La Cataratta – la Visualizzazione di un Triste Futuro

Gli Occhi sono gli organi che ci permettono di vedere e, secondo il parere della Psicosomatica, ci permettono di vedere non solo il mondo reale che ci circonda ma anche la vita stessa, immaginando, ogni secondo che passa, il nostro prossimo futuro.

Senza neanche rendercene conto, siamo spesso proiettati verso il futuro, verso quello che accadrà, che sta per succedere. Ci pre-occupiamo sovente o, semplicemente, visualizziamo quello che stiamo per fare: “oggi dovrò andare a comprare il pane perché è terminato”.

Gli Occhi quindi, non solo filtrano e proiettano nel nostro cervello le forme e i colori attorno a noi, ma ci permettono immaginazioni, spesso minacciose, per la nostra parte intrinseca.

Se io ad esempio vedo il mio partner stare poco bene e soffrire di una malattia abbastanza grave, mentre lo guardo, automaticamente e inconsciamente, immagino il mio futuro travagliato che può essere senza di lui, perché la sua patologia potrebbe portarmelo via, o mi vedo affannata nel dovermi prendere cura di lui senza altri aiuti e senza più una quotidianità tranquilla e serena.

Oppure ancora, una grande spesa che devo affrontare per i prossimi anni mi turba. Più passa il tempo e più il mio debito rimane lì, non permettendomi una vita agiata.

La Cataratta, disturbo del quale parlo in questo post, è proprio la concretizzazione di questa paura inerente al mio futuro che mi rende triste. Immaginando così l’angoscia e il tormento, posso sviluppare questo disturbo dell’Occhio che è la formazione di un velo sul cristallino il quale diminuisce la mia vista. In alcuni casi può diventare così grave da rendere la persona completamente cieca.

Il Cristallino, membrana trasparente e convessa posizionata dietro l’iride, con la funzione di lente, in pratica si opacizza e io vedo di meno, proprio come a dire “non voglio vedere, questo futuro mi spaventa, mi angoscia, non voglio guardarlo”.

Possiamo notare come proprio la maggior parte delle persone che soffrono di Cataratta sono anziane. Questo disturbo, nella maggior parte dei casi, subentra infatti ad una certa età quando si inizia a percepire il futuro in modo diverso e più preoccupante rispetto a quando si è giovani. La paura della solitudine, della malattia, della morte sono tutti timori che, più si avanza con gli anni e più prendono piede in noi, pertanto, ecco comparire il problema oculare.

Una madre che vede i figli andare via e magari ha un marito malmesso dal punto di vista della salute.

Un figlio che vede la madre prossima alla fine dei suoi giorni.

L’operaio che deve andare in pensione e si sentirà solo ed escluso da quella azienda per la quale ha lavorato una vita intera.

Occorre quindi chiedersi: – Che cosa mi spaventa del futuro da rendermi così triste? -.

E’ difficile rispondere a questa domanda perché spesso non lo sappiamo neanche noi. Sono turbamenti celati nel nostro inconscio. Vediamo la fonte della nostra preoccupazione ma non ci accorgiamo che ci sta facendo preoccupare. Lo so, sembra assurdo ma è proprio così.

Una soluzione quindi è quella di immaginare semplicemente il nostro futuro rosa. Senza catalogare ciò che ci fa male, che ci mette ansia, che ci scombussola. Sappiamo di avere questo problema e anche quest’altro e quest’altro ancora ma non consideriamoli per questo esercizio. Mettiamoli da parte. Non ci servono.

Sappiamo che esistono e questo basta e avanza. Ora dobbiamo allenarci a vedere il bello e a stare tranquilli a livello generale. E’ molto dura, me ne rendo conto, ma così facendo è possibile non permettere alla Cataratta di formarsi ed eliminiamo un ulteriore problema che affliggerebbe direttamente noi stessi. Anziché chiudere il sipario nei confronti di quella situazione dobbiamo spostare da un lato questi eventi e scegliere di guardare la nostra prossima esistenza con gioia.

Questo non significa comportarsi come dei menefreghisti davanti al dolore degli altri o davanti al nostro malessere. Significa soltanto non dare a quel dolore la possibilità di governare ed essere padrone della nostra vita, nonché dei nostri disturbi fisici. Quel malessere c’è, esiste, me ne rendo conto ma non gli permetto di rendermi sua schiava. Lo vivo, lo affronto, lo accudisco ma faccio di tutto per rimanere nelle frequenze della pace almeno il più possibile. Devo fiduciosa nel credere che una soluzione perfetta per me arriverà.

E’ ostico comportarsi così? Moltissimo. E’ un lavoro straordinario e coraggioso ma è possibile. Sarà inoltre proprio grazie a questo risultato che potremmo essere ancora più d’aiuto a chi ci sta vicino e, soprattutto a noi stessi, continuando a vivere nella centratura. Nessuno infatti sta dicendo che dovete fare i salti dalla felicità ma la centratura occorre non scordarla mai.

Rimanere centrati e padroni di sé come un Guerriero. Viviamo prove difficili ma dobbiamo cercare di affrontarle con consapevolezza agendo nel migliore dei modi.

Prosit!

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La Non-Colpa del Non-Amore

Non hai colpa se non sai amare e di conseguenza non vieni amato.

Ci vuole una grandissima, esagerata dose di umiltà per ammettere di non saper amare. Di non avere amore dentro sé.

Se siamo generosi, se non facciamo nemmeno male ad una mosca, se non abbandoneremmo mai il nostro partner, se ci priviamo di cose piacevoli per noi mettendoci su un gradino inferiore agli altri, se ci preoccupiamo della nostra famiglia e di essere persone per bene, con la coscienza sempre pulita, siamo convinti di amare. Amare in modo smisurato.

No… non funziona così. Amare è altro.

E non è solo amare senza chiedere nulla in cambio. Questo sta divenendo un concetto trito e ritrito anche se difficilissimo da mettere in pratica realmente.

Amare significa anche sconfiggere le proprie paure che, quando esistenti, rubano posto all’amore e non gli lasciano vita. Il bisogno, l’avidità, il mentire, l’approfittarsi, l’opportunismo, la vendetta… sono tutti comportamenti, anche se definiti piccoli e “innocenti” alcuni, che mantengono l’amore distante anche da se stessi.

E’ quando ho paura di perdere una persona che non amo.

E’ quando ho paura di non ricevere abbastanza che non amo.

E’ quando giudico le azioni degli altri, quando mi lamento, quando elemosino tenerezza che non amo.

Quando ho paura dei miei stessi sentimenti, non amo.

Quando racconto bugie per far credere quello e quell’altro, non amo.

Quando una persona non è mai stata amata nella vita, difficilmente è in grado di amare a sua volta. Non conosce l’amore, nemmeno per se stessa, e quindi non può conoscerlo per altri. Confondiamo forme di gratitudine e di appagamento, che diamo e riceviamo, con quello che definiamo amore ma, con l’impedimento che abbiamo dell’amare, per prima cosa noi stessi, significa che c’è poco amore in noi.

Amarsi è un dovere e non solo un diritto e chi non si ama non è da vedere solo come un povero essere privo di quello che è il sentimento più bello e più forte del mondo. Deve essere compreso (anche se non per forza giustificato) nonostante il suo sia un percorso personale. Se non lo si comprende, ci si ammala, alla ricerca di un qualcosa che non c’è e che si spera. Ma che a lungo andare logora.

Chi non ama è perché non riesce o non ha voglia di scoprire realmente che cosa si è.

Non c’è colpa. Non è una colpa non possedere il dono dell’amore (che in realtà esiste ma è soffocato da molta “spazzatura” così tanto da risultare nullo). Non ha colpa chi non ama. L’unica responsabilità che ha, termine che preferisco usare al posto di colpa, è quella di non riconoscere questa assenza dell’amore e di non impegnarsi a sconfiggere ciò che impedisce di far sbocciare l’amore all’interno di se stesso.

Dovrebbe domandarsi, per prima cosa, “sono davvero felice?” e come seconda cosa dovrebbe chiedersi “sto rendendo davvero felici le persone attorno a me? Mi sto sinceramente comportando bene con loro?”.

La menzogna, anche verso se stessi, è sempre in agguato ma, con una lunga, sana e impegnata introspezione, cercando di essere il più sinceri possibile, si può arrivare a comprendere.

A mostrarci la risposta alle nostre domande, inoltre, sono proprio gli altri: uno specchio che riflettono esattamente cosa siamo dentro.

Le loro attenzioni nei nostri confronti, le loro reazioni, i loro modi di fare, i loro cambiamenti, rispecchiano esattamente quello che siamo nella nostra parte più intrinseca e questo vale per tutti e per entrambe le parti, pertanto, non basta osservare …la noia che ha tua moglie (cit. Ivan Graziani – Pigro ’78), o i figli capricciosi, o un padre irascibile, etc… occorre scendere più in profondità.

La moglie, con la sua inedia, mostra la tua non-gioia nei confronti della vita e non puoi essere pieno d’amore se non senti entusiasmo per il Creato e la tua esistenza.

I figli, con il loro pestare i piedi, ti stanno mostrando la tua intolleranza , il fatto che le cose devono andare come vuoi tu perché se non vanno come vuoi tu è sbagliato e subentra la paura, la paura del nuovo, del cambiamento. E come fai a vivere fluidamente nell’amore se esistono in te questi timori?

Il nervosismo di tuo padre da cosa nasce? Dal fatto che non ne fai mai una giusta? Quanto ti sottovaluti allora? E se ti sottovaluti come puoi amarti? Se ti ameresti avresti anche una buona dose di autostima.

Ora si capisce meglio perché, molto spesso, crediamo di amare quando così non è. Dobbiamo traboccare di questo sentimento se vogliamo donarlo anche a chi ci circonda. Perciò ecco dove sta la responsabilità. In queste osservazioni che purtroppo solo in pochi fanno. Viene spontaneo prendersela con chi ha questi atteggiamenti nei nostri confronti senza capire che il mondo esterno, in realtà, reagisce al nostro volere e al nostro valore. Bisogna entrare nei meandri più oscuri di quello che siamo per trovare la vera luce, per trasmutare il piombo in oro e solamente con l’umiltà di dire – quello sono io – ci si riesce. Se molti vedono questo percorso come un castigo, o un peso troppo grande da portare sulle spalle, è perché in realtà non riescono a vedere oltre e a comprendere quanto invece sarà poi grande la riuscita e la risoluzione di tutto questo. E quanto sarà appagante quando si arriverà in vetta e, oltre a poter affermare – io amo – sentire chiaramente e beneficamente gli effetti dell’amore, vivendo in esso, come uno stato d’essere. In pieno entusiasmo.

Una sfida contro l’ottusità oserei dire ma, ci stiamo vietando, e allo stesso tempo proibiamo anche agli altri, di concedersi il nostro amore. Ognuno di noi ha tanto amore dentro da nutrire tutta la popolazione del pianeta e le sue piante e i suoi animali. Una dose che non ha fine e che può crescere sempre di più ma affinché sia così bisogna trovarla, compiere il più lungo e importante viaggio della nostra vita.

Soltanto dopo la notte si può ammirare il sole e godere delle sue qualità. Mettiamoci in cammino verso la rinascita.

Prosit!

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Non muori!

Non muori.

Ehi! Sveglia! Non muori se fai un complimento.

Non muori se chiedi scusa o dici che ti dispiace.

Non muori se ammetti un errore.

Non muori se dici – Grazie! – o regali un sorriso.

Non muori, posso giurartelo, non muori!

Sai quando muori?

Quando permetti all’orgoglio di non essere più dignità ma superbia.

Quando alzi muri che, alla fine, sono solo barriere di paura.

E allora sei un debole, uno schiavo, servo dei tuoi stessi timori che hai fatto diventare fobie.

Perché non riesci a vedere la bellezza nel porgere una lode ma ti pare solo un abbassarti, un mostrarti che ti rende vulnerabile.

Se mi complimento con lui/lei chissà poi cosa si crede!”. Ecco a cosa pensi senza focalizzarti invece sulla meraviglia del dono.

Non chiedo scusa altrimenti poi chissà cosa si crede!”. Smettila di pensare a cosa credono gli altri, pensa a te, anzi no, non pensare nemmeno, apri il cuore, semplicemente, agisci con esso se davvero… non vuoi morire.

L’unica domanda che devi porti è – Che cosa farebbe l’Amore al mio posto? – e fai esattamente quello che ti suggerisce. Perché ti risponde ma devi saper ascoltare solo lui.

Se davvero non vuoi che il tuo orgoglio, il tuo nero nascondiglio, inizi a rosicchiarti anche le ossa.

Non celarti dietro a povere giustificazioni – Non sono capace a fare apprezzamenti! -. Impara. Come pretendi che gli altri li facciano a te perché, se sei così, è proprio questo quello che vuoi. Impara.

C’è gente al modo che ha imparato a curare un caro morente, che ha imparato a scalare montagne, che ha imparato a fare da madre e da padre. Penso tu possa benissimo imparare a dire una qualsiasi frase capace di fare del bene nel momento di maggior necessità. Non essere incoerente col tuo tanto saper fare e saper dire del quale ti vanti.

Non muori, anzi, vivi di più e meglio, facendo vivere meglio anche chi ti è vicino, chi accetta il tuo modo d’essere e fa sempre il primo passo.

Non muori e nemmeno ti si stacca la lingua, puoi fidarti.

Scavalca i tuoi ostacoli. Impara la preziosa arte della dolcezza e della tenerezza. Quella leggera eleganza che appare come una carezza. Che ha lo stesso tocco di un bacio lieve. Sii gentile.

E allora prendi quel telefono e scrivilo quel messaggio, falla quella telefonata, vai sotto a quel portone. Non allontanare le persone da te.

Non fa niente se pensi di aver perso punti è solo un tuo pensiero. Non esiste.

Non privarti della possibilità di dire – Io l’ho fatto, ho provato – perché è una sensazione bellissima. E’ la pace dell’animo mentre tu stai coltivando rancore. Attento. Ti stai facendo del male. Stai facendo soffrire qualcuno ma, quel qualcuno, soffrirà solo per qualche giorno, per un mese, per un anno, poi smetterà. Tu no. Il tuo cuore non smetterà mai di tormentarsi perché non gli hai aperto la porta. L’hai rinchiuso in una gabbia buia, nell’oscurità dei tuoi ossessivi turbamenti e lì l’hai lasciato.

Non cedere al demone della presunzione. Apriti, spacca i muri, uccidi quel demone e che accada quel che deve accadere… tu comunque non sei uno schiavo ma un domatore di te stesso. E se sbagli, sbagli per conto tuo, perché l’hai voluto tu, non per il volere di un mostro che ti possiede.

Cerca la felicità oltre alla forza.

Permettiti di dire – io so amare – perché se saprai mettere da parte l’orgoglio, allora sì, potrai dirlo.

L’orgoglio è una maschera e tu la stai indossando. Non stai mostrando ciò che sei. Come puoi pensare d’incontrare volti puliti? E come puoi credere che i pochi visi puri che conoscerai rimarranno per sempre con un qualcosa che non conoscono?

Impara ad essere tu ad usare l’orgoglio. Come uno strumento. Quando occorre, quando serve. Non accettare mai di essere usato da lui, quando vuole, quando lo brama.

O muori.

Impara a sparare anche fiori. Ad esplodere dal nulla con una sorpresa che toglie il fiato, credimi è stupefacente, e quel fiato poi deve correre veloce per tornare. E lì, in quella corsa agitata, si crea il movimento, l’energia, la vita e allora l’amore.

Perchè solo la staticità conduce alla morte. E muori.

Non pensar di aver già fatto troppo perchè hai detto mezza parola… continua, esagera!

Il mondo ha bisogno di grandi sentimenti, grandi idee, grandi persone!

Vai oltre al comune, fa qualcosa di grandioso, fa sbocciare il sorriso sul viso di una persona.

Divampa nel tripudio dello stupore.

Prosit!

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Tre anni di Prosit!

Tre anni del mio Blog.

E allora – Buon Compleanno Prosit! -.

Mi piace festeggiare questo anniversario perché sottolinea ulteriormente il tempo passato con voi e tutte le bellissime soddisfazioni che ogni giorno ricevo, sempre più sorprendenti, sempre più numerose.

I complimenti, le domande, le riflessioni che mi permettono di ampliare la conoscenza dei temi trattati.

Tre anni passati velocemente, iniziati col timore e continuati con più gioia e maggior determinazione.

Quello che è nato come un passatempo è divenuta presto una passione che si è collegata a tanti altri motivi interessanti e da approfondire.

Ho potuto conoscere persone stupende e ricevere molti – Grazie! – ma sono io, che oggi, colgo quest’occasione per ringraziare chi mi legge sempre e mi segue regalandomi ancora più voglia nell’andare avanti.

Un progetto e non solo un Blog che, con il tempo, spero di rendere ancora più vasto e più completo (ci sto lavorando) immaginandolo già realizzato proprio come piace a me.

All’inizio mi sembrava un sogno troppo grande e non avevo nemmeno le idee ben chiare, oggi, so cosa voglio, cosa può diventare e ho tanto materiale da parte nonché tante persone disposte ad aiutarmi felici. Non posso desiderare altro, o meglio, se è vero che nell’Universo c’è una quantità di abbondanza infinita potrei ma ho già tutti gli ingredienti necessari. Regali migliori, per questi tre anni, non potevo ricevere.

E allora si va avanti, oggi più di ieri. Con l’eco del mio – Grazie! – per voi e la vostra compagnia.

Oggi perciò, per me, non è solo San Valentino ma voi amatevi, amatevi tanto!

Buon Compleanno Prosit!

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Empatia o… – Elogio alla Compassione

L’Amore autentico è sempre Compassione e ogni Amore che non sia Compassione è egoismo – (Buddha)

Se per alcuni sono due cose diverse, l’Empatia e la Compassione, per altri sono invece un qualcosa di molto simile ed essendo due sentimenti che mi piacciono tanto ne voglio parlare.

L’Empatia, dal greco empatéia (en + phatos) ossia “sentire dentro un sentimento”, oltre ad essere un sentimento lei stessa, è considerata da molti studiosi anche una forma di intelligenza persino definita “Superiore”. La persona empatica è colei che riesce a mettersi nei panni degli altri e a percepire il loro stato d’animo, di gioia o di tristezza, come se lo stesse provando lei stessa. Si è anche scoperto che, chi è empatico, gode di una salute migliore, è più tollerante nella vita, gli accadono meno situazioni fastidiose da sopportare ed è veramente più felice.

A differenziare l’Empatia dalla Compassione, oltre al fatto che usiamo il termine – compassionevole – per indicare un soggetto che entra in gioco al presentarsi di eventi negativi per altri, c’è l’azione. Infatti, mentre l’Empatia può fermarsi al percepire, avvertire lo stesso stato d’animo dell’altro, la Compassione muove alla ricerca dell’alleviamento della sofferenza o dolore altrui addirittura in totale sintonia con il prossimo.

Da qui si capisce come siano comunque due stati emozionali e come pare strano possa esistere la Compassione senza l’Empatia.

Vedete, la Compassione, va di pari passo con l’Amore.

Compassione significa dal latino cum patior pari a “soffro con” e sym patheya cioè “simpatia – provare con e per qualcuno un’emozione”. Ma sappiamo anche che, all’inizio, era Con – Passione, vivere pertanto con ardente interesse quella determinata situazione/persona. L’emozione che è possibile sentire anche creando un’opera d’arte o nello svolgere una mansione ma, tenendosi per mano con l’Amore, la Compassione, non può ritenersi fuori dall’Uno.

Se vuoi che gli altri siano felici pratica la Compassione, se vuoi essere felice tu pratica la Compassione – (Cit.)

Tutto è Uno. L’altro è me e io sono l’altro. E’ praticamente quasi (metto il quasi perchè l’assolutismo non mi piace) impossibile non percepire lo stato d’animo dell’altro se sono connessa a lui e se sento di vivere nell’Uno. Così come posso sentire il vivere di una pianta, o di un uccello, o di un torrente.

La persona non empatica, la qual cosa non vuole essere vista come un difetto ma semplicemente come una caratteristica (ha sicuramente altre virtù) non si rende conto di quanto male può fare e quando ne fa, quindi, difficilmente sarà propensa a togliere il prossimo da quella situazione di dolore. Non perché non vuole farlo, o è cattiva, o insensibile, semplicemente non se ne rende conto.

Attenzione, molti confondono la Compassione con una miriade di altre cose proprio come accade con l’Amore. Sono linee sottili ed è facile cadere in questi errori. Sappiamo bene che, spesso, scambiamo l’Amore con: bisogno, attaccamento, possessività, dipendenza, sesso, mancanza, paura della solitudine e via discorrendo. La stessa cosa accade con la Compassione.

L’Amore e la Compassione sono necessità, non lussi, senza di loro l’umanità non potrebbe andare avanti – (Cit.)

Anch’essa dovrebbe essere innanzi tutto INCONDIZIONATA ma sovente viene offuscata da diverse… circostanze/condizioni/necessità:

L’educazione ricevuta o la cultura. Ci hanno insegnato (e inculcato) che, se vediamo una persona soffrire, è cosa buona e giusta aiutarla e ci sentiremo così con la coscienza pulita.

Il valore che diamo al giudizio degli altri. Se aiuto una persona verrò giudicata buona ma se non l’aiuto verrò etichettata incivile e crudele.

Il senso d’inferiorità e d’inadeguatezza. Quando ci sentiamo inferiori o inadatti e abbiamo l’autostima sotto alla suola delle scarpe, ci viene spontaneo aiutare l’altro in difficoltà, convinti di sentire ciò che sta provando. In realtà abbiamo bisogno di sentirci utili, di far qualcosa di buono per essere visti, per essere riconosciuti (e ben giudicati), per sentire che valiamo qualcosa anche noi.

Il vanto personale. Poter così dire – è grazie a me se… – una sorta di boria che ci fa sentire veri paladini della benevolenza e questo ci fa stare bene.

Il tornaconto. Ebbene sì, c’è anche questo, e di due tipi persino. C’è quello correlato al senso d’inferiorità e inadeguatezza e quello “a scopo di lucro”. Il primo avviene quando, nella vita, fin da bambini, abbiamo sempre percepito di essere un fastidio o di essere inutili. Poche volte c’è stato fatto un complimento per quello che eravamo e non c’è stato dato Amore. Quindi quel – grazie – che riceviamo in cambio del nostro aiuto offerto diventa fondamentale per noi. Come un elisir quando si sta male. Il secondo, invece, si effettua quando si compie coscientemente un’azione proprio per ricevere in cambio qualcosa: eredità, una somma di denaro, la possibilità di chiedere aiuto a nostra volta, la stima, etc…

Insomma, potrei citare altri mille esempi ma nessuno di questi è Compassione.

Queste memorie inconsce e irriconoscibili dentro di noi, ci portano così a compiere azioni soccorrevoli nei confronti del prossimo ma, ripeto, fino alla nausea, nulla hanno a che vedere con il sentimento di cui stiamo parlando e non è nemmeno altruismo! Non ce ne accorgiamo ma è così. Così come non ci accorgiamo che non è Amore stare con qualcuno ma pretendere al tempo stesso che sia diverso da ciò che è, e giudicare i suoi comportamenti, o stare con qualcuno per non sentirsi soli.

Sono meccanismi veloci, che scattano all’istante, istinti intrinseci, quasi ad essere bisogni viscerali e, se non scendiamo più in profondità, ci sembra di essere stati compassionevoli. Pure la Compassione è un impulso, perciò un ottimo palcoscenico per i moventi che vogliono mimetizzarsi in lei ma lei non ha alcun interesse.

La Compassione si basa sull’Empatia che, a sua volta, richiede l’attenzione agli altri – (Cit.)

Apertura totale del cuore.

La Compassione, e così l’Amore, non è solo un sentimento o un’emozione come molti intendono. E’ uno Stato d’Essere. E’. E, come l’Amore, quando c’è si vede, si sente, si percepisce. Chi la riceve non può non accorgersi dei suoi benefici e così anche chi la prova e la offre.

Il cuore è completamente aperto, totalmente connesso con l’Energia Divina e con l’Entusiasmo perché Entusiasmo significa, formato da en (in) con theos (Dio) “con Dio dentro di sé” ed è unicamente il Dio dentro di noi a muoversi. E’ uno stato difficile da spiegare a parole ma, quando la si prova, è emozionante ed entusiasmante appunto. Si percepisce l’essere un tutt’uno con l’Universo intero e si comprende l’essere creatori e non individui che subiscono ogni scelta dell’andare avanti cosmico. E’ qualcosa di grande, molto grande.

Ed è un qualcosa che ha inizio con l’umiltà, con le semplici parole del – Grazie -, del – Scusa -, del complimentarsi con gli altri, del saper mettere da parte l’orgoglio, la superbia e, soprattutto, imparare a far tacere l’Ego. Questi sono i primi passi verso una sana e completa comunione con l’altro e con ogni cosa.

Coltivare la Compassione.

L’Umiltà è una dote fondamentale (e coltivabile!) perché ci permette di comprendere le nostre insoddisfazioni e le nostre sofferenze. Questo fa si che si possa sviluppare, o comunque allenare, l’Empatia e, a sua volta, questo permetterà di aumentare la capacità di provare Compassione.

Infine, vorrei aggiungere una cosa molto importante. La Compassione non ha niente a che vedere con la pena (pietà) che si prova verso qualcuno e non solo da un punto di vista emotivo. Mentre nel provare pena si cerca inconsciamente e automaticamente il distacco da quell’individuo “…mai vorrei essere nella sua situazione…”, nella Compassione si riflette l’anelito del cuore immedesimandosi nel disagio altrui ossia è più istintiva e di cuore che non mentale.

Dove c’è Compassione si sollevano gli animi.

A livello energetico c’è, tangibile, un miglioramento, anche se minimo, a seconda delle occasioni, verso la serenità e la leggerezza. La Compassione aiuta, sempre, anche se un dolore va vissuto personalmente durante un percorso. La Compassione non si limita ad ascoltare, agisce, ti da’ una mano, è lì con te. Trova la strada, come l’Amore. La senti. E’ un bastone forte al quale puoi aggrapparti. Non dice – Non posso – e non abbandona.

La Compassione non fa figli e figliastri, ti colpisce e ti sposa, chiunque tu sia. Non bada ai tuoi difetti nel momento del bisogno ma anzi esalta le tue virtù perché sarà grazie a queste forze che potrai uscire dal tunnel.

La Compassione è una ricchezza. Enorme. Da nutrire caramente e donare espandendola nel mondo. Almeno questo, tutto questo, è quello che io credo.

Prosit!

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Il Dolore è nei Polmoni

Dopo aver scritto questo articolo https://prositvita.wordpress.com/2015/07/01/i-polmoni-e-la-tristezza/ nominato “i Polmoni e la Tristezza” capisco che il titolo di questo nuovo post possa suscitare un senso di avvilimento, come a chiamare in causa questi importanti organi solo quando serve parlare di sentimenti tristi e demoralizzanti. Il fatto è che vorrei battere il chiodo su questo tasto vista proprio la rilevanza di una delle fondamentali cause di malesseri e malattie ai nostri Polmoni, nonché a tutto il nostro Apparato Respiratorio: l’emozione della Tristezza.

Tutte le situazioni che viviamo caratterizzate da emozioni tristi o angoscianti e quindi di dolore, come la malinconia, la sofferenza, la solitudine non accettata, etc… vengono elaborate e mettono le loro radici prettamente nei Polmoni. Come già dissi nell’altro articolo infatti, essi sono la sede dell’emozione Tristezza ma è utile osservare come, a renderci infelici, a lungo andare, possono essere anche altre Emozioni Superiori come la Rabbia e la Paura.

Immaginate ad esempio una persona che vive costantemente nell’ansia e nella preoccupazione, prospettando sempre per sé il negativo dietro l’angolo, non può certo essere, nel suo profondo, una persona gaia e solare aspettandosi il peggio dalla vita. Vive nella Paura e, perciò, è triste.

Questo assiduo stato di non-gioia inizia col tempo a prendere, per modo di dire, una sua forma vera e propria concretizzandosi come fosse materia all’interno dei nostri Polmoni. In realtà materia non è ma è Energia e, come sapete, l’Energia esiste davvero pur non essendo tangibile o evidente. Voi forse vedete l’Energia che permette agli elettrodomestici di lavorare? No, eppure essi funzionano. Ecco, più o meno è la stessa cosa.

Un insieme quindi di vibrazioni, in questo caso negative, prende piede in quelli che sono tra gli organi più importanti del nostro corpo.

Al di là del mestiere, delle abitudini, dell’età e di molto altro, caratteristiche che possono sicuramente influire sulla salute dei nostri Polmoni e di tutto il Sistema Respiratorio, occorre quindi notare anche quanta Tristezza risiede in noi, cosa ci rende avviliti, chi ci rende avviliti, e quanti pensieri tristi completiamo quotidianamente attraverso la nostra mente e il suo chiacchiericcio continuo.

Spesso è difficile riuscire a comprendere chi o cosa, durante la nostra esistenza, un poco al giorno, ci spaventa, o ci preoccupa, o ci tarpa le ali, o ci sfrutta, o ci fa vivere male, sarebbe un gran successo riuscire ad accorgersene ma possiamo valutare, forse con più facilità, l’evento singolo.

La perdita di un caro, un maltrattamento ricevuto, un trauma subito, sono tutti eventi che ci trattengono nella mesta inquietudine che dovremmo assolutamente riuscire a lasciar andare e staccare da noi per non far ammalare i nostri Polmoni. E’ giusto vivere il dolore, elaborarlo, entrarci dentro, riconoscerlo e, nel caso, imparare qualcosa da lui ma poi, anche se può sembrare impossibile ed è difficilissimo da fare, bisogna… lasciar andare. Dopo il suo compito, quel dolore, non ha più nulla da darci se non tanto tanto male.

Vedete, se pensiamo ad eventi gravi, con il potere di rovinare un’intera vita, quello che dico appare assurdo e ostico, me ne rendo conto, certamente, ma purtroppo a renderci “brutta” l’esistenza sono sovente anche cose più superflue e che potremmo modificare senza difficoltà ma, o non ce ne rendiamo conto, o non ne abbiamo voglia, o ci sembrano troppo grandi da affrontare.

Quante volte ce la prendiamo in modo esagerato o ci sentiamo umiliati davanti a chi pensa male di noi, quando invece potremmo fregarcene del suo giudizio senza farci soffocare da inutili sensi di colpa o stati di inadeguatezza in realtà inesistenti?

Quante volte ci crogioliamo nella lamentela? O nel vittimismo?

Il vittimismo è un celato bisogno d’amore e considerazione. Percependo questo bisogno dentro di sé, e non trovandolo al di fuori convinti che si debba ricercare all’esterno, si vive automaticamente in una situazione giornaliera di Tristezza. E’ come se ci mancasse qualcosa.

La stanchezza per il lavoro, il non sentirsi liberi, i soldi che spariscono troppo velocemente, il tradimento del partner, il figlio che va male a scuola… e allora ecco le Bronchiti, le Polmoniti, il Raffreddore, le Pleuriti, etc… che “colpiscono”, a livello generale, i nostri organi.

Il Naso che cola è il tuo Spirito che piange. Il liquido che scende dalle nari, sono le lacrime del tuo Essere più profondo che così si manifestano per essere viste

Nello specifico poi, ognuna di queste malattie, risponde a dei – perché? – ma, alla fine, c’è sempre un risvolto che porta alla Tristezza.

BRONCHITE: paura inconscia dell’aggressività dell’altro o aver subito un atteggiamento violento/aggressivo/irascibile/nervoso da parte di qualcuno.

POLMONITE: non riuscire a far cicatrizzare ferite emozionali ancora aperte. Disperazione. Eccessiva stanchezza nei confronti di determinanti avvenimenti della vita che sembra avercela con noi.

PLEURITE: aver provato rabbia per essersi sentiti in balia delle onde, c’è la voglia ma non il coraggio di ricominciare e, questa sensazione di impossibilità, svilisce.

EDEMA POLMONARE: trattenere un qualcosa che non si vuole lasciar andare perché senza ci si sente persi ma che in realtà non ci fa vivere come meriteremmo. Può trattarsi anche di uno stato d’essere, un’abitudine nella nostra zona di comfort dalla quale non vogliamo separarci.

ASMA: sentirsi repressi soprattutto da un amore soffocante e non riuscire a liberarsi nemmeno attraverso il pianto. Aver paura di deludere o far male a qualcuno che ci ama molto.

DOLORI AL TORACE PERCEPITI “AI POLMONI”: sono dolori generici e possono essere provocati da diversi fattori, il soggetto può avvertire irrigidimento, fitte, fastidiose vibrazioni, etc… Tutti rappresentano un profondo bisogno d’amore e di coccole. Di dolcezza, di essere abbracciati, sostenuti, accarezzati.

Dobbiamo imparare a scegliere il benessere. Se a renderci tristi sono i ricordi, dobbiamo lasciarli nel passato, se abbiamo paura dobbiamo imparare a coltivare il coraggio e la fiducia con piccoli passetti, giorno dopo giorno, se siamo negativi dobbiamo forzarci di diventare più ottimisti. Dobbiamo e possiamo scegliere di stare bene, di stare meglio. Di evitare di soccombere davanti a certe angosce, almeno alcune, almeno dove possiamo e riusciamo.

I Polmoni, con i loro Bronchi e i loro Alveoli, sono direttamente collegati al Naso e, il Naso, incamerando l’aria (cioè ciò che c’è all’esterno di noi), ci permette di essere un tutt’uno tra il fuori e il dentro. Avviene un miscuglio tra quello che esiste oltre il nostro corpo e all’interno di esso. Una Comunione totale della vita. Facciamo un buon intruglio utilizzando sani e ottimi ingredienti. Selezioniamo ciò che entra e che assimiliamo e tratteniamo soltanto quello che più ci è utile e ci regala armonia. Tutto il resto eliminiamolo. Buttiamolo via. Solo così potremmo togliere “immondizia” dai nostri Polmoni e far vivere nel migliore dei modi noi e loro.

Prosit!

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Le Memorie non Rimosse – la Cristallizzazione delle Emozioni

Quando ero piccola, i miei genitori non potevano permettersi di comprarmi un paio di scarpe ad ogni cambio di stagione.

Finiva così che le suole si consumavano talmente tanto da spaccarsi in tagli orizzontali che lasciavano entrare aria e acqua contro la pianta del mio piede e, d’inverno, la cosa non era per nulla piacevole.

Oggi, ho un lavoro che mi consente di acquistare le scarpe che desidero e quando lo voglio.

Amo passare nelle pozzanghere, cosa che da bambina non ho mai potuto fare per non rimanere poi tutto il giorno, magari a scuola, con i piedi freddi e bagnati.

Nonostante siano passati molti anni da quel tempo però, ogni volta che piove e sto per mettere un piede in acqua, qualche secondo prima, una sola frazione d’attimo prima, il mio corpo si indurisce, lo stomaco si strizza, una lieve torsione delle viscere mi ricorda il freddo che da piccola sentivo penetrare attraverso le suole lacerate.

I miei occhi, oggi adulti, vedono la pozzanghera e, senza il comando, il mio corpo si prepara a ricevere il gelo.

Poi, il sollievo, i passi attraversano il bagnato senza ch’io ne subisca le conseguenze, perchè ora le mie suole sono intatte e perfette“.

Ma le memorie rimangono dentro e fanno reagire sempre allo stesso modo anche se quel pericolo in realtà non c’è più. Sono tracce antiche, ossidate, ferme in quel punto a fare da scudo. E oggi condizionano i nostri comportamenti.

Dei meccanismi si azionano, pronti a difendersi/ci dal trauma, al di là del nostro volere e percepiamo la stessa situazione seppur inesistente.

Questo accade in ogni frangente della nostra vita. Accade nella vita di coppia, al lavoro, in auto, ad un’interrogazione a scuola, nei confronti di uno sconosciuto…

Molto spesso, ciò che per noi è reale e ne percepiamo esattamente i sintomi, in realtà, non esiste.

Non più per lo meno.

Avviene la cosiddetta CRISTALLIZZAZIONE delle emozioni.

Nasco. Accade l’evento. Provo l’emozione. Reagisco. Cresco. Riprovo la stessa emozione, al di là che riaccada o meno il medesimo evento. Reagisco. E avanti così… per tutta la vita come un cane che si morde la coda.

Quelle emozioni sono le mie e sono soltanto mie. Il freddo che io provavo, per un altro poteva essere piacevole.

Un cane che abbaia può far nascere diverse emozioni negli stati d’animo di diverse persone. Ci sarà quello al quale farà tenerezza, quello al quale darà fastidio, quello che neanche lo sentirà… eppure, è sempre lo stesso cane ed è sempre lo stesso abbaiare ma è a seconda delle proprie memorie che si reagisce (si prova emozione) verso la determinata situazione.

Le emozioni sono dentro di noi e non fuori. Non è l’evento il soggetto da analizzare ma noi stessi. L’evento è soltanto un mezzo. Se non capiamo questo ci porteremo sempre dietro la nostra emozione incolpando l’esterno.

Può sembrare impossibile ma il cane che abbaia, e che mi infastidisce, non lo eliminerò dalla mia vita cambiando casa o cambiando città. Arriverà qualcosa d’altro ad infastidirmi e forse ancora più del cane. Il cane in realtà… è come se non esistesse. Non esiste più come non esiste più la suola tagliata ma ci muoviamo e reagiamo in base a dei ricordi. A dei meccanismi inconsci. E’ il fastidio che invece continua ad esistere e si manifesta in tanti altri modi.

La cristallizzazione delle emozioni avviene durante gli anni e diventa una massa vera e propria, sempre più grande, all’interno di noi. Grande e potente. Così potente da divenire il nostro padrone. Colui che governa le nostre azioni ossia la nostra vita. E’ questo che non dobbiamo permettere accada. E’ da lì che dobbiamo uscire. Da questo circolo vizioso e diventare noi i padroni della nostra vita e quindi AGIRE anziché REAGIRE in base agli eventi. Disegnando la nostra strada, il nostro cammino, la nostra esistenza.

– Quando REAGISCI sei schiavo di ciò che hai subito. Se hai subito qualcosa da qualcun altro sei suo schiavo, un suo servo.
– Quando AGISCI sei padrone di te, hai sempre l’Amore a guidarti (il che non significa sopportare e farsi calpestare) e non agisci in base a ciò che hai subito bensì in base a ciò che sei e vuoi continuare ad essere.
Ed è solo attraverso l’AZIONE che potrai essere Superiore e padrone virtuoso e integro della tua vita.

Sii GUERRIERO e non SCHIAVO.

Non permettere a sensazioni nate solo per un’apparenza di governare ciò che sei. Non odiarle, sono state per molto tempo i tuoi scudi migliori ma, ora, osserva. Probabilmente non servono più. Probabilmente devi fare un passo avanti. Le tue suole ora, sono integre e puoi.

Prosit!

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Chi sei Tu? Quale Dono puoi dare al Mondo? – la Fiaba del Piccolo Sole

Questa favola è stata dedicata ad un figlio.

Questo articolo invece lo dedico all’amica Paola e a tutti quelli che vorranno coglierne il senso e l’amore tratto dal racconto.

Grazie alla fantasia proprio di mamma Paola e alle bellissime illustrazioni di Raffaella De Palma è nata:

LA FIABA DEL PICCOLO SOLE

…a Luca,

perché possa ricordare la sua Promessa e sia per lui una gioia immensa poterla mantenere.

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C’era una volta un piccolo Sole.

In effetti era proprio il Sole che siamo abituati a vedere ogni mattina nel Cielo, solo che allora era appena nato e per la prima volta sorgeva alla Vita.

Ancora un po’ incerto sul da farsi, vagava nel Cielo, osservando tutto quello che c’era intorno a lui.

D’un tratto vide apparire una bellissima Nuvola.

“Ciao – le disse – e tu chi sei?”

“Sono una Nuvola” rispose lei arrossendo un pochino

“E che cosa fai tu, cara Nuvola?” le chiese il piccolo Sole.

“Ho un compito molto importante – disse la Nuvola – devo spargere la Pioggia sulla Terra. Solo così le Piante possono nascere e crescere, per nutrire tutti gli Animali.”

“Ma è meraviglioso! – affermò il piccolo Sole – Sei davvero fortunata ad avere un compito così importante.”

“Ti ringrazio – rispose lei un po’ intimidita – ma quel che faccio non servirebbe a nulla se non ci fosse poi il Sole ad asciugare la Terra con il suo calore.”

Il piccolo Sole salutò la Nuvola con un dolce sorriso e poco distante scorse il Vento.

“Buongiorno – gli disse – e tu chi sei?”

“Sono il Vento” soffiò fuori lui.

“E a cosa servi tu?” gli chiese il piccolo Sole.

“Con il mio alito sposto le Nuvole nel Cielo, trasportandole in un momento laddove c’è più bisogno della loro Pioggia” gli rispose il Vento.

“Ho capito – esclamò il piccolo Sole – il tuo compito è davvero molto importante!”

“Si, certo – disse il Vento – ma il mio lavoro non servirebbe a nulla se il Sole non portasse il suo calore sulla Terra. E’ solo grazie a lui che la vita può esistere.”

“Come mi piacerebbe – rispose il piccolo Sole – poter avere le idee chiare come le hai tu” e così dicendo salutò il Vento.

Venne la Sera ed apparve in Cielo una meravigliosa Luna piena.

“Come sei bella! – esclamò il piccolo Sole – Ma tu chi sei?”

“Io sono la Luna – rispose lei – la Luna piena”

“E qual è la tua missione, o mia bella Luna?” le chiese il piccolo Sole.

“Io illumino la Notte con la mia Luce – rispose lei – e consento così agli Animali e agli Uomini di viaggiare anche di Notte – aggiunse – mentre ai Bambini assicuro sonni più tranquilli, illuminando le loro camerette con i miei raggi d’argento.”

“Che meraviglia! – esclamò il piccolo Sole – La tua missione è davvero importante: come vorrei poter avere anch’io un compito così fondamentale…”

“Certo, piccolo Sole – disse la Luna – la mia è una missione importante.

Ma pensa a come sarebbe il Mondo se non ci fosse il Sole ad illuminare il Giorno! – aggiunse la Luna – Tutto sarebbe buio e freddo e nulla potrebbe nascere e crescere. E’ grazie al Sole se gli Uomini, gli Animali e le Piante ricevono energia nuova ogni giorno.”

“Hai ragione – disse il Sole – sembra proprio che questo Sole abbia il ruolo più importante… Strano che io ancora non l’abbia incontrato.”

“Possibile che tu ancora non l’abbia capito? – domandò la Luna un po’ stupita – Sei tu il Sole!”

“Io? – chiese lui poco convinto – Ma com’è possibile?”

“Ma certo – rispose la Luna – tu sorgi al mattino e ti muovi nel Cielo fino al Tramonto, quando arrivo io e abbiamo qualche minuto giusto per salutarci. Sei tu che con la tua Luce, scaldi il Mondo e generi la Vita.”

“E’ davvero incredibile… – esclamò il piccolo Sole – Proprio io che non riuscivo a capire quale fosse il mio scopo, proprio io sono così importante… Sono addirittura il Sole! Finalmente adesso so qual’è la mia missione.”

Il piccolo Sole era talmente felice che diede un bacio alla Luna. Giusto in tempo, perché subito fu il momento del Tramonto.

La Luna sorrise lieta e le Stelle danzarono con lei, per festeggiare il piccolo Sole che aveva finalmente trovato il suo posto nel grande Universo.

E fu così che il Mondo trovò il suo equilibrio, poiché ogni cosa ha uno scopo e un compito preciso ed è davvero importante comprenderlo per mantenere la propria Promessa.

FINE

(di Paola Sipione)

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Già. Proprio come il Sole, ognuno di noi è nato per uno scopo e ognuno di noi è nato per abbeverarsi di quello che qualcun altro è in grado di offrire. Un perpetuo dare e avere da parte di tutta l’umanità che nutre il mondo e tutto il Creato.

Qual è il tuo scopo nella vita? Che cosa pensi di poter dare agli altri?

Chi sei? Quale dono puoi fare al mondo?

Proprio come il piccolo Sole, molto spesso, pensiamo di non valere, non riconosciamo chi siamo davvero e non sappiamo valutare tutte le nostre virtù.

Tutti noi ne abbiamo e dovremmo farle crescere sane, senza spegnerle, proprio come si fa con una pianta alla quale diamo acqua, nutrimento, vita.

Ci riduciamo sovente ad essere mendicanti e non solo economicamente ma anche mendicanti d’amore quando dentro di noi, in realtà, c’è una quantità d’amore immensa, adatta a tener viva tutta la popolazione del pianeta. Ma non la vediamo, non la sentiamo e, pertanto, diamo per scontato che non esiste.

Il piccolo Sole è stato fortunato ad incontrare qualcuno che gli ha detto chi lui fosse e, questa fortuna, non sempre succede a chiunque, ma abbiamo la possibilità di scoprirlo ugualmente con l’impegno e la voglia che ci insegneranno e ci abitueranno ad amare. Abbiamo anche noi “una voce della Luna” che ci parla. E’ il nostro Spirito e possiamo ascoltarlo attraverso l’introspezione e il silenzio, mettendo a tacere i tanti chiacchiericci mentali che ci inquinano.

Mettiti a disposizione dell’umanità, senza pretendere nulla in cambio, proprio come fanno le nuvole, il vento, la luna e le stelle , offri ciò che hai, ogni tua dote, anche se la ritieni insignificante; di conseguenza, non potrai che beneficiare anche tu di quello che doni.

Cambia la tua prospettiva tra il preoccuparti per le tue necessità e il chiederti invece a cosa potresti essere utile.

Unicamente chi nulla desidera per sé può divenire depositario di grandi quantità di denaro e dispensatore delle ricchezze dell’Universo – (Salvatore Brizzi)

Crea. Ci fosse anche solo una persona al mondo che può godere del tuo contributo, dallo. Perchè c’è un piccolo, grande Sole in ognuno di noi e questo, nessuno può negarlo.

Prosit!

Per vedere altre opere dell’artista Raffaella De Palma https://www.facebook.com/Raffaella-De-Palma-211573298976724/

Tachicardia – ma è davvero solo Colpa del… Caffè?

Il Cuore è l’organo sede dell’Amore, della Sicurezza e della Passione. Soffre e gioisce per le emozioni che proviamo e per come le percepiamo in base al nostro passato e, a differenza di altri organi, riesce a “farsi sentire”. Uno degli escamotage che maggiormente usa per annunciarci qualcosa di positivo o di negativo è cambiare il ritmo al proprio battito.

Quando il suo ritmo è particolarmente lento, per indicare questo movimento, si usa il termine di Brachicardia mentre, all’inverso, quando il Cuore accelera il suo “pum pum” si dice Tachicardia e sarà di questa frequenza cardiaca che parlerò oggi.

In molti ne… soffrono. Si suol dire così: – soffrire – di Tachicardia.

In realtà, per fastidioso che possa essere, questo ritmo percepito dal corpo e che addirittura spaventa la persona, la maggior parte delle volte non dovrebbe essere vista come una sofferenza (a meno che non ci sia una grave patologia in corso). Non dovrebbe essere vista come una sofferenza in quanto è semplicemente il linguaggio del Cuore che non ha altri mezzi per comunicare con noi se non appunto con il suo movimento.

Il Cuore è l’organo propulsore del sangue e pompa, indipendentemente dalla nostra volontà, il liquido rosso e vitale in tutto il corpo. La sua capacità di ridurre o aumentare la velocità con la quale il sangue deve irrorare e ossigenare i nostri tessuti serve alla nostra sopravvivenza e a darci la possibilità di svolgere svariate funzioni nella vita. Si avrà pertanto, parlando di battito accelerato, un ritmo più veloce in caso di sport, o di paura, o di bisogno di energia, condizioni normali nelle quali qualsiasi individuo può ritrovarsi anche quotidianamente.

A volte però, la Tachicardia, subentra in momenti del tutto imprevisti e inaspettatamente.

Si può dare la colpa ad un eccessivo uso di nicotina, o caffeina, o teina, etc… tutte sostanze eccitanti che, senza ombra di dubbio, influiscono sull’accelerazione del battito del nostro Cuore; si può dare la colpa ad una malnutrizione sicuramente ma, anche le emozioni possono dare il “via” a questo fenomeno e, soprattutto, a farlo, sono le emozioni che ci opprimono, quelle che ci schiacciano, ferme lì da tempo e che ci soffocano senza che ce ne accorgiamo. Si tratta quindi, prevalentemente, di emozioni negative.

E’ per questo che il nostro Cuore ad un certo punto inizia a sbraitare e a “battere i pugni” con più veemenza – Ehi! Mi senti?! Sto soffocando a causa di un grande peso che porti sul petto vuoi far qualcosa per favore???!!! -.

Le emozioni che causano questo tipo di manifestazione possono essere molte: rabbia, sofferenza, fastidio, vergogna, giudizio, tristezza, frustrazione, disgusto, svalutazione… e, ogni volta che qualche fatto nella nostra vita ne ricorda l’esistenza, ecco che l’Emozione Madre, come un masso, si appesantisce ancora di più. E il Cuore scalcia.

Ad esempio, se io da bambina ho subito un grave torto, un trauma, a causa di un’umiliazione pesante ricevuta, ogni volta che qualcosa mi ricorderà quell’avvenimento lo rivivrò e rivivrò di conseguenza l’emozione subita in passato. Naturalmente non ricorderò consciamente il fatto, tutto avverrà nell’Inconscio senza ch’io me ne accorga ma, il mio Cuore, lui sì, lo rammenta bene. Ricordiamoci che del nostro cervello, e delle sue capacità e potenzialità, ne utilizziamo soltanto una piccola parte.

Qualcosa che portiamo ancora dentro di noi e che NON abbiamo lasciato andare ci sta opprimendo.

Ma cosa? Come ho detto è spesso impossibile da ricordare anche perché sovente non è un fatto singolo ed eclatante accaduto in tenera età; può essere una goccia ricevuta ogni giorno nella nostra vita, piccola e banale, ma molto amara da bere e da mandare giù.

Pertanto, quando percepiamo in noi la Tachicardia, non soffermiamoci solo sul caffè appena bevuto. Non pensiamo che – Ci viene solo se beviamo il caffè e quindi la colpa è del caffè -. Proviamo a riflettere su tutto quello che risiede attorno a quel caffè (ripeto che il caffè è soltanto un modello).

Piccoli esempi di domande alle quali bisognerebbe cercare di rispondere:

– chi ti preparava il caffè (la colazione) quando eri bambino?

– chi non te lo preparava ma avresti voluto lo facesse?

– com’erano i tuoi risvegli? La mamma ti accarezzava e ti baciava per darti il buongiorno?

– a chi eri obbligato a preparare il caffè la domenica? A quello zio che non sopportavi e che non avresti voluto vedere mai più?

– cosa ti ricorda il profumo del caffè? E il suo gusto? Lo associ ad un gelato? A momenti passati con gli amici?

– ti ricorda quella nonna che ti lasciava sempre un po’ di zucchero sporco di caffè nella tazzina?

– tuo padre beveva molti caffè per rimanere sveglio e lavorare di più per mantenerti? Ed era anche molto nervoso?

– a scuola prendevi bei voti perchè portavi il caffè in classe al maestro ed eri il suo “cocco”?

Ecco, questi sono solo esempi che probabilmente non hanno nulla a che vedere con te che stai leggendo questo articolo ma volevo cercare di “educarti” ad aprire la tua mente e insegnarti ad andare oltre. A non soffermarti unicamente sulla fisicità di una bevanda e sulle sue caratteristiche. Cerca di individuare cosa risveglia nel tuo bagaglio di vita tutto ciò che ha a che fare con il caffè.

Se riesci ad individuare quello che ti disturba, l’emozione correlata appunto, potrai poi lavorarci sopra lasciandola andare, o perdonandoti, o perdonando chi ha compiuto nei tuoi confronti il gesto deplorevole ma… la parola d’ordine è: LIBERARSI. Sollevare, appunto, quel “peso dal petto”.

E liberare così il proprio Cuore che non dovrà più battere forte e veloce per avvisarti e aiutarti.

Mi è capitato di sentire persone che durante un attacco di Tachicardia si battevano forte sul petto offendendo il proprio Cuore – E stai fermo porca miseria! Ma senti sto ca@@@ di Cuore come deve battere! Che fastidio quando fa così! -. (Da notare anche come il battersi sul petto indica inconsciamente una situazione di senso di colpa, “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”, alla quale siamo stati educati fin da bambini).

Davvero! Non vi racconto bugie! Quel Cuore mi faceva molta tenerezza in quel momento. Lui voleva solo avvisare il “padrone” che avrebbe potuto vivere decisamente meglio. Senza aggravare la situazione. Sì, è bene ascoltare il proprio Cuore proprio per non incorrere poi in disturbi più fastidiosi. Nulla di grave per carità ma, la Tachicardia, potrebbe iniziare a durare poi ore e trasformarsi in aritmia (che già lo è e, in caso di irregolarità persistente, diventa fibrillazione atriale) dalle conseguenze per niente piacevoli anziché rimanere un episodio breve e di poca importanza.

I problemi emotivi di lunga durata portano ad uno stato di – non gioia – e il Cuore si ribella, non c’è niente da fare, perché lui invece intende vivere nella più completa felicità e nel benessere totale. E’ nato per questo, non per soffrire, e non gli si potrà dare un ruolo che non gli appartiene. Non è come noi anche se fa parte di noi. Non si assoggetta, non è disposto a tormentarsi pur di ottenere un’esistenza anche se misera. Il Cuore punta in alto, vuole la salute piena, la gioia, la bellezza incredibile e infinita di quello che noi siamo.

Prosit!

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Game Over

Premessa: è accertato e appurato che, fortunatamente, questo articolo, non ha nessun collegamento con persone bisognose di vero aiuto, propense al suicidio, o quant’altro. Le conosco personalmente e anche molto bene. Il post non vuole essere quindi un’omissione di soccorso ma semplicemente sottolineare il disagio provato in determinati momenti della vita e che, a chiunque, può capitare di percepire. Si intende anche però rendere importante quanto sia essenziale non dimenticarsi mai che SI PUO’ RIUSCIRE A SUPERARE I PROBLEMI, ANCHE QUELLI CHE SEMBRANO INVINCIBILI.

Mi succede a volte di leggere messaggi, come questo qui sotto, scritto a tutti, sui Social, come puro sfogo e alla ricerca di risposte di comprensione e conforto:

Purtroppo sento che da questa situazione non ne usciro’, la ripresa in salita per me e’ troppo dura, troppo lunga ed esageratamente faticosa. Non ce la faro’ mai. Riprendere padronanza della mia vita è impossibile. Riprendere in mano quelle che erano la mia libertà, la mia voglia di fare, la mia totale esistenza non è più fattibile. Mancano completamente tutte le basi principali, vago nel vuoto destabilizzato. Non ho presupposti, ne fiducia, ne forza. Devo arrendermi. Arrendermi all’evidenza. La fine è arrivata e non so davvero che cosa farò di questa cosa che si chiama vita. Come vivrò? Boh? Game Over… -.

Scritte che addirittura spaventano. Rattristano parecchio.

Non sono bei momenti. Esistono purtroppo periodi così e non si possono sminuire. Soprattutto, io personalmente, non intendo giudicare la gravità di tali problemi.

Potrebbero essere inezie ma quella persona è particolarmente sensibile, o patetica, o debole, e reagisce a questo modo.

Oppure potrebbero essere davvero gravi situazioni e la persona, stanca e avvilita al massimo, non ha più forze.

Non lo so e non lo voglio sapere perché non è ciò ad essere importante per me e, in questo articolo, voglio focalizzarmi su altro.

Ogni sensazione merita il più alto rispetto.

Quello che però mi sento di dire e non con supponenza ma nella più grande speranza che possa fare del bene, pur sembrando forse inutile, è che così dicendo e così pensando è come avere già perso.

Capisco l’angoscia, lo smarrimento, tutto… ma, se è possibile, mentre si piange, mentre ci si dispera, mentre le unghie si spezzano arrancando, occorrerebbe sempre dire – Io ce la farò -.

Dillo… tanto che ti frega? Tanto se devi cadere cadi lo stesso. Dire una cosa piuttosto che un’altra è uguale. Vivi nel – Non ce la faccio – sfogati, è giusto e ti fa bene, ma prova a tenere sempre una molecola sintonizzata sul – Ce la posso fare -.

Aspetta… “Dire una cosa piuttosto che un’altra è uguale”?… Ops! Che ho detto?! No, no non è uguale! E’ proprio qui che sta la differenza!

Se affermiamo il – Non posso – il nostro cervello registrerà il – Non posso -. E’ molto semplice. Che si sappia: il nostro cervello non è in grado di ragionare da solo. Si capisce? Ebbene se non si capisce lo spiego molto brevemente: la nostra mente è prevalentemente un registratore che accudisce in se’ gli avvenimenti del passato segnandoli come tracce mnemoniche per permetterci poi in futuro di comportarci di conseguenza (vale a dire allo stesso modo) ma la vita non è sempre la stessa, così come non lo sono le condizioni. Inoltre, è bene capire che, se in passato si è agito in una maniera per una determinata difesa, non è detto che la seconda volta quel metodo sia quello corretto. Quante volte agiamo per vergogna o perché siamo vittime del giudizio degli altri? Questo non significa appunto che stiamo agendo al meglio.

Tornando al discorso di prima voglio dire che non è cinismo il mio, ma l’ho provato, e posso assicurare che non è retorica. Fa davvero bene. In qualche modo, anche se minimo, serve. Riesce. Anche se può sembrare stupido e banale e inutile e ingannevole. Ha una sua forza.

Non voglio farla facile. Chi mi conosce sa che sono una persona empatica e sensibile. Posso percepire la sofferenza degli altri ma ho imparato che non è avvallandola e ingigantendola che aiuto. Ascolto, appoggio, offro tutto il mio sostegno possibile. Comprendo, sento, ma non posso permettermi di dirti – Si, è vero, non ce la farai -. Sarebbe come ammazzarti.

Lo accetteresti che un amico ti dicesse – Hai ragione, NON ce la farai! -? No. E allora perché te lo dici tu stesso? Quando scrivi certe cose, perché hai bisogno di commenti confortevoli, devi capire che anche tu devi e puoi darti forza. La tua parte più viscerale lo vorrebbe proprio come tu lo pretenderesti da un amico o da un parente.

Qualcosa dentro di te ha già gli strumenti adatti a sorpassare quel momento. E’ già distaccato da quel dolore che stai sentendo ma tu devi aiutare te stesso affinché anche la tua ragione possa evitare di farti percepire il malessere.

Oltre a lasciar andare la sofferenza è importante che tu non ti identifichi mai con lei. Tu non sei la tua sofferenza. Essa è soltanto una storia che tu ti racconti per imparare qualcosa. Una volta raccontata, rammenta la storia, trattienine il prezioso insegnamento, ricorda di non confonderti mai con lei e lascia andare il dolore che essa ha portato. A te è utile l’insegnamento, non il dolore – (dal libro “Avrah Ka Dabra – creo la mia felicità” di Dario Canil).

Non siamo venuti al mondo per non farcela. Siamo venuti al mondo per imparare eventualmente ma per poi riuscire e poter riprovare ancora, perciò, dopo questa situazione, ne vivrai altre altrettanto brutte ma da qui ti leverai, ce la farai e ce la farai anche in futuro. E’ così.

Mentre ti disperi pensa che soltanto un essere VIVO può disperarsi e, in quanto VIVO sei estremamente perfetto in questo momento. E, in quanto VIVO, nulla può ucciderti.

Una cosa VIVA è VIVA e non può morire.

Sei molto molto più forte di qualsiasi situazione. Hai più potere di una situazione. Un avvenimento non è come ciò che sei tu.

Perciò non è un GAME OVER ma un GAME STARTED.

Prosit!

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