Se non hai una laurea non vali niente

LA TUA BELLEZZA PROIBITA AL MONDO

Premetto che, nonostante il titolo abbastanza diretto, questo articolo nasce con lo scopo di infondere fiducia e stima in tutte quelle persone, e sono molte, che hanno davvero tanto da dare, tanto di bello, ma si auto-castrano a causa di convinzioni mentali che la società è riuscita a inculcarci nel cervello.

Così facendo non solo si soffoca il cuore e l’emanazione della propria anima, troppo schiavi di cliché, ma si proibisce al mondo di assaporare un operato del quale potrebbe godere.

Questo articolo nasce perché troppe volte ho incontrato persone splendide, con ricchezze dentro incredibili che si rifiutano di condividere per una vergogna che nasce dalla mancanza di un titolo di studio. La loro risposta infatti è sempre la stessa – Ma… ma io non sono nessuno… non ho una laurea, non posso insegnare nulla… -.

E non mi riferisco solo ai fantastici artigiani o artisti che realizzano opere degne d’ammirazione senza lauree, mi riferisco a qualsiasi qualità possiamo donare e ci appartiene.

MA DOVE VAI SE UNA LAUREA NON CE L’HAI?

Sia chiaro che non ho niente contro i laureati e sono convinta che anni di studio in una determinata materia ti portano ovviamente a saperne di più rispetto a chiunque altro, ma ci sono materie che l’Università non insegna e, al contrario della nostra cultura che vuole vederle morte, io vorrei elogiarle.

Tanto di cappello a tutti quelli che consumano i loro migliori anni studiando su banchi di scuola al fine di dare un domani al prossimo ma, se parliamo di – dare -, posso assicurarvi che tante cose benefiche si possono elargire anche senza un titolo di studio; però l’amputazione che si prova fin dentro allo stomaco non lo permette.

Posso assicurarvi anche che, come ci raccontano la storia e la scienza, le più grandi scoperte sono state ricercate, volute e studiate da persone che non sapevano nemmeno cosa fosse una scuola, in un periodo dove la scuola era semplicemente la vita, la strada, l’osservazione costante, la riflessione e il battito del proprio cuore. In un periodo in cui la scuola era persino proibita.

Chi mi conosce sa che per me l’istruzione è importante, l’istruzione ci rende liberi ma l’istruzione della quale parlo è collegata al sapere, un sapere che non si trova solo attraverso un’educazione scolastica, anzi…

COSA TI SERVE PER…

Non serve una laurea per far del bene.

Non serve una laurea per essere luce e illuminare il mondo.

Non serve una laurea per essere quell’amore che spesso una laurea spegne fornendo input di schiavismo. Per far vivere alle persone quello che nutri dentro. Per far conoscere al mondo ciò che ti ha stupito e coltivi con gioia. Un qualcosa che potrebbe riempire l’intera umanità di entusiasmo perché di questo, l’umanità, ha bisogno.

Ti racconto un aneddoto che scelgo tra mille e scelgo solo perché è l’ultimo che mi è capitato di vivere.

Qualche giorno fa, parlando con un amico che ha una visione tutta sua e particolare sulle piante e sul loro esistere, gli ho consigliato di donare al mondo il suo modo di vedere come fosse una luce.

Ovviamente vi sto parlando di una persona che si intende molto di flora sotto ogni suo aspetto e non va contro la scienza dicendo o supponendo “castro nate”. Semplicemente è convinto di una comunione tra pianta e pianta che ora non spiego in quanto spero lo faccia lui prima o poi. Una visione non contemplata dalla biologia e non contemplata neanche dalla maggior parte delle persone. Ciò che lui afferma, a parer mio, non lo si può giudicare giusto ma neanche sbagliato. Il suo è un “sentire” e potrebbe semplicemente rivelarsi una riflessione da fare, utile al fine di comprendere molto altro. So che non stai capendo, naturalmente, perché non conosci il discorso, ma il punto focale sul quale vorrei portare la tua attenzione è quello che individua le risposte che ho ricevuto da lui:

Ma Meg io non sono un biologo. Io non sono un fitoterapico. Io non sono un agronomo. Io non sono…

IO (NON) SONO

Io NON SONO…“. La sua risposta era quella di un disco rotto totalmente auto-Svalutante.

E là, dove il mio credo e tutte le filosofie dei più importanti pensatori della storia umana ripetono di riconoscersi affermando – IO SONO -, lui, come tutti quelli non “qualificati” dalla società in cui viviamo, si tarpava le ali da solo dicendo – Io NON sono -.

Aggiungo che questo mio amico, inoltre, segue fioriture che non tutti hanno voglia di ammirare o non possono farlo. Significa ad esempio partire di notte per cogliere il momento giusto di quel sbocciare, significa sopportare qualsiasi intemperia, significa viaggiare e quindi spendere soldi e tempo. Quanti vorrebbero vedere, attraverso i suoi video e le sue foto, queste meraviglie che non potrebbero vedere altrimenti? Quanti penderebbero da quelle labbra che raccontano leggende o verità? Secondo me molti. Per questo lo incito – Organizza incontri! – gli dico – Permetti agli altri di vivere tali bellezze da te arricchite! -.

Lo farebbe volentieri ma la paura di non essere “dottore” lo frena. – E se poi qualcuno mi fa una domanda alla quale non so rispondere? – mi chiede preoccupato.

Ah! Questo timore di “sbagliato”. L’errore, il dubbio, lo sbaglio, l’uomo nero.

La perfezione è per noi una spada di Damocle. Il giudizio degli altri ci spaventa. La società ci vuole preparati a tutto, un “non lo so” non è ammesso; non vali niente se rispondi così. Se rispondi così hai una tacca, sei imperfetto, quindi uno scarto, un – non degno –.

E allora provo a parlargli – Non sei uno scienziato e lo dici fin da subito. Non prendi in giro nessuno! Se qualcuno ti chiede qualcosa che non conosci, semplicemente lo dici. “Io sono qui per farvi vedere una mia riflessione che non siete obbligati a condividere. Sono qui per mostrarvi cosa la natura partorisce e per farvi passare una serata diversa dalle altre, tutti assieme, ragionando assieme! Sorridendo insieme! Non è mia intenzione insegnare nulla ma solo farvi vedere che esiste anche questo. Condividere. Condividere con gioia. Su quello che non conosco possiamo informarci assieme ma intanto ammirate quello che non avete ancora potuto vedere”. Questo devi rispondere -.

LA PASSIONE E’ VITA

Se ami fotografare le rocce e le montagne che appartengono ai tuoi luoghi e vuoi mostrarle ad un pubblico, nessuno ti obbliga ad essere un Geologo. Stai solo mostrando il tuo territorio. Sbaglieresti se ti mettessi a dire cose che non hai mai studiato e, in questo caso, mancheresti di rispetto agli altri ingannandoli ma se ti limiti a elargire del tuo non puoi che fare del bene. E se il tuo sapere interessa solo a dieci persone avrai fatto un bel regalo a dieci persone. Avrai donato a dieci persone cose che senza di te non avrebbero mai potuto vivere.

Al mondo ci sono persone senza gambe che non possono arrampicarsi in cima a un monte per vedere determinati panorami.

Ci sono persone oppresse che non riescono a trovare una via d’uscita verso la serenità e brancolano nel buio.

Ci sono persone cieche che non possono osservare ma solo toccare per conoscere e amerebbero moltissimo tu mettessi la tua opera d’arte tra le loro mani.

Ci sono persone che hanno necessità di quello che tu puoi dare loro, alle quali non gliene frega niente del tuo titolo di studio. Vogliono ridere, stupirsi, conoscere, piangere, provare emozioni. Vogliono vivere perché stanno morendo dentro e non sono i diplomi che ti riportano in vita in questo argomento che non ha nulla a che vedere con la medicina.

Non privare questa gente della tua bellezza. Offrila. Piantala di guardare il cliché. Non sai nemmeno perché sei qui. Cosa ne sai se sei venuto su questo mondo, in questo tempo, solo al fine di mostrare fiori? Cosa ne sai? Ti sembra stupido e inutile? Allora pensa che senza te quel fiore non verrà visto. Rimarrà nel buio. Sboccia per nulla, per se stesso… Come natura vuole d’altronde. Ma se il suo fascino facesse del bene a chi lo ammira pensi che quel fiore si sottrarrebbe da tale mansione? E se avesse bisogno di te e della tua nobile opera per mostrarsi?

SEI UN’OPERA MERAVIGLIOSA E CIO’ CHE FAI E’ UN’OPERA MERAVIGLIOSA

Non ti rendi conto di quanto bello e immenso sei e di quanto lo è la tua opera.

Conosci Louise Hay? Puoi trovarla assieme alle sue parole scrivendo il suo nome in rete. Puoi credere o meno a quello che afferma. Parlo al presente, fin qui, perché il suo corpo è morto ma i suoi insegnamenti sono ancora talmente tangibili in noi che non posso usare altri tempi verbali.

Louise era una donna che, a malapena, ha fatto le elementari. Abbandonata dalla madre, stuprata dal patrigno, malata di cancro. Ha risvegliato mezzo mondo.

I suoi insegnamenti non hanno mai nuociuto a nessuno. Non credendole, semplicemente, restavi ciò che eri. Forse migliore, forse no. Credendole potevi nettamente abbellire la tua vita.

Non regalava scienza. Non regalava tecniche e dottrine. Offriva semplicemente quello che provava nel cuore. Spiegava solo come conduceva la sua giornata. Non rispondeva a domande di medicina, non ne era all’altezza, ma è ricordata oggi più di molti medici.

Tu non sei inferiore a lei. Non sei inferiore a nessuno. Semplicemente lei ha deciso di mostrarsi. Di offrire.

Il tuo piacere potrebbe interessare cento persone, il mio mille, e quello di un altro duemila, ma i numeri non contano. Se tutti noi ci dessimo di più, l’umanità si arricchirebbe. Fregatene della tua scuola.

Se non dici falsità, se non inganni, se non sei un opportunista concediti in purezza. Sii generoso. Non sai quanto bisogno c’è di te in questo mondo.

Non sai che, altrimenti, non saresti neanche nato. La natura non crea cose inutili.

Prosit!

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L’assurda e nascosta paura di ricevere e meritare

SANTI NUMI QUANTA ROBA!

Come indica già il titolo, l’argomento che affronto oggi sembra assurdo, in realtà è reale e molto comune, posso dirlo con sicurezza visto che mi appartiene e ho notato appartenere a molti.

Abbiamo paura di ricevere. Inconsciamente pensiamo di non essere degni di ricevere e, quando qualcosa ci viene dato, una serie di allarmi, figli del timore e della preoccupazione, si accendono dentro di noi. Mi viene in mente l’immagine di un uomo anziano, grande e grosso, dalle maniere un po’ spartane, al quale viene messo in braccio un neonato. Riuscite a vedere quanto si sente impacciato? Ha paura di fargli male, di non farlo stare comodo, paura di non piacere a quell’esserino. Si ritrova tra le mani tutta quella ricchezza ma è rigido, lontano con il proprio torace, c’è poco abbraccio, poca accoglienza e, la sua, non è cattiveria ma paura. Magari gli scende anche una lacrima per l’emozione ma non riesce a far sua quella creatura che, in quel momento, gli sta dando un qualcosa di più grande di lui, che lui non riesce a gestire. Non riesce a diventare un tutt’uno con lei.

Nell’Universo c’è un’infinita risorsa di abbondanza per ciascuno di noi e quello che chiediamo ci arriva ma, la paura di ricevere, non solo non ci permette di domandare nel modo esatto costringendoci a non ottenere nulla, ma ci obbliga anche a non vivere con gioia quello che viene a noi, rompendo un meccanismo fantastico che dovrebbe essere vissuto in modo completamente diverso.

Come abbondanza non si parla solo di cose materiali, come il denaro, ma si intende qualsiasi cosa: fama, affetto, complimenti, gentilezza, attenzioni e anche, ovviamente, materialità.

MIIIII…! CHE PAURA!

Ricordo i primi tempi in cui ho aperto questo blog. All’inizio, piena di entusiasmo e convinta di poter aiutare le persone, mossa dal mio spirito di condividere quello che ritenevo salutare per tutti, ambivo all’essere letta da più persone possibili. Naturalmente, viste le aspettative, la brama di piacere, la voglia di essere conosciuta e la paura inconscia della quale vi sto parlando in questo articolo, ciò non si avverava e i miei lettori erano solo pochi conoscenti.

Quando imparai a lasciar andare ciò di cui ero conscia, e cioè quello che vi ho appena detto, tranne la paura di ricevere (che è inconscia), tutto cambiò. Iniziai a scrivere solo per amore. Scrivevo con amore, per me stessa e senza aspettarmi di ricevere qualcosa in cambio. Neanche un – grazie -.

A chi arrivava il mio dono speravo facesse del bene, altrimenti non importava, io andavo comunque avanti a scrivere per una mia passione. Ecco che, all’improvviso, le visite sul blog aumentarono notevolmente e ora voglio raccontarvi di quella mattina in cui mi accorsi che 400 (!) persone avevano letto un mio articolo.

Per i grandi blogger, 400 visitatori sono il nulla ma per me erano tantissimi, così tanti che… mi spaventai. Ma come? Era proprio quello che avevo sempre desiderato! E invece, completamente destabilizzata, iniziai a preoccuparmi. Mi darete dell’idiota, e lo accetto, ma tutto questo nacque dentro di me senza che io potessi fare nulla, completamente in balia di emozioni che si permettevano di governare al posto mio e io non ero in grado di prendere le redini in mano di quella situazione.

Ovviamente, dopo, lavorai sodo dentro di me e riuscii a modificare tutto quel trambusto, ma inizialmente, se devo essere sincera, sembravo un burattino nelle mani di Mangiafuoco. La mia mente iniziò a chiedermi – Guarda in quanti ti hanno letto! Hai almeno scritto le cose giuste per non fare una colossale figura di cacca? E quanti errori grammaticali e di sintassi hai fatto come tuo solito? Prima, quando a leggerti erano solo in 50 potevi avere solo 50 giudizi negativi, ora 400! Immagina che sfacelo! E ora hai anche più possibilità che ti vengano chieste cose. Sei in grado di rispondere? Ti sei messa in piazza e… “fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce” (Lao Tzu) lo sai! Ora voglio proprio vedere come te la cavi Meg, tu che hai sempre amato restare dietro le quinte…

Oh! Insomma basta! – urlai alla mia mente che mi stava trascinando in un pozzo scuro senza fine. Mi sentivo quasi soffocare, vuoi l’emozione e vuoi la preoccupazione. Dov’era la gioia? Da nessuna parte. La paura mi aveva totalmente inglobata in sé e, ahimè, lo spazio per l’entusiasmo e la felicità non c’era. Che tristezza.

IO PIU’ DI QUELLO NON MERITO

Ma potete capire? Ok, io sarò anche un caso anomalo ma, come vi dicevo prima, ho scoperto di avere molti simili. Siamo vittime del giudizio degli altri. In noi è stato inserito il tarlo di essere peccatori e poveri schiavi debosciati. Non meritiamo la bellezza! So che, dall’altra parte, ci sono invece persone convinte di meritare molto e, vantandosi, chiedono sempre di più (infatti ottengono). Magari risultano antipatiche e presuntuose e, quello che sto dicendo, a loro può sembrare impossibile ma mi rivolgo a quelli come me.

Quante donne ci sono, ad esempio, che non mirano a uomini belli, ricchi e facoltosi? Sono convinte di non meritarli. Sono convinte di essere adatte all’operaio medio (senza offesa per l’operaio ma intendo far capire un concetto) e non si sognano neanche di puntare gli occhi addosso a un fotomodello o all’imprenditore di quella grande azienda. Stessa cosa per l’uomo che, con l’immaginazione, sogna la vamp di turno ma è convinto di non piacere e di non meritarla – Tanto non mi guarderà mai – dice tra sé e sé, senza neanche rendersene conto. Si viaggia per schemi e solo se sei alto, bello, ricco, laureato, etc… puoi sperare nell’avere di più. Invece per l’Universo non è così.

Sogniamo amore, affetto, complimenti ma quando arrivano ci trovano imbarazzati, non sappiamo gestirli e ci premuriamo subito di dire – Ma no, ma no… ma figurati… non ho fatto niente di che… -. È vero che devono esistere la gentilezza e l’umiltà ma, troppe volte, sostituiamo l’umiltà con una mancanza di dignità e questo è sbagliato.

MAGOLAMAGAMAGIA!

Immagina di voler diventare famoso. Lo brami, lo desideri con tutto te stesso e un bel giorno accade. Puf! Eccoti su un palco sotto al quale mille persone sono pronte ad ascoltare tutta quella beltà che hai da dire. Il tuo sogno si è avverato. L’Universo ti ha dato quello che volevi. Cosa fai ora? Ti caghi addosso, ecco cosa fai. Scusa l’espressione ma rende l’idea.

Siamo abituati a dare. O, al massimo, come ho detto prima, a chiedere. Ma non a ricevere! C’è una bella differenza.

Per non parlare del senso di colpa.

Un giorno, un mio caro amico, fece per me una cosa grandissima ma, anche qui, anziché godermela fino in fondo mi preoccupai del suo sacrificio e mi sentii in colpa di aver detto, tempo prima, che mi avrebbe fatto piacere ricevere quella determinata cosa. Ha fatto tutto lui, io non gli ho chiesto nulla, ma lo ha fatto perché mi ha sentito esprimere un desiderio. Se solo fossi stata zitta lui non avrebbe dovuto fare quella fatica. Così, oltre a non godere io, inquinata dal “non merito così tanto”, anche lui non poté godere della mia gioia dopo tutta la fatica che aveva fatto. Che casino! Ero proprio un danno. E mi sentivo colpe su colpe. Basta! Dovevo smetterla. Dovevo a tutti i costi imparare a ricevere. A convincermi di meritare.

DARE SENZA RICEVERE

Non dobbiamo cadere nell’inganno che ci hanno insegnato: “se ti dimostri piccolo, remissivo e semplice allora sei una BELLA persona”. No! Sei un guaio! Disastroso.

Porca zozza avrei piuttosto dovuto dire – È il minimo! Merito persin di più! -.

E, da qui, sorge spontanea una riflessione: merito di essere amata? Ah! Tasto dolente! Chi mi ha amato ha sempre dovuto scontrarsi con questa mia “meravigliosa” caratteristica. Convinta, quindi, che il loro NON FOSSE AMORE… potete immaginare i casini vero? Non fatemeli elencare per favore. Quando sei convinto di non meritare amore sei un danno, credimi. E il tuo danno è deleterio. Puoi leggere qui https://prositvita.wordpress.com/2018/08/26/far-male-credendo-di-non-meritare-amore/ quello che avevo scritto a proposito.

È difficile guarire da questa “malattia” della paura di ricevere, è molto difficile, ma per il nostro bene e quello degli altri bisognerebbe farlo. Si apriranno per noi anche le porte dell’abbondanza ed è una figata pazzesca, te lo assicuro. Allora sì, che riceviamo anche amore e lo riconosciamo, perché abbiamo amore dentro anziché altre emozioni-spazzatura.

Ricevere è assai difficoltoso. Il nostro senso di inferiorità lavora contro di noi. Siamo stati educati a dare. Ci hanno insegnato a dire – Buongiorno – non a riceverlo, a imprestare o regalare quello che abbiamo non a ricevere, a dare aiuto non a riceverlo, ad essere gentili non a ricevere gentilezza, a preoccuparci per gli altri non a ricevere attenzione, ad essere onesti non a ricevere correttezza, a non pretendere, ad accontentarsi, a ringraziare… (parlo sempre per quelli come me). Mamma mia, quanto è difficile.

Questo discorso potrebbe continuare all’infinito, andando poi a toccare i tasti dell’autosvalutazione, dell’autostima, etc… ma una cosa, alla fine, è certa: dobbiamo convincerci che meritiamo e che possiamo avere una vita prosperosa e – possiamo possiamo possiamo essere felici -. Ci spetta di diritto. E spetta a ognuno di noi. L’Universo e la vita non fanno discriminazioni.

Prosit!

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L’Ernia, una simpatica Rottenmeier

TI STARO’ SEMPRE VICINA

Conoscerete tutti la Signorina Rottenmeier severa e bisbetica istruttrice di Clara nella favola di Heidi. Con lei non potevi sgarrare. Esigeva rigore e disciplina sempre. Ebbene, la mia cara amica Ernia, ho deciso di soprannominarla simpaticamente proprio come lei perché ha il suo stesso modo di fare, pur essendo meno apprensiva. E’ anche un po’ permalosa, ma non diteglielo. In pratica non posso sgarrare nemmeno io, ma non crediate voglia impedirmi qualche movimento. Io posso fare qualsiasi cosa tranne che… svalutarmi.

Voglio raccontarvi bene tutto e riprendo anche il discorso della mia Ernia Discale se qualcuno ancora non lo conoscesse, anche se consiglio, per comprendere il tema di oggi, di leggere nell’ordine questi miei 4 articoli dal primo al quarto:

1 – https://prositvita.wordpress.com/2016/07/20/ernia-discale-unica-soluzione-intervento-chirurgico-ma-forse-ci-sono-altri-rimedi-parte-1/

2 – https://prositvita.wordpress.com/2016/07/22/ernia-discale-unica-soluzione-intervento-chirurgico-ma-forse-ci-sono-altri-rimedi-parte-2/

3 – https://prositvita.wordpress.com/2016/07/25/ernia-discale-unica-soluzione-intervento-chirurgico-ma-forse-ci-sono-altri-rimedi-parte-3/

4 – https://prositvita.wordpress.com/2016/07/27/ernia-discale-unica-soluzione-intervento-chirurgico-ma-forse-ci-sono-altri-rimedi-parte-4/

Lo so, sono tanti, ma la mia avventura con Ernia non è stata breve. Come saprete, o come leggerete, ho evitato l’intervento, ho riacquisito sensibilità alla gamba e, soprattutto, ho eliminato quel terrificante dolore che non auguro a nessuno.

Vi dissi anche che, Ernia, divenne la mia migliore amica, un’amica che non approva il mio sminuirmi, e che rimase lì, con il muso al davanzale, pronta ad affacciarsi se fossi venuta meno al suo insegnamento. E… beh, ogni tanto mi capita ancora di disobbedire.

COME SI PUO’ NON VOLERLE BENE?

A distanza di quattro anni, però, posso dire di essere stata abbastanza brava visto che, al massimo, la sento un po’ nervosa predicarmi una romanzina ma niente di più. Praticamente, inizio a percepire il dolore ma è un male sopportabile che non m’impedisce ne il lavoro, ne’ il movimento, ne’ il divertimento, solo mi suggerisce di fare attenzione.

Sono state rare le volte in cui mi sono dovuta coricare per riposare la schiena e alleviare un dolore leggermente più forte. Un dolore che, vi assicuro, è molto affettuoso e al quale voglio bene. Mi prenderete per pazza, lo so, ma fatemi spiegare.

Essendo lieve, e solo di avvertimento, non gli ho permesso di sfociare in qualcosa di più grande e non gliel’ho permesso perché capivo subito che cosa voleva dirmi. Traducevo prontamente il suo messaggio. Mi accorsi addirittura che, le ultime volte, riuscivo persino ad anticiparlo. Ormai era partito, doveva arrivare, io mi ero deprezzata e sottostimata, ma era così leggero da considerarsi solo un indolenzimento, non faceva neanche male.

In pratica, il suo messaggio, era lo stesso di sempre – Meg? Ti stai sottovalutando per caso? Ho capito bene? -.

Mannaggia! Purtroppo, anche senza farlo apposta, mi succedeva. Non me ne rendevo conto! Se ad esempio qualcuno decideva al posto mio, e io per il quieto vivere non dicevo nulla, secondo la mia natura quello equivaleva al – farsi schiacciare – e, Ernia, rispondendo prontamente alla mia natura/anima, si sporgeva subito dal davanzale facendosi sentire.

RICORDATI CHE IO SONO QUI

Il brutto era che non potevo neanche fingere. Come potevo nascondere qualcosa che era dentro di me a qualcos’altro che era dentro di me anch’esso? Provavo a edulcorare la reazione che l’aveva fatta arrabbiare, ma quando si impunta non vuole sentire ragioni.

Se mi facevo buttare giù dalla preoccupazione di una grossa spesa, o dal giudizio degli altri, o da un inganno ricevuto e così via, era come dire – Io sono una schiava, l’esterno fa di me quello che vuole perché io non valgo niente e non ho potere – e lei non mi perdonava.

Davanti a niente e a nessuno dovevo abdicare perché lei voleva io mi ritenessi speciale, potente, divina, grandiosa. Fintanto che mi comportavo in questo modo, con la certezza del “io valgo“, lei se ne stava buona buona in disparte, senza infastidirmi, e io potevo anche fare la trapezista bulgara in un circo da tanto che stavo bene ma… appena sbagliavo… zack! Eccola lì a gridare – Misericordia! – proprio come la dispotica zittella di Heidi – Devo intervenire! -.

No no no! Ho capito, ho capito. Ti giuro che ho capito e hai ragione. Hai tuuuuutte le ragioni del mondo ma è stato solo un attimo, non lo farò mai più – mi prestavo velocemente a dire ma, lei, con fare sussiegoso, mi rispondeva – Questa nenia l’ho già sentita altre volte, vuoi di nuovo stare immobile due mesi in un letto Meg? Sai che posso farlo se voglio

Dai Ernia bella no… ti dico che hai ragione, sono pentitissima, non me ne sono accorta davvero! Senti, la cosa principale è che io l’ho notato no?

No – diceva imperativa.

Ok, vi sembrero’ ancora più pazza che a inizio articolo ma, questi, sono i nostri discorsi ogni volta che la Rottenmeier bussa alla porta e poi entra (senza aspettare che sia io a farla accomodare, eh).

Visto che questa volta ti sei almeno ripresa in tempo, sarò lieve e garbata, ma ti darò comunque fastidio almeno due giorni, tanto da farti ricordare che ci sono – mi avvisava

Mpf! So benissimo che ci sei e non te ne vai

Me ne andrò via, del tutto, solo quando imparerai ad amarti sopra ogni cosa e ti renderai conto di essere speciale. Quindi penso proprio che staremo insieme ancora parecchio

Come sei… sono migliorata molto – mi arruffianavo

Devo ammettere di sì, infatti non posso farti male più di tanto, solo disturbarti un pochino, ma voglio che migliori ancora di più

Ci proverò, promesso

Conviene a te -. Terminava sempre così il discorso.

IO MI AMO E MI RISPETTO

E così, eccomi qui, oggi, a distanza di quel tempo, con una schiena perfetta che, solo ogni tanto, mi fa sentire una leggera punturina. Proprio come a dire – Sono qui! Non lo scordare! -.

Ma io sono contenta, altrimenti non porrei attenzione a come affronto il mondo e non mi ricorderei, ogni istante, di rispettarmi e amarmi sopra tutto.

È un percorso lungo e difficile ma che non ho intenzione di abbandonare e, dopo i grandi passi che ho fatto, affiancata da questa mia stramba amica che so volermi bene, ho voglia di farne ancora di più. Non finirò mai di ringraziarla!

Adesso, se qualcuno prova a farmi sentire inferiore, non glielo permetto. Se qualcuno pretende da me un qualcosa che non voglio dare, rispondo negativamente. Se qualcuno non vuole star bene, non consumo più le mie energie per lui. Se qualcuno mi giudica, o mi mente, o si lamenta con me, come se io fossi il suo bidone dell’immondizia, cerco di andare sempre avanti a testa alta, felice e con leggerezza. Ma, soprattutto, mi autocomplimento con me stessa, cerco di essere fiera di quello che faccio e provo a creare armonia. Una volta non riuscivo mai a fare tutto questo, ora ce la sto facendo anche se posso fare molto di più.

Negli articoli che ti consiglio di leggere trovi anche il messaggio psicosomatico dell’Ernia, quello che devi imparare a tradurre, se soffri di Ernie alla schiena e non sai come fare a liberartene.

Prosit!

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Fai finta di essere un Gran Figo!

QUANDO L’AMORE VERSO SE STESSI E’ PARI ALLO ZERO

Sono tante le persone che si svalutano, che non si apprezzano, che trascorrono la loro vita a obbedire, senza la minima autorità, acconsentendo a tutto. Ci sono persone più forti e altre più deboli che, per mille motivi, come anche quello del famosissimo “quieto vivere”, lasciano che siano gli altri a dire, a fare, a gestire. Vanno avanti ingoiando situazioni che a loro non piacciono ma le sopportano. Non si osano a intervenire, a metterci del loro, non vogliono recare dispiacere, non pensano di essere degne, hanno poca autostima e sono convinte che – soffrire – equivalga a – essere brave persone -. Fanno molta fatica a sentirsi importanti, non riescono a percepirsi protagonisti della loro esistenza, e di quella degli altri, e non si piacciono.

Sappiamo bene tutti che amarsi è una delle cose più difficile da fare ma, senza retorica, posso affermare essere la più importante. Molti maestri hanno provato ad insegnare l’amore per se stessi, lo hanno spiegato, ne hanno decantato i risultati positivi ma, questo “sentire”, continua ad essere ostico per molti individui. Non ci si riesce. Ci si sente stupidi quando si prova qualche esercizio atto a nutrire l’amor proprio o non si sa da che parte iniziare. Molti maestri hanno dato i loro consigli e anch’io, oggi, pur non definendomi un maestro, non ancora per lo meno, vorrei dare il mio. Quello del RECITARE.

“CIAK! SI GIRA!”

La svalutazione ci accompagna ad ogni età, maschio o femmina che possiamo essere e a qualsiasi ceto sociale o religione possiamo appartenere. È dentro di noi e governa la nostra vita, ogni nostro gesto, ogni nostra parola. Tutto il nostro comportamento. Questo è quello che accade nella vita di tutti i giorni e nel come si affrontano le giornate ma, oggi, proviamo a fare una cosa nuova.

Supponiamo che, un bel giorno, un famoso regista che ammiriamo, ci incontri per strada e dica – Cavoli! Tu sei proprio il soggetto che fa per me! Ho un ruolo adatto a te per il mio prossimo film. Seguimi! -. Stiamo solo fantasticando ma, come spesso vi ho detto, l’immaginazione è lo strumento più potente (e inesauribile) che abbiamo per trasformare REALMENTE la nostra realtà.

Ebbene, quindi noi decidiamo di seguirlo nel suo bellissimo ufficio, arredato in stile moderno, e firmiamo il contratto che ci consente di mettere in tasca anche un bel po’ di quattrini. A questo punto, il regista, dopo averci fatto conoscere il suo team, parla con lo sceneggiatore e ci consegna in mano il copione. Un copione che dobbiamo studiare, imparare a memoria e soprattutto recitare. Non vogliamo certo deludere il regista e, inoltre, quella potrebbe essere la grande occasione della nostra vita. I soldi ci allettano e la fama pure, pertanto, dobbiamo svolgere al meglio quel ruolo cercando di entrare proprio bene nella parte, immedesimandoci nel personaggio il più possibile.

CHE FIGO!

Ma quale ruolo c’è stato dato? Quello del – FIGO -. Cioè quello di un soggetto che non è solo bello ma è anche capace, sicuro di sé, spigliato, non ha bisogno di chiedere nulla, se la tira senza cadere nell’arroganza e conosce il fatto suo. Parlerò al maschile per semplicità ma tu che sei donna sarai ovviamente una gran figa. Chiediti: come affronta le sue giornate Sharon Stone? Cosa prova dentro? Avrà anche lei paure e angosce ma cosa mostra? Lascia perdere i suoi soldi, la sua notorietà, il suo benessere, la sua bellezza… stai recitando, non dimenticarlo! Gli attori che recitano personaggi malati non sono malati realmente. Fingono. Devi fare la stessa cosa.

Maschio o femmina che tu sia ispirati ad un modello cazzuto di attore che stimi per la sua grinta, il suo fascino, la sua determinazione, l’energia che emana e prova a impersonificare ciò che mostra di essere. Quasi sicuramente non riuscirai a comportarti in quel modo in pubblico (in famiglia, al lavoro, a scuola…) ma quello che ti chiedo è di provare a recitare questa parte quando sei da solo in casa o mentre porti fuori il cane in una zona poco popolata (ad esempio). Che temperamento avrebbe Sharon Stone nel portare il suo cane a fare pipì, sapendo di essere una delle donne più belle e più ricche del mondo?

E Sean Connery? E Sylvester Stallone? E Charlize Theron? Come si comportano quando sono in casa?

Abbiamo deciso di prendere dei “fighi” quindi non stiamo parlando di persone famose che sappiamo essere in realtà depresse o psicopatiche tra le loro quattro mura. Questo limiterebbe la nostra immaginazione. Dobbiamo prendere qualcuno che ci appare tosto come ripeto.

Quello che importa è come tu lo vedi/credi e imiti.

SALI SUL PALCOSCENICO

Sali sul palcoscenico senza timori, è semplicemente il salotto di casa tua! O la tua auto mentre stai andando al lavoro.

Rimani nella parte il più possibile. Più che puoi, senza però provare sforzo. Dev’essere tutto equilibrato. Non devi forzare troppo ma nemmeno farlo alla carlona. All’inizio ti sentirai sciocco e imbarazzato ma continua, non mollare. Sei un attore!

Ricorda: non hai nemmeno bisogno di parlare più di tanto (o almeno in base a ciò che scegli di recitare) la cosa principale è come ti senti dentro, è il tuo stato d’animo che devi cercare di modificare.

Così facendo, dopo diversi giorni, inizierai a notare delle differenze dentro di te anche se minime le prime volte. Queste differenze diventeranno sempre più grandi finché inizieranno ad appartenerti. Diventeranno aspetti tuoi e saranno come dei tuoi figli e come delle tue qualità.

Devi credermi. Il cervello, come già ti ho detto più volte, recepisce e RENDE VERO ciò che tu decidi di fargli credere. Lui non ha nessuna voce in capitolo. In pratica, se tu fai credere al tuo cervello di essere un – gran figo – lui inizierà a muoversi come tale. Piano piano cancellerà le sinapsi del “non valgo niente, accetto tutto, non mi amo, sono sbagliato, non dico niente per il quieto vivere… etc” e le sostituirà con quelle del “Cavoli quanto sono bravo! Perbacco che gnocco che sono! Io posso! Mi va di dirlo e lo dico! Che sicurezza magnifica sento dentro!”.

Se tutto questo vi sembra un’assurda magia beh… mi duole dirvi che non conoscete bene il corpo umano, non conoscete nulla di scienza e non sapete minimamente come funzionano le strutture specializzate alla comunicazione delle cellule del nostro sistema nervoso. Questo ve lo dico non per darvi degli ignoranti ma per farvi capire che è scienza! Non sono bruscolini inventati da un illusionista. Il nostro corpo funziona così. Non c’è nulla di spirituale in tutto questo. E’ biologia, fisiologia. Capite?

Bene, non vi resta che provare. Il cast vi sta aspettando, tocca a voi!

Prosit!

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Magia e Denaro

Coda di rospo

Pelle di serpente

Avrò tanti soldi anche se non me ne faccio niente!”

Puff!

Perché non entra il denaro nella nostra vita?

Perché non ci pagano, perché c’è la crisi, perché non c’è lavoro, perché apparteniamo ad un determinato ceto sociale, perché siamo sfigati, perché bla, bla, bla… bene ok, le abbiamo dette tutte.

Adesso, visto che le tutte sono state dette, proviamo a dirne altre, senza spocchia e senza idiozia, così, solo per riflettere su altro.

Su queste mi ci soffermerò un po’ di più perché quelle citate adesso sono ovvie e conosciutissime e professate da tutti (attenti alle forme-pensiero! Leggete qui https://prositvita.wordpress.com/2018/03/07/le-pericolosissime-forme-pensiero/ ). Queste che invece sto per elencare, a volte, non vengono in mente.

Perché non entra il denaro nella nostra vita?

perché lo si considera una cosa “sporca”

Ora, non so voi, ma io, se sapessi che una persona mi considera sporca, abietta e magari dice anche che puzzo, io… beh… da quella persona non ci andrei. La nostra cultura, religione compresa, così come l’educazione di mamma e papà operai, ci ha insegnato che il denaro è il male. Gesù era povero e infatti buono (Balle! Ne aveva più di me!), l’imprenditore che ha tanti soldi è un arrivista senza scrupoli, chi ha tanti soldi è vanitoso e arrogante, per i soldi si uccide, il denaro è la tentazione, la felicità non la fanno i soldi… tutte frasi che, giorno dopo giorno, tramutano il denaro in un qualcosa da rifuggire se si vuole rimanere puri e onesti e, nelle nostre memorie, soprattutto nel nostro inconscio, attorno al denaro, prende sempre più concretizzazione la figura di un volto demoniaco che ci vieta di far entrare i soldi in noi, nella nostra vita, con entusiasmo, e considerandoli belli, sani, genuini, incontaminati. Vero o no?

perché il soldo è un valore e noi non valiamo

Il denaro è considerato uno degli strumenti nella nostra esistenza dal valore molto alto. Senza i soldi non si può fare praticamente nulla. Persino la nostra salute è basata su di lui, in quanto, grazie ad esso, possiamo curarci meglio e quindi… vivere (vi sembra poco?). Il denaro quindi acquisisce un merito incredibile, un’importanza non solo notevole ma indispensabile. Grazie a lui si mangia anche e, quindi, si vive (vi sembra poco?). E’ chiaro perciò che è un qualcosa che vale molto e, nella nostra mente, gli si danno forme, lo si visualizza attraverso uno yacht, ville, completi firmati e ventiquattrore, vacanze, benessere, potenza, governo. Tutte cose dal grande valore per la nostra educazione e, se noi non valiamo allo stesso modo, ovviamente non può esserci una connessione tra noi e loro. Perciò, se io mi auto-svaluto, di conseguenza mi ritroverò con soli pochi spiccioli. Un tot di denaro pari a quanto è la valutazione di me stessa. Secondo me regge.

perché gli si da troppa importanza

Lo si considera indispensabile. Nei suoi confronti si hanno molte, troppe aspettative, è vitale, fondamentale, tutto ruota intorno a lui. Pensate forse che chi è ricco pensa al denaro in questo modo? Direte – Certo che no! Lui già ha i soldi perché doversene preoccupare? -. E’ vero ma, al di là del fatto dell’averne o meno, è proprio la preoccupazione che fa attrito. E voi direte ancora – Ma è proprio perché non ne ho che mi preoccupo, altrimenti non mi preoccuperei – ebbene, per non cadere in un circolo vizioso ed evitare di imitare i criceti, vi consiglio di osservare la cosa all’incontrario ossia: “non avete denaro proprio perché vi preoccupate del fatto che non lo avete”. Non vi ricordate più che la realtà è uno specchio? L’ho scritto tante volte. Potrebbe essere un motivo non trovate?

perché ci sembra impossibile averlo

Chi nasce quadrato non può morire tondo. E’ raro che in una famiglia “povera” (oggi la povertà è diversa da quella di un tempo), si possa credere, con fermezza, crederci davvero intendo, sentendolo dentro, che nostro figlio diverrà un riccone. Glielo si augura, si prova ad insegnarli come fare ma è solo la speranza a guidarci e non la sicurezza. Non solo, saranno molte di più le frasi tipo – Per campare dovrai sudare sette camicie – che gli diremo piuttosto che altre, perciò, il possedere tanto denaro, diventa solo un sogno. Un ingrediente della fantasia, sapendo benissimo che mai, potrà essere la realtà. Si utilizza questo metodo del “tarpare le ali” per non illudere, perché è il male ad avere sempre la meglio e, nostro figlio, illudendosi, soffrirebbe. Non si pensa invece che ad avere la meglio potrebbe essere il bene e che, nostro figlio, credendosela, potrebbe davvero un domani diventare ricco solo perché è riuscito, con l’immaginazione, a realizzare la realtà che più desiderava. Lui non darà mai per certa la consapevolezza di averlo e non l’avrà. Vi siete mai chiesti come viene educato il figlio di un riccone? Senza badare a spese. Quello che voglio dire, non è che dovete comprare al vostro erede tutto quello che vuole e di molto costoso ma, semplicemente, provare a cambiare un po’ l’educazione, inerente ai soldi, che ogni giorno gli fornite. Modificare le informazioni che seminate nel suo cervello e che lui nutrirà e coltiverà. Potrebbe essere un’ipotesi.

perché ne abbiamo bisogno

L’Universo, così come la nostra anima, non ci vogliono bisognosi. Ci vogliono Dei. Onnipotenti. Fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Un Dio non ha bisogno. E’ solo l’uomo che si rende micragnoso. Finchè si percepisce il soldo come un bisogno quindi, esso non arriverà mai perché occorre capire che, soprattutto nel Qui e Ora, abbiamo esattamente tutto ciò di cui necessitiamo. Se vogliamo avere più denaro, dobbiamo trasformarlo in una logica conseguenza. Io non ho bisogno di soldi, “io voglio più soldi perché così almeno potrei fare anche questo ma vivo bene lo stesso”. Vivo davvero bene lo stesso. Se mi sento appagata interiormente, e nel vero senso della parola, il denaro troverà la porta d’accesso per entrare nella mia vita ma se lo bramo per paura della sofferenza esso non entrerà finchè non imparerò a capire che posso avere tutto ciò che voglio. Starà lì ad aspettare e a dire “Quando capirai e percepirai che posso arrivare in piena fluidità, senza motivi che ti incatenano, arriverò”. Ma ci pensate?

perché lo consideriamo il motivo dei nostri movimenti

Quando facciamo qualcosa, come ad esempio il nostro stesso lavoro, ogni giorno, come bravi soldatini, quando creiamo qualsiasi cosa, lo facciamo solo ed esclusivamente per il denaro e per pagare a fine mese tutte le spese alle quali siamo obbligati. Povero denaro… a lui nessun riconoscimento come essere a sé! E’ solo un mezzo e non una gioia. Ma, detto così, non si capisce. Il fatto è che se io ad esempio scrivo un libro e lo scrivo solo per guadagnare e non per fare innocentemente del bene al mondo, attraverso la mia creazione, non guadagnerò mai. Se invece scrivo solo per passione (facendo del bene pure a me stessa) e davvero per contribuire ad un benessere degli altri, il denaro si sentirebbe ben lusingato di appartenere in cambio alla mia vita. E’ nel momento in cui dono, incondizionatamente, che posso poi godere di tutto ciò che mi fa stare meglio e non quando offro per un tornaconto. Fosse anche solo il tornaconto dell’affetto da parte degli altri. Ci muoviamo solo in base ai soldi, capite che responsabilità, poveretti, gli stiamo dando? Non se la prendono un’incombenza così! Sfido io! Voi vi prendereste una responsabilità del genere? Tipo… far vivere bene o male una persona per mano vostra? Dai… non potete darmi torto!

Per attrarre denaro dall’esterno all’interno verso di noi, dobbiamo modificare il nostro interno verso l’esterno. Solo così potremmo godere una vita appagante in ogni ambito. E’ difficile. Molto. Non lo nego. Io ci scherzo su ma comprendo quanto sia brutto. Ho saputo cosa significa. E oggi voglio vivere diversamente, non più come un tempo. Continuo così ad allenarmi, la strada è lunga ma non mollo, provate anche voi, alla fine… non costa niente. E’ solo un meccanismo della mente che va modificato.

Vi lascio a questo video di Salvatore Brizzi e vi consiglio di acquistare il suo libro “La Via della Ricchezza” nel quale, alcuni concetti, sono spiegati ancora meglio.

Prosit!

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Non puoi Sbagliare!

Il problema di P. era quello di avere due genitori, il padre soprattutto, che non riuscivano a staccare e a dimenticare gli errori che lei poteva aver fatto in passato. Errori sciocchi, che qualsiasi persona combina.

Una volta rigò la portiera dell’auto facendo manovra e, da allora, nonostante guidasse relativamente bene e non arrivasse ogni giorno con la macchina incidentata, la loro frase, nel salutarla era – E mi raccomando la macchina, non rigarla di nuovo! -.

Un’altra volta invece, in giovane età, e per fare una sorpresa a mamma e papà, decise di rivestire le pareti della sua cameretta con una tappezzeria azzurra, pennellata di bianco, a rappresentare la spuma delle onde del mare. Combinò un disastro. La tappezzeria venne messa malissimo, la colla era ovunque e presto, molti fogli della carta da parati si staccarono. Negli anni successivi le ricapitò di mettere dell’altra tappezzeria, per se stessa e per gli amici, in modo egregio, preciso e meticoloso ma, per suo padre, davanti a qualsiasi risultato, prevaleva sempre la tragedia combinata anni prima nella sua camera da letto nonostante fu proprio grazie a quella “tragedia” che lei capì come bisognava applicare il rivestimento.

Per loro non c’erano migliorie. Lei era brava, efficiente, educata, pignola, preparata ma, se da ragazza, aveva combinato un danno, come esempio veniva considerato solo quell’unico danno a confronto di altre cento cose fatte poi bene.

Per P., tutto questo era frustrante. Logorante. E posso capirla.

Sembrano stupidaggini invece sono deleterie. Sovente si abbozza come ad avvallare la classica frase “eh ma tanto loro sono fatti così”. Si sopporta, si lascia parlare e si va avanti… invece, queste considerazioni, questi pregiudizi, sciupano l’anima.

E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio – (A. Einstein).

Ogni volta, sottolineare così quell’errore, era come infilare una piccola lama nello stomaco.

Significava far rivivere l’imbarazzo dello sbaglio, evidenziare il “non vali niente, non sei capace, sei solo in grado di fare le cose fatte male, io non ho stima di te”, puoi fare mille cose fatte bene ma, quella fatta male, è stata la più grave di tutte. Non c’è rimedio. Sarà lei, d’ora in poi, a dirigere le tue azioni. Ogni cosa che farai sarà pilotata da un qualcosa di errato. Un ottimo incentivo per l’autostima.

Errare non è concesso. Non è umano.

Se si pensa che diventiamo grandi proprio grazie agli errori. Se si pensa a quanto gli errori siano importanti nella nostra vita, fin da bambini, quando grazie a loro capiamo come fare meglio, ora, non valgono più, sono come creature malefiche che ci rovinano l’esistenza, che ci allontanano dai nostri cari attraverso la svalutazione, il giudizio negativo, la falsa tolleranza. Sì, perché il resto, le nuove esperienze, vengono accettate dai genitori come se fosse doveroso accettarle ma, in realtà, non si vorrebbe, non c’è fiducia. E’ emarginazione.

Un continuo dito puntato contro che dice – Tu non sei in grado di fare meglio di così – cioè non cresci, non hai scalini di miglioria, non hai speranza.

Le tue colonne portanti, i tuoi genitori, quelli sui quali più basi la tua intera vita, non si fidano di te. Tu non vali e sai perfettamente di non aver mai fatto nulla per meritare questo.

Posso apparire esagerata ma non si riesce a comprendere l’inestimabile danno che questo crea nel nostro inconscio. Un danno molto più grave del non essere stati in grado di mettere bene una tappezzeria, dell’aver rigato una macchina, o quant’altro. Il regalo della titubanza.

E allora si susseguono le menzogne.

Ad ogni risultato sgradevole: “Non lo dico, perché se lo dico guai… chissà cosa penseranno di me e cosa penseranno di me nel futuro”. Si cela, ci si nasconde per respirare, per vivere.

E si susseguono le paure: “Speriamo non vengano mai a scoprirlo”.

E si susseguono i sensi di colpa, sia del malfatto che della bugia seguente.

Ma non è finita. C’è un risvolto ancora peggiore. Ancora più maledettamente incomprensibile che nasce quando: la tua cara amica riga la macchina proprio come hai fatto tu, suo padre la sgrida e TUO padre invece… la difende (!), spiegando all’altro genitore che può capitare e che NON LO FARA’ PIU’. Evviva!

…Dammi una lametta che mi taglio le vene…! – (D. Rettore)

Non sto enfatizzando, credetemi, e so che molti purtroppo, sono vittime di questo metodo che pare il massimo esponente dell’educazione.

La situazione è drastica (sorrido). Le palpebre si afflosciano verso il basso assieme alle guance e si inizia ad assumere la classica espressione da basset hound confuso e incredulo che guarda il proprio padre col magone e si chiede “Perché? Perché io no? Perché io no questa coccola, questa fiducia, questa pazienza, questa speranza, questo incoraggiamento, questo consiglio a non mollare, al potercela fare…?”. Notate quante cose vengono a mancare?

“Allora la mia amica vale più di me”. Fine della storia.

Ora, se state leggendo questo articolo siete sicuramente delle persone adulte, almeno la maggior parte di voi, e sicuramente vi sembreranno solo sciocchezze. Agli occhi di un bambino però, e peggio ancora di un adolescente, tutto questo è più grave. E’ un tarpare le ali immeritato a parer mio.

Prosit!

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Se ho un Dente Cariato non Valgo molto…

Premetto che la Carie nei denti giunge per tanti fattori, soprattutto a causa dell’alimentazione. Un’alimentazione non sana, in prevalenza ricca di zuccheri e comprendente bevande dolci, gassate o alcoliche. La saliva anche ha il suo ruolo, così come varie abitudini poco salutari in genere, una povera igiene, la posizione della dentatura nel nostro organismo a contatto con gli agenti esterni e occorre tenere presente pure dell’ereditarietà.

Detto questo però, anche per la Carie, che è la distruzione delle ossa e dei denti, la Psicosomatica offre la sua versione.

A corrodere il dente pare quindi essere la svalutazione che diamo a noi stessi. Se ci riteniamo poco attraenti, o poco intelligenti, o poco istruiti, questo senso di inferiorità distrugge i nostri tessuti duri. Nella bocca, in particolar modo.

Consuma le nostre fondamenta solide (scheletro – le ossa infatti sono il nostro sostegno, senza quelle saremmo flosci, adagiati al suolo come una poltiglia). E siamo noi a sgretolarle. Nasciamo con rinforzi sani e forti ma, via via che passa il tempo, a causa dell’immagazzinare messaggi negativi che ci arrivano dall’esterno, e non avendo quindi fiducia in noi stessi, impariamo a ragionare su di noi come questi messaggi ci hanno insegnato.

Ad esempio, se nostra madre ci ha dato poco affetto, bisogno primario per il bambino, e ci ha quindi comunicato di conseguenza – Non ti voglio, sei inutile, non vali niente, non mi hai riempito la vita, non ti amo, non mi fai del bene… – sarà normale che in noi si instaura il credo del non essere abbastanza. Del non valere. Del non essere importanti. Basandosi su queste teorie, senza riuscire ad amarsi profondamente e sopra ogni cosa, permettiamo a questi input di fare il loro gioco, concretizzandosi anche da un punto di vista fisico e quindi attraverso la malattia o un disturbo.

Ogni sintomo è un messaggio – (Claudia Rainville)

E’ attraverso la pelle che diventiamo degli esseri in grado di amare, non s’impara ad amare sui libri, ma essendo amati –  (Asley Montagu). Sì, e soprattutto s’impara ad amare noi stessi. Se io sono stata amata, di conseguenza penserò e mi convincerò di essere importante, ossia di meritare amore. Sarà ovvio per me meritare amore e lo riceverò. Sono degna dell’amore che provo e che riscuoto. Mia madre mi ha dato amore perché lo meritavo, o perché lei ne aveva bisogno, fatto stà che VALEVO. Sono STATA VISTA da lei.

L’auto-Svalutazione, si presenta in infiniti modi al nostro cospetto e sono sempre situazioni dolorose e inaccettabili. Occorre porre rimedio. E, nel caso specifico della Carie, non solo andando dal dentista ovviamente.

Anteponete il vostro valore a quello degli altri, riconoscetevi adatti, belli, meravigliosi, nonostante tutti i vostri difetti. Siete un’opera d’arte di gran pregio. E non è chi vi sta attorno che ve lo deve dire o dimostrare. Dovete concepirlo in voi. Dovete “sentirlo”.

Amatevi di più e consideratevi all’altezza. Nessuno è più di voi. Nessuno in passato o in futuro è stato o potrà essere come voi. Siamo tutti unici, ed è proprio la nostra unicità a renderci speciali.

Prosit!

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