Io non posso spiegarti i colori

Io non posso spiegarti cosa sono i colori perché se non sai cos’è una cosa colorata non te la posso descrivere. Posso dirti che sono qualità brillanti e vivide che possiede tutto ciò che ci circonda ma tu sai cos’è la vividezza? Questo termine che riporta alla parola – vita -?

Posso però farti assaggiare i gusti del gelato. Sentirai che ognuno ha il suo profumo e il suo sapore e, i colori, sono un po’ questo, ognuno diverso e ognuno ha il suo nome.

Si chiamano blu, rosso, giallo, verde…

Il verde, ad esempio, è quel brivido che senti nelle viscere quando ti emozioni. E’ profondo, ti inghiotte e ti avvolge, cullandoti e proteggendoti. Quel brivido che ricopre tutta la tua pelle e ti difende. Ecco, questo è il verde.

E c’è l’azzurro, di quando sei calmo nei tuoi silenzi. Di quando metti la mano dentro a dell’acqua fresca e la senti accarezzarti. L’azzurro è così. E’ la tua pace.

I colori sono tuoi. Sono cose tue che vivono dentro di te. Come se fossero emozioni. A volte si può anche dare un colore ad un’emozione e pare proprio dedicato a lei.

C’è anche il giallo, che ti scalda. Quel tepore che percepisci ovunque e ti fa sentire vivo, ti regala la conferma di esistere. Questo perché il giallo è il colore del Sole, quella sensazione di caldo che senti sulla pelle e, il Sole, non solo corrobora, ma è il Padre della vita. I suoi raggi sono come lame benevole di luce, ossigeno e entusiasmo. Non posso nemmeno descriverti i raggi del Sole ma posso sfiorarti appena, in modo lieve e amorevole, per farti capire cos’è la sua luminosità. Cos’è la sua energia. Il suo lambirti che può essere di calura o di ardore.

Il marrone invece ha l’odore della terra, della Madre, dove tutto prende vita riflettendo le bellezze del cielo. Il marrone è accogliente, pacato e dolce. E’ una tinta che permette la creatività, come un suono piatto e disponibile dal quale si ramificano splendide melodie. E’ armonico e affettuoso riuscendo a farti sentire un tutt’uno con lui.

Il rosso è lo scatto deciso, l’impeto che può far male ma ti regala la sensazione di libertà. Il rosso è come un momento. Il momento in cui senti di esserci ed essere visto. Lo stato che ti sconquassa dal quale rinasci più forte e vibri con il tutto.

C’è poi il viola. Hai presente quando senti di essere connesso a qualcosa di più grande di te? A quando ti sembra di sentire dentro al petto risonanze di un mondo sconosciuto ma che non ti spaventa? Quello è il viola, che reca con sé una fragranza di magia. Che ti trova stupito e attento.

Ti stanno piacendo queste parole? Immagino che a breve amerai gli stessi colori che amo io, ma sei fortunato perché a me piacciono tutti. E’ come se ognuno avesse uno scopo. E’ come se potessimo farli nostri e utilizzarli al meglio. Non possono esserci, per me, colori belli o brutti. Possono, al massimo, essere portatori di ricordi piacevoli o spiacevoli. Perché sì, i colori sono anche questo: messaggeri.

E io spero davvero che tutte queste mie parole possano piacerti.

Molti direbbero: sono solo parole…

Lo so… ma sono comunque un dono, non pensi?

Le parole invece, le uniche cose che potrei raccontarti perché riesci a sentirle, sono anche le sole verso le quali non occorre nessuna interpretazione. Perché, per le parole, quelle vere, non c’è bisogno della voce. Ti basta scendere nel silenzio e ascoltare il cuore.

In ogni suo battito e in ogni suo vibrare potrai percepire le decisioni più giuste e le frasi più belle ma, soprattutto, potrai ascoltare la sua poesia formata dal suono dell’amore, la forza che compone i vocaboli più incantevoli.

Prosit!

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Mio Padre mi faceva Cantare

Quand’ero piccola mio padre voleva sempre ch’io cantassi ogni volta che andavo a farmi il bagno o la doccia e io, obbediente, per tutto il tempo dedicato all’igiene personale, sfoderavo le mie prodezze canore per la gioia di tutto il vicinato. Le canzoni duravano dall’inizio alla fine del lavaggio cioè, vale a dire, due ore abbondanti circa.

Amavo stare nell’acqua calda, immergermi, giocare con lei, fantasticare e impersonare eroine che combattevano battaglie sotto una pioggia incessante. E, nel mentre, cantavo e cantavo. Come mi era stato chiesto, senza smettere.

Mio padre pretendeva questo quando, lui e mamma, non potevano stare assieme a me avendo dei lavori da sbrigare in casa.

Le mie canzoni lo facevano stare più tranquillo. La mia voce gli diceva che stava andando tutto bene, che non mi stava succedendo niente.

Un giorno, come se le sue paure decisero di prendere forma, piano piano, smisi di cantare…

Lui mi chiamò dalla cucina ma io non risposi.

Mi richiamò ma di nuovo non ricevette risposta da me.

Corse in bagno e quando mi vide ero già svenuta sott’acqua, bianca come un cencio e uscivano dalla mia bocca piccole bollicine. Il livello dell’acqua nella vasca era anche più alto di quello che mi era stato concesso altrimenti Barbie e Ken non potevano fare i tuffi che piacevano a loro.

Posso proprio dire che, quel giorno, mio padre, mi salvò la vita. Poi, grazie a mamma, ripresi i sensi e iniziai a sputacchiare acqua e a respirare.

Finii all’ospedale in quanto mi ero praticamente avvelenata con i fumi di scarico dello scaldabagno a gas, oggi forse addirittura vietato all’interno del bagno, se non erro. Mi è mancato l’ossigeno nella stanza, ho perso i sensi e stavo annegando… quando si dice – Non mi faccio mancare niente! -.

Crebbi e divenni mamma. Dopo i primi anni anche mio figlio iniziò a lavarsi da solo mentre io mi occupavo delle mansioni in casa.

Canta! – gli dicevo. Proprio come mio papà chiedeva a me. In fondo, se ero ancora viva, era anche grazie a quell’abitudine di papà e il tarlo nel cervello ti suggerisce che, facendo allo stesso modo, puoi salvare la vita dei tuoi figli. Ti suggerisce di non cambiare metodo.

Solo con il tempo e dopo varie docce pensai “Ma perché mai dovrei salvare la vita di mio figlio? Mio figlio sta bene, non sta per morire!”.

Porre un occhio di riguardo nei confronti di un bambino piccolo che sta facendo qualcosa da solo è più che giusto ma vivere temendo per la sua incolumità è diverso e lo trovo sbagliato. Ossia, focalizzarsi sul peggio è sbagliato. Concentrarsi sul “potrebbe” (che poi è un “sicuramente”) succedergli qualcosa di male non è bello e non è giusto. Significa aspettarsi il male.

Era lui spesso a chiedermelo – Mamma, vado a lavarmi… canto? -. Lo stavo sobbarcando di una grande responsabilità: quella di tranquillizzarmi.

Si stupì il giorno in cui gli risposi  – No tesoro, se preferisci, puoi giocare tranquillo, tanto mamma ti sente lo stesso -.

Naturalmente, le prime volte, durante i suoi attimi di silenzio, correvo alla porta del bagno (rigorosamente  aperta) e con qualche scusa lo consideravo o stavo ad osservare di nascosto che tutto andasse bene. Poi, pian pianino, mi liberai di questa preoccupazione convincendomi che, mio figlio, sotto la doccia, era sano, felice, giocherellone e stava benissimo.

Sono grata a mio padre, a tutti i suoi insegnamenti, e ho sempre potuto godere del suo amore ma non volevo cedere alle grinfie della paura.

Pensare che un figlio sta bene e starà bene non vuol dire fregarsene di lui; significa solo non farsi sottomettere dal demone della pre-occupazione (occuparsi in anticipo di una cosa che ancora non esiste e… brutta per di più). Significa vivere più leggeri e alleggerire gli altri.

Spesso si entra in circoli viziosi e subdoli senza neanche accorgersene e che inoltre ci appaiono utili e positivi mentre invece sono logoranti.

Forse, non per tutti può avere valore l’esempio che ho raccontato del “cantare sotto alla doccia” ma è il senso che volevo trasmettere, con la speranza che possa allietare un po’ di più le vostre giornate. Questo perché, durante il giorno, di pre-occupazioni come questa ne creiamo un mucchio e, alla sera, o dopo mesi, o dopo anni, siamo stanchi, stressati, storditi.

Siamo focalizzati lì, senza ricordarci chi siamo, chi siamo davvero.

Proviamo, dove possiamo a liberarci da queste catene.

Prosit!

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Non puoi Sbagliare!

Il problema di P. era quello di avere due genitori, il padre soprattutto, che non riuscivano a staccare e a dimenticare gli errori che lei poteva aver fatto in passato. Errori sciocchi, che qualsiasi persona combina.

Una volta rigò la portiera dell’auto facendo manovra e, da allora, nonostante guidasse relativamente bene e non arrivasse ogni giorno con la macchina incidentata, la loro frase, nel salutarla era – E mi raccomando la macchina, non rigarla di nuovo! -.

Un’altra volta invece, in giovane età, e per fare una sorpresa a mamma e papà, decise di rivestire le pareti della sua cameretta con una tappezzeria azzurra, pennellata di bianco, a rappresentare la spuma delle onde del mare. Combinò un disastro. La tappezzeria venne messa malissimo, la colla era ovunque e presto, molti fogli della carta da parati si staccarono. Negli anni successivi le ricapitò di mettere dell’altra tappezzeria, per se stessa e per gli amici, in modo egregio, preciso e meticoloso ma, per suo padre, davanti a qualsiasi risultato, prevaleva sempre la tragedia combinata anni prima nella sua camera da letto nonostante fu proprio grazie a quella “tragedia” che lei capì come bisognava applicare il rivestimento.

Per loro non c’erano migliorie. Lei era brava, efficiente, educata, pignola, preparata ma, se da ragazza, aveva combinato un danno, come esempio veniva considerato solo quell’unico danno a confronto di altre cento cose fatte poi bene.

Per P., tutto questo era frustrante. Logorante. E posso capirla.

Sembrano stupidaggini invece sono deleterie. Sovente si abbozza come ad avvallare la classica frase “eh ma tanto loro sono fatti così”. Si sopporta, si lascia parlare e si va avanti… invece, queste considerazioni, questi pregiudizi, sciupano l’anima.

E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio – (A. Einstein).

Ogni volta, sottolineare così quell’errore, era come infilare una piccola lama nello stomaco.

Significava far rivivere l’imbarazzo dello sbaglio, evidenziare il “non vali niente, non sei capace, sei solo in grado di fare le cose fatte male, io non ho stima di te”, puoi fare mille cose fatte bene ma, quella fatta male, è stata la più grave di tutte. Non c’è rimedio. Sarà lei, d’ora in poi, a dirigere le tue azioni. Ogni cosa che farai sarà pilotata da un qualcosa di errato. Un ottimo incentivo per l’autostima.

Errare non è concesso. Non è umano.

Se si pensa che diventiamo grandi proprio grazie agli errori. Se si pensa a quanto gli errori siano importanti nella nostra vita, fin da bambini, quando grazie a loro capiamo come fare meglio, ora, non valgono più, sono come creature malefiche che ci rovinano l’esistenza, che ci allontanano dai nostri cari attraverso la svalutazione, il giudizio negativo, la falsa tolleranza. Sì, perché il resto, le nuove esperienze, vengono accettate dai genitori come se fosse doveroso accettarle ma, in realtà, non si vorrebbe, non c’è fiducia. E’ emarginazione.

Un continuo dito puntato contro che dice – Tu non sei in grado di fare meglio di così – cioè non cresci, non hai scalini di miglioria, non hai speranza.

Le tue colonne portanti, i tuoi genitori, quelli sui quali più basi la tua intera vita, non si fidano di te. Tu non vali e sai perfettamente di non aver mai fatto nulla per meritare questo.

Posso apparire esagerata ma non si riesce a comprendere l’inestimabile danno che questo crea nel nostro inconscio. Un danno molto più grave del non essere stati in grado di mettere bene una tappezzeria, dell’aver rigato una macchina, o quant’altro. Il regalo della titubanza.

E allora si susseguono le menzogne.

Ad ogni risultato sgradevole: “Non lo dico, perché se lo dico guai… chissà cosa penseranno di me e cosa penseranno di me nel futuro”. Si cela, ci si nasconde per respirare, per vivere.

E si susseguono le paure: “Speriamo non vengano mai a scoprirlo”.

E si susseguono i sensi di colpa, sia del malfatto che della bugia seguente.

Ma non è finita. C’è un risvolto ancora peggiore. Ancora più maledettamente incomprensibile che nasce quando: la tua cara amica riga la macchina proprio come hai fatto tu, suo padre la sgrida e TUO padre invece… la difende (!), spiegando all’altro genitore che può capitare e che NON LO FARA’ PIU’. Evviva!

…Dammi una lametta che mi taglio le vene…! – (D. Rettore)

Non sto enfatizzando, credetemi, e so che molti purtroppo, sono vittime di questo metodo che pare il massimo esponente dell’educazione.

La situazione è drastica (sorrido). Le palpebre si afflosciano verso il basso assieme alle guance e si inizia ad assumere la classica espressione da basset hound confuso e incredulo che guarda il proprio padre col magone e si chiede “Perché? Perché io no? Perché io no questa coccola, questa fiducia, questa pazienza, questa speranza, questo incoraggiamento, questo consiglio a non mollare, al potercela fare…?”. Notate quante cose vengono a mancare?

“Allora la mia amica vale più di me”. Fine della storia.

Ora, se state leggendo questo articolo siete sicuramente delle persone adulte, almeno la maggior parte di voi, e sicuramente vi sembreranno solo sciocchezze. Agli occhi di un bambino però, e peggio ancora di un adolescente, tutto questo è più grave. E’ un tarpare le ali immeritato a parer mio.

Prosit!

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Liberiamoci Dei Rompipalle 8° – IL SUPERBO

Sapete che i Superbi tra noi sono davvero molti? Più di quelli che possiamo immaginare.

Si perché, quando si parla di SUPERBIA, si pensa immediatamente ad una persona tracotante e supponente che, guardandoci dall’alto in basso, ci ordina determinate cose, credendosi chissà chi, e ci tratta come poveri mentecatti.

Oh no! Questo è vero, ma il Superbo, in realtà, è anche molto più subdolo e, per questo, sovente, passa inosservato.

Vi faccio subito un esempio che capita spesso tra umani e che lo si può comparare a mille altre situazioni.

All’interno di una comune famiglia, un figlio confessa che amerebbe tanto avere un cane. – Va bene – dicono i genitori e, l’indomani stesso, ecco un bel cagnolino, nuovo membro di quella casa. Uno splendido Bassotto.

Ma io non volevo un Bassotto! – lamenta il ragazzo – non mi piace, volevo sceglierlo io, volevo andare in un canile e guardare quello che più mi piaceva!

Il padre, a quel punto, gli mette una mano sulla spalla attirandolo a sé e, guardandolo come lo guarderebbe un caro amico consigliere, gli dice – Ma come? Volevi un cane e te lo abbiamo preso, alla mamma piace tanto e poi… guarda che occhioni dolci ha! Come può non piacerti?

Stiamo quindi parlando di un padre (e di una madre) convinti di aver fatto la scelta migliore. Il Superbo crede di sapere meglio di voi cosa fa bene a voi o cosa va bene per voi. Questo è alla BASE della Superbia.

Questo significa instillare il senso di colpa introducendolo nell’animo del malcapitato. Dovrebbe suonare un allarme dentro di voi a questo punto. Tutto ciò significa: “Sei un figlio ingrato, noi ti abbiamo accontentato immediatamente e tu non sai apprezzare il nostro gesto. Sei anche un menefreghista perché non consideri i gusti di tua madre che ti è venuta incontro nel prendere un cane. Noi siamo buoni e tu cattivo. Tu non meriti nulla. Etc… etc…”. Ok? E ora pensate bene a quante volte accade, o è accaduto, nella vostra vita. Magari lo avete subito o lo avete commesso. Magari lo avete vissuto, non per forza dai genitori ma da qualsiasi altro.

In parole povere:

– Hai due genitori che ti hanno prontamente accontentato e tu non apprezzi il loro gesto

– Non consideri i gusti di tua madre

– Stai preferendo un essere vivente ad un altro essere vivente; questa è discriminazione

E poi…. attenzione bene…. c’è… l’inganno!

L’inganno dato dalla finta complicità del padre: mano sulla spalla, tono calmo e convincente, sguardo ammaliante.

(Tenete conto, inoltre, che un cane non è un giocattolino che dopo un mese si rompe e lo si cambia; un cane può vivere parecchi anni e, per parecchi anni, il ragazzo dovrà tenersi un cane che non desiderava)

Badate bene: tre sensi di colpa (più il tradimento del papà) in una sola frase, detta con dolcezza, pacatezza e cercando di convincere l’altro.

Questa è Superbia. La Superbia, come dicevo, di credere di saper sempre fare il meglio e meglio degli altri, la cosa più giusta, senza nemmeno ascoltare chi si ha di fronte e i suoi desideri fino in fondo. L’utilizzare le proprie capacità quasi astute (truffaldine) per ottenere ciò che si vuole, incuranti dei sogni e necessità altrui.

Questa è anche manipolazione.

Ora, è vero che palesemente il Superbo è una persona convinta, irremovibilmente, di essere superiore a tutti ma, quello che occorre capire, è che non sempre palesa questa sua convinzione attraverso un agire schietto e ben visibile che urta. La sua Superbia, in realtà, può passare totalmente inosservata ma viene comunque subita dalla nostra percezione, dalla nostra parte più intrinseca e, una volta recepita, rimane lì, e ci fa del male.

Riesce a farci del male perché può portare, all’interno di noi stessi, tanti messaggi ma tutti a sfondo negativo come: l’autosvalutazione, la sottomissione, l’insicurezza, la rabbia, l’avversione, la tristezza…

Adesso, dimenticandoci l’esempio del padre e del ragazzo che vuole il cane, c’è da dire però che, anche se può sembrare strano, spesso, un Superbo non si accorge di esserlo nel senso che stà, egli stesso, così facendo, appagando delle sue necessità. In modo sbagliato certamente ma questo c’è alla radice. La moglie che, ad esempio, manipola il marito, pur non accorgendosene, sente il bisogno di farlo per PAURA. E’ sempre, o quasi, la PAURA a governare. La paura che vada con un’altra donna, la paura di rimanere sola, la paura di venir sottomessa, la paura di non essere amata… e quindi, con Superbia, lo obbliga ad avere comportamenti che, secondo lei, le dimostrano amore. Lo tiene in pugno e, i suoi timori, sono placati. Un giro poco sano certo, ma questo è.

Vedete che meccanismo arzigogolato? Per questo occorre precisare bene cos’è la Superbia, perché non è soltanto quella conosciuta la maggior parte delle volte, ma nasconde anche, e soprattutto, questo aspetto. La Superbia può essere un’azione ma anche un vestito che si indossa e quindi cambia sembianze.

Non è facile riconoscerla prontamente, dal vivo. Siamo molto, troppo abituati a sentirci dire determinate frasi. Ponete attenzione. Ascoltate il vostro intuito. Quel piccolo, pungente, sentire nel vostro stomaco.

Prosit!

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A modo mio: Interpretazione di “La guarigione del cieco nato”

Dal vangelo secondo Meg 4° – niente di religioso ma di molto curioso

PRENDI DEL FANGO, SPUTACI SOPRA E FAI COSA VUOI

Avrete presente tutti la parabola del Vangelo che racconta di quando Gesù guarì il cieco nato (azione che compì diverse volte durante la vita nei confronti di parecchi non vedenti).

Si racconta che, prese del fango, ci sputò sopra, appoggiò le sue mani piene di quell’intruglio sugli occhi del malato e, quest’ultimo, potè vedere il mondo. C’è forse qualcosa di più banale e di più povero del fango e della saliva? No. Due ingredienti veramente miseri, se vogliamo, mediocri, ed è proprio per la loro mediocrità che sono stati scelti. Appositamente. Proprio grazie alla loro umiltà possono far capire quanto in realtà è potente l’energia che vive dentro di noi (che può fuoriuscire ad esempio dalle nostre mani), il principio attivo fondamentale. Non servono grandi cose, non servono eccipienti pregiati o multifunzionali. Basta un po’ di polvere, uno sputo e possiamo ottenere quello che vogliamo, grazie al nostro volere. Grazie al fatto che davvero vogliamo quella cosa, anche la cosa più impensabile e più grande come, addirittura, dare o ridare la vista a un cieco. E’ assurdo. Nemmeno il più grande oculista del mondo potrebbe. Esatto. Questa assurdità, per l’Universo, non esiste. La nostra energia è più forte ancora dell’assurdo. Può tutto. Per questo, come esempio, è stata usata la forte metafora della cecità. E’ il nostro intento a CREARE.

Che poi… ciechi lo si è tutti. Si, si, vediamo i colori, vediamo gli alberi, le auto, le case, le persone. Ma la nostra povera vista si ferma lì. Non vediamo l’energia, la profondità delle cose, l’aurea, il battito vitale, quasi a livello molecolare, di ciò che ci circonda. Non guardiamo mai con gli occhi dell’anima. Non cogliamo mai lo stupore che può esistere osservando, con altri sensi, persino una mosca. Che non significa scandagliarla minuziosamente in ogni suo più piccolo particolare, significa accorgersi della sua energia, di quella sua vibrazione essenziale che la contraddistingue, la circonda, l’avvolge. La sua luce. Riusciamo a sentire la pulsazione del suo cuore? Perché un cuore ce l’ha anche lei, e batte.

Ed è mutando quell’energia che si può guarire.

Apri i tuoi occhi alla vita – apriti alla vita – guarda… con il canale dell’anima”. Ossia: non osservare soltanto a livello visivo, guarda oltre, guarda con altri sensi, con il divino che è in te. Il – guardare – che non è guardare ma è sentire, percepire, toccare, ascoltare, inspirare, imprimere nella propria pelle e dentro di sé. Connettersi ad esso. Connettersi. Divenire un tutt’uno con il cosmo.

Invece siamo chiusi. Attappati da barriere e maschere e paure e condizionamenti ed etc, etc… e’ colpa del governo, delle religioni, della scuola, e bla.. bla… bla… è colpa di mamma e papà…

Infatti, all’interno di questa parabola, si può leggere anche un quesito che i discepoli pongono al loro Messia proprio per tradurre la simbologia di questo fenomeno: se io sono chiuso alla vita e non mi evolvo, non ne ho colpe; la colpa e’ della società!

Diamo quasi sempre colpa ai nostri genitori per tutto quello che ci accade. Diamo a loro la responsabilità di averci donato un codice genetico magari farlocco, in caso di malattie ereditarie, e implichiamo a loro l’errore di non averci dato sostegno nella vita, di averci tarpato le ali, di averci giudicato, di aver preteso troppo da noi, di averci giudicato male, etc… quello che siamo oggi è colpa o merito loro.

Se io mi sono sempre fatta mettere i piedi in testa dagli altri è perché i miei genitori non mi hanno mai permesso di farmi valere, dovevo umilmente accettare portando rispetto a chi era più grande di me e magari chiedere anche scusa perché la mia coscienza doveva essere linda e io potevo così permettermi di andare nella vita sempre a testa alta. Oggi, posso avercela con mio padre e mia madre in quanto, questo meccanismo, ha sviluppato negli anni, in me, uno stato di remissione che non mi ha mai permesso di ribellarmi alle situazioni spiacevoli ma, il fatto è che, ad avercela con loro sbaglio. Sto facendo l’errore più grande. Non mi sto guardando dentro.

Loro, vittime anch’esse di altri genitori, a loro volta figli e figli anche della paura, hanno semplicemente cercato di fare con me quello che ritenevano più giusto e sicuramente l’hanno fatto pure per il mio bene. Sbagliato o esatto che fosse. Sono io che erro nel rimanere aggrappata a queste situazioni senza evolvermi. Anzi, proprio perché conosco alla base lo stato dell’umiltà che mi è stato imposto, posso da lì partire per salire e crescere. Non sto giustificando nessuno, né i genitori, né i figli. Conosco genitori che non hanno diritto di essere chiamati tali, e conosco figli che non hanno mai avuto nessun rispetto per chi li ha messi al mondo, ma qui si trascende in altri discorsi. Ciò che intendo dire è semplicemente che bisogna staccarsi. Dividere bene quello che ci è stato insegnato (tanta manna qualsiasi cosa sia) e quello che in realtà siamo.

Né lui ha peccato né i suoi genitori, hanno colpe, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio – ecco cosa risponde Gesù ai suoi allievi.

… Cioè? La solita storiella che bisogna soffrire nella vita per poter essere vicini al Signore e che il Padre Nostro sta accanto ai deboli e agli invalidi anziché ai benestanti e ai gioiosi? Via, via tutte queste bazzecole. I nostri pensieri e le nostre emozioni inconsce, se dannose per il nostro spirito e per il nostro benessere più intrinseco (paura, rabbia, tristezza, fastidio… celate), si manifestano attraverso la malattia o attraverso accadimenti spiacevoli. La realtà è uno specchio. Se si emanano le frequenze dell’angoscia ci torneranno indietro attraverso esperienze angoscianti da vivere. Come diceva Einstein, questa è fisica e non filosofia. Apriti alla vita con: coraggio = senza paura, con serenità = senza rabbia, con gioia = senza tristezza, con pazienza = senza fastidio…

Le emozioni negative sono grandi amiche ed è giusto provarle e averle, ma non devono diventare i padroni delle nostre scelte. Dovremmo ascoltare di più la voce dell’anima che ci parla in continuazione ma noi non la sentiamo.

Abbiamo il potere di guarire sia noi stessi che gli altri, se non ci lasciassimo inquinare dal dubbio. Abbiamo il potere di ottenere tutto ciò che vorremmo, se non ci lasciassimo inquinare dal timore. Abbiamo il potere di rendere vera ogni nostra immaginazione se solo non considerassimo questa cosa impossibile. Ecco cosa significa riuscire a guarire, con del semplice fango e dello sputo, un cieco.

Tutti abbiamo sia luce che oscurità dentro di noi. Ma sta sempre a noi scegliere da che parte schierarci – (Sirius/ragazzo-fenice)

Prosit!

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Ecco perchè alcuni si Rosicchiano le Unghie

Tante persone si rosicchiano le unghie o le cuticole intorno ad esse. Alcuni arrivano persino a mordere la pelle di tutta la punta delle dita e si dice che questo sia uno sfogo inerente ad uno stress trattenuto che fuoriesce in questo sistema. Solitamente infatti, si può riscontrare tale modo di fare nelle persone più nervose e che magari svolgono un lavoro particolarmente snervante ma lo si denota anche nei bambini e negli adolescenti.

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Secondo alcune filosofie, è vero che alla base c’è uno stress di fondo e una sorta di ansia che ci rende vittime del suo logorio ma, subiamo queste emozioni a causa soprattutto di un conflitto nei confronti di uno o ambedue i nostri genitori. Proprio così. In realtà, questa sorta di angoscia, alcune volte è palese, altre volte invece potremmo anche non riconoscerla.

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Noi amiamo i nostri genitori, sono i nostri fari nella nebbia, le nostre colonne portanti ma potrebbe essere che, in cuor nostro, nella parte più profonda di noi stessi, desidereremmo o avremmo desiderato un altro tipo di rapporto. Vi faccio alcuni esempi:

– Amiamo nostro padre. E’ un essere buono, amorevole, sensibile. Vorremmo però che ogni tanto prendesse in casa la sua posizione. Sovente, la mamma che governa la famiglia e ha la situazione in mano, potrebbe punirci o sgridarci anche sbagliando. Il fatto di avere un papà che non assume mai le nostre difese, pur volendoci un gran bene, ci fa arrabbiare.

– Un figlio, ancora bambino, non riesce a concepire che un genitore debba stare tutto il giorno fuori per lavoro. Lo accetta perché prova un grande affetto, perché gli viene spiegato, ma vorrebbe di gran lunga che quel genitore stesse la maggior parte del tempo con lui.

– Capita che, pur provando un gran bene per la nostra mamma o per il nostro papà, ci accorgiamo che da noi pretendono più di quello che gli diamo: nella scuola, nella vita, nelle nostre scelte. Ci amano ma, senza volerlo, ci sottovalutano. Viviamo una vita intera nel cercar di soddisfarli al meglio. Nel far vedere loro che siamo in grado di essere come vorrebbero, ci logoriamo nell’essere i migliori. In realtà però non stiamo vivendo una situazione di pace interiore.

– Quando nasce un fratellino, molto spesso, un bimbo non comprende e non accetta di dover dividere la sua mamma con un qualcuno che prima non c’era. Nonostante l’interessa e la gioia verso il nuovo arrivato, è normale che un po’ d’insoddisfazione possa colpire colui che fino a ieri era il protagonista assoluto. Un protagonista che ora si chiede perché mai, la sua mamma, abbia voluto anche un altro figlio, come se lui non fosse bastato. “E se ora preferirà lui a me? E se ora la mia mamma penserà solo a lui?”. Si chiederà. Tutte paure che con il tempo andranno via ma intanto che prendono consistenza possono far vivere male chi le subisce anche senza andare a toccare il discorso della gelosia tra fratelli che quello è un argomento a se’.

Queste sono solo alcune delle circostanze. Purtroppo ce ne sono addirittura di peggiori ma sono situazioni che si celano dietro a una parvenza di serenità quando così non è. Nessuno è colpevole dove c’è puro amore, però si rischia di infliggerci spesso delle ansie che non dovrebbero appartenerci perché a chiedercelo è la società, è l’educazione che abbiamo ricevuto, è la morale, è il sistema, etc… etc… L’onicofagia viene associata da diverse teorie a tutto questo. Ad una frustrazione. E’ come un corrodere noi stessi nel non riuscire a sollevare ed eliminare il rancore (a volte irriconoscibile) provato verso nostra madre o nostro padre. Le unghie, sono per noi, come per alcuni animali, uno strato di cheratina nate allo scopo di difendere, di proteggere. Ecco perché vengono associate al genitore. Colui che ci fa crescere. Anche il non voler affrontare la crescita, l’aver paura di vivere, può portarci a rosicchiare le nostre unghie, per il semplice fatto che la persona verso la quale noi ponevamo la nostra fiducia più grande, non ha saputo, secondo il nostro pensiero, accoglierci al meglio e proteggerci… proprio come le nostre unghie. amando.it

Subentra così una specie di punizione, verso le stesse, pari al cercar di punire nostro padre o nostra madre che ci ha abbandonato, che ci ha castigato eccessivamente, che ci ha maltrattato, che ci ha offeso, che ci ha inibito, che ha preteso… Questo accade soprattutto nei casi in cui si prova dispiacere per questa situazione vissuta. Succede infatti che ci possiamo trovare davanti ad una madre e una figlia, ad esempio, che neanche si rivolgono la parola, si detestano letteralmente ma, la figlia, ha delle unghie perfette e mani bellissime. Il motivo potrebbe essere che la figlia non prova rancore o non ne prova più. Non prova dolore nell’avere quello che noi definiremmo un “brutto rapporto” con la madre. Se n’è fatta una ragione! Vive bene anche così. Non essendoci l’angoscia, non c’è l’avvilimento. Non c’è l’onicofagia. Altre volte invece, è possibile provare risentimento o uno stato d’ansia verso mamma e/o papà, senza però rosicchiare le nostre unghie. E’ quasi certo che, in questi casi, s’innescano diversi fattori che possono così far nascere altri tipi di “disturbi” o eliminare l’inquietudine di questo. Chiediamoci allora se proviamo risentimento nei confronti dei nostri genitori che avrebbero potuto fare ma non hanno fatto, che avrebbero dovuto darci la giusta protezione e il vero affetto che non ci hanno dato. Convinciamoci che possiamo comunque vivere al meglio, che la vita non fa paura, che siamo circondati comunque da gioia, amore e felicità. Proviamo a pensare che i nostri genitori sono e sono stati esseri umani anche se ai nostri occhi dovevano comportarsi come Supereroi. Che possono compiere cose meravigliose come atti incredibilmente disgustosi. Che credevano di farci del bene comportandosi in quel modo e invece hanno sbagliato. madreterra.myblog.it

Perdoniamoli. Se questa condizione ci sta facendo soffrire soprattutto. Perdoniamoli. Perdoniamo noi stessi, in primis, se ci è stato inculcato che non eravamo abbastanza o che eravamo “sbagliati”. Se siamo stati abbandonati o troppo sgridati. Accettiamoci e amiamoci. Vi sembrerà strano ma il perdono è la miglior cura anche per le unghie!

Prosit!

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Consiglio: Scrivere cosa ci ha fatto stare male

Il consiglio che vorrei darvi oggi probabilmente lo conoscete già ma io posso testimoniare che funziona davvero. E’ una tecnica che uso anche con chi mi chiede aiuto e noto che pure queste persone, eseguendola, trovano un giovamento. Si tratta di scrivere/descrivere, una situazione “brutta” che avete vissuto. d

Ci troviamo a volte a dover affrontare avvenimenti davvero spiacevoli per noi, traumatizzanti, che lasciano ferite aperte per molto, molto tempo, divenendo sovente, persino inguaribili. Questa è in realtà la parte più negativa. Il ricordo. Il ricordo che continua a vivere in noi. Durante il fattaccio, costi quel costi, siamo in grado di affrontare ciò che arriva, siamo in grado di reagire, siamo in grado di pregare per trovare la forza e ovviamente, non possiamo pensare in quel momento o in quel periodo, quanto male quella situazione sta facendo a noi stessi, nella nostra parte più viscerale. Non è un problema, la risaneremo appena riusciremo a tranquillizzarci ma come? Si crede sovente di riuscire a dimenticare. Attenzione, non è sempre così. Purtroppo, i fatti che ci scuotono particolarmente rimangono impressi in un cassettino del nostro cervello senza abbandonarci del tutto. Altre volte invece rimangono letteralmente, ben visibili, e possiamo vederli affacciarsi ogni giorno nella nostra testa. Cerchiamo di sconfiggerli sia che siano piccini, sia che siano enormi. Sono state esperienze della nostra vita che oggi non devono più esistere, non devono più continuare a farci male. Se avevano da insegnarci qualcosa, prendiamo quel qualcosa e abbandoniamo tutto il resto. Ci sforziamo con il pensiero di lasciar andare, proviamo a perdonare chi ci ha fatto questo, a  capire noi stessi, a giustificarci o a coccolarci, pur di “guarire” da quel tarlo che rosicchia ma non ce la facciamo. Dobbiamo allora quel tarlo, prenderlo e darlo a qualcun’altro travestito da foglio bianco o da schermo di pc. Scriviamo bene, per filo e per segno, con molto impegno, quel che ci è successo. Scriviamo con l’anima. Scriviamo il perchè è accaduto secondo noi, cosa abbiamo subito, cosa avremmo voluto fare, cosa abbiamo fatto e non. Chi ha partecipato insieme a noi a quella vicenda, come vorremmo vivere ora, insomma… tutto. Tutto quello che ci viene in mente ma facendo parlare il cuore. Nessuno dovrà leggerlo, per cui potrete davvero mettere nero su bianco ogni cosa. Sfogatevi in tranquillità visto che probabilmente non avete potuto farlo prima. Dovrete scrivere un libro. Ovviamente, più l’evento è stato traumatico e destabilizzante e più sarà lungo da descrivere perciò non abbiate paura di stilare un vero e proprio romanzo se dovesse servire. Nel caso decidiate di buttarlo giù tramite computer, vi consiglio di stamparlo poi e tenerlo in un angolo della vostra libreria. Una volta terminato, rilegatelo magari e catalogatelo bene come se fosse un fascicolo a sè e sistematelo dove meglio credete. Dateci anche un titolo e abbellitelo esteticamente. Quello è il vostro libro, uno dei tanti, un episodio della vostra vita. alai.it

Sono sicura che con il tempo, il ricordo di quella negatività vi abbandonerà e potrete trovare la serenità che meritate. Non è più in voi ora. Sarà solo tra quelle pagine, e siete padroni di tenerle, o buttarle, o bruciarle, come meglio credete, ma sarete voi a comandare, non più loro. Ora, sono “solo dei pezzi di carta“. Vi consiglio di aspettare almeno un anno prima di prendere la decisione di liberarvene perchè sovente ci vuole davvero molto tempo prima di dimenticare ma soprattutto perchè se riteniamo di aver compiuto degli errori che non vorremmo più ripetere, in quei fogli, rileggendoli, riusciremo sicuramente a trovare le giuste soluzioni. Riusciremo inoltre a mettere ben a fuoco cosa davvero di quell’avventura ci ha logorato e spaventato e, in principal modo, riusciremo a leggere il suo insegnamento. Un pezzo della nostra vita ora ben tangibile, palpabile, concreto. E se prima non sapevamo, nei meandri della nostra mente, dove andare a cercarlo, eccolo… sul terzo piano dello scaffale in salotto. E se prima era edulcorato o inquinato da altri mille pensieri, riuscendo a celarsi bene per non essere trovato, adesso eccolo… è lì.

tempolibero.pourfemme.it

Grande come un quaderno, ben chiuso dentro ad una cartellina. Completamente inoffensivo. Completamente vostro. Non può più farvi paura. Dovete sapere, che addirittura, ci sono traumi vissuti nell’infanzia che riaffiorando nell’età adulta, mascherati da nuovi avvenimenti, possono provocarci lo stesso dolore di un tempo, trasformato talvolta anche in disturbo fisico. E’ ovviamente un episodio lontano ciò che ci ha causato quel malessere, neanche lo rammentiamo, ma è rimasto lì. Questo per farvi capire che non muoiono mai. Continuano a vivere dentro di noi e si nutrono della nostra quotidianità, saltando fuori all’improvviso, nel momento stesso in cui un minimo campanellino d’allarme trilla nel nostro inconscio mosso dalla nuova situazione simile, appena vissuta. Per simile intendo che riporta allo stesso risultato. Vi faccio un esempio: se un bambino è stato abbandonato dal padre in giovane età, vivrà la sua vita nell’ansia che anche altri possono abbandonarlo. Come l’ha fatto il padre, perchè non potrebbe ora farlo la mamma, l’amico, la fidanzata, il datore di lavoro? Non c’è differenza. Ora, è ovvio che quel bambino, divenuto uomo, non avrà più un padre che lo abbandona, questo è già avvenuto, ma gli basterà sentire una frase tipo – Mi dispiace, non posso aiutarti – per fargli rivivere l’incubo. E’ una frase normalissima ma, per lui, è un punto debole. E’ una ferita aperta. Quando una ferita è aperta, anche solo l’aria che ci passa sopra può far male. Quella frase, viene tradotta come “Non posso starti vicino, devi cavartela da solo, ti abbandono, io non sono lì con te“. Proprio come ha fatto suo padre. Lui non riconoscerà il collegamento con il padre ma, in un modo del tutto inspiegabile, inizierà a star male. Come farà a cavarsela da solo? Inizierà a provare ansia, paura, destabilizzazione, tristezza, inquietudine. Tutte emozioni che logorano, che causano danni. Il consiglio che vi ho dato, potrebbe non essere una risoluzione totale. Non m’innalzo al livello di psicologi e neuropsichiatri ma so che può aiutare. E poi, i medici di questo settore, non vi fanno forse parlare, giustamente, per buttare fuori quel che v’inquieta? Come vi ripeto, date ad altri il vostro problema. Cercate di eliminarlo da voi. E, un primo step, potrebbe proprio essere questo.

Prosit!

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