Accade che si possa stare insieme una vita intera come ho già detto e questo accade perché per tutta la nostra esistenza abbiamo da dare e da prendere da lei. Soprattutto se si parla di felicità. Finchè quella persona ci rende felici e noi altrettanto verso essa. Ci da gioia e noi la diamo a lei. Ma quando questo non accade più perché martoriarsi? Frustrarsi. Violentarsi l’animo.

1001281_398512433585307_636501910_n Io e, quella che in gergo si definisce la “mia migliore amica”, ci conosciamo da 32 anni. Non solo. Devo anche ammettere che da 32 anni ci vediamo praticamente quasi tutti i giorni. Non ci siamo ancora stancate l’una dell’altra. Io ho ancora tante cose da donarle e so che lei ne ha in serbo altrettante per me! Ogni giorno è una sorpresa, un discorso nuovo, uno sguardo mai visto. Ci conosciamo come le nostre tasche eppure ancora riusciamo a stupirci vicendevolmente. E finchè tutto rimarrà così, così sarà. Finchè io “morirei senza di lei” così sarà. Finchè morte non ci separi. Succederà che lei uscirà dalla mia vita quando io, senza di lei, anziché morire, vivrò…. meglio? No. Semplicemente vivrò una nuova vita. Delle nuove esperienze. Perché additare come – facili – o peggio, donne che durante arco di pochi anni si vedono affiancate da diversi compagni? Ora, al di là di tutto, esistono persone poco disposte alla vita matrimoniale, esistono persone che non sanno amare, esistono persone che si concentrato solo sui propri bisogni e interessi, esistono persone che non sanno coltivare un rapporto nemmeno amichevole, che sono fondamentalmente sole, questo lo so bene ma, leggete tra le righe. Può essere che quella donna non abbia più avuto nulla da spartire con quella determinata figura maschile o viceversa. Può essere una donna che ha finito di dare, ha finito di prendere. E cosa fa? Non segue la morale, l’educazione che gli è stata insegnata, insegue il suo istinto, la parte viscerale di noi. Quella parte che la porta a conoscere. Ad apprendere. Stessa cosa vale ovviamente per l’uomo. Persone che ricercano. Alla continua esplorazione di un qualcosa che secondo loro non arriva. Sovente, non si riesce a leggere il messaggio. Ma quanti animali esistono in natura monogami? Pochissimi. Senza però disturbare gli animali, basta prendere come esempio, altri popoli lontani dal nostro per capire che, tutte le concezioni non sono le stesse, ma qual è quella giusta? Abbiamo davvero tutta questa presunzione per dire che la nostra è assolutamente quella esatta? Le madri. Pensate davvero che tutte le mamme del mondo siano come la nostra classica e tanto amata chioccia? Eppure è inaudito per noi non vedere la propria madre per un mese intero o non rivolgerle proprio più la parola. Non è concepibile che un figlio (adulto) e un genitore si possono detestare. Sono sangue dello stesso sangue, sono padre e figlio. E così passano gli anni. Passano gli anni assieme a persone che ci soffocano, che non ci rispettano, che ci maltrattano, ci usano, ma almeno non diamo addito alla gente di parlare. Si cerca di evadere.

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E’ un istinto di sopravvivenza più forte di qualsiasi altra emozione, mi spiace ma su questo non c’è questione che tenga. Si cerca di evadere ma lo si fa di nascosto. Al buio, di notte, lontano. Lo si fa parlando male di quella persona per trovare almeno un piccolo sfogo. Lo si fa odiandola dentro noi stessi perché almeno con il sentimento le rendiamo ciò che lei ci dona ogni momento della giornata. Così, al malessere che già viviamo quotidianamente, aggiungiamo anche emozioni e sensazioni negative che ci faranno ammalare e morire prima. Perfetto. Però almeno, la gente che avrebbe voluto mormorare alle nostre spalle, lei almeno è ancora viva e vegeta. E, nel caso del matrimonio poi, oltre alla gente, abbiamo davvero sistemato tutti perché non facciamo soffrire ne’ i nostri genitori, né i nostri figli. Impariamo a vedere le relazioni come delle lezioni. Spero solo di aver reso bene l’idea e che per voi sia…

Prosit!

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