Mi Spezzo ma non mi Piego

Ti sei mai chiesto cosa voglia dire avere un dolore o un problema alle ginocchia?

Sei per caso un tipo orgoglioso? Anche in senso buono per carità. Sei uno di quelli che dice – Io mi spezzo ma non mi piego! -? Come diceva Jean De La Fontaine e come dicevano i Romani – Frangar, non flectar -. Hai presente una di quelle persone, pure simpatiche a dire il vero, che fanno capire subito come, nella vita, vogliono fare ciò che più gli sembra giusto senza tener magari conto del volere degli altri? E’ un bene. Non dovremmo mai, nei limiti, fare ciò che piace agli altri e magari nuocere a noi stessi ma, come in tutte le cose, c’è sempre un limite. E’ positivo per un certo verso non cedere davanti a minacce o pericoli, ed è sicuramente un bene non farsi avvilire dalle situazioni della vita.

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Spesso, la frase mi spezzo ma non mi piego, viene infatti detta all’incontrario ossia: mi piego ma non mi spezzo indicando come, al di là delle avversità, si vuole ricercare il senso della propria umanità e andare avanti a testa alta.

Quando ho detto prima che esiste gente con questo carattere ma che si dimostra anche simpatica, mi riferivo a coloro che esternano questo modo d’essere in maniera buffa ma purtroppo, spesso ci capita d’imbatterci contro chi invece tiene alta la bandiera del: “io faccio come piace e pare a me, degli altri chissenefrega” con arroganza, egoismo e spocchia.

Quando accade ciò si tratta solitamente di celare, in realtà, la paura di non riuscire nella vita ad essere abbastanza autonomi o non riuscire a sottolineare la propria indipendenza e il dover, per così dire, dipendere anche solo dalle scelte di altre persone. La cosa può spaventare alcuni individui perché, tali indicazioni non si colgono come consigli ma come ordini o imposizioni. E’ soltanto uno scudo che difende anche se detestabile per chi lo vede o ci si imbatte contro. I perché nasce questa ottica di percepire la cosa possono essere infiniti e svariati e spesso giungere dalla tenera età. Erica Jong diceva – L’orgoglio è del cervello non del cuore -.

Una sorta quindi di vivere la vita non in completa comunione con essa. Sotto un certo punto di vista infatti, non si è così liberi come si vuole dimostrare. Solo il fatto di non potersi prendere la libertà di provare eventualmente a fare come un altro vorrebbe, o l’accompagnare nella propria esistenza qualcuno senza sentirsi legati a un dovere, non è sollevante. Ecco che, parlando di “vivere la vita”, scendono subito in campo le gambe, i nostri arti inferiori che, negli anni, sono proprio loro ad accompagnarci, passo dopo passo, per percorrere la strada che abbiamo, o meno, scelto per noi.

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Nel caso particolare di oggi parlo delle ginocchia perché sono loro che vanno a riflettere questo singolare lato del vivere la nostra esistenza con una specie di guardia sempre alzata per paura di essere, in qualche modo, intaccati.

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L’orgoglio nasce proprio da lì. Un orgoglio più che comprensibile, che ha lo stesso effetto di un’arma puntata contro. – Se vedi che miro a te con un fucile a pompa, di certo non verrai a rompermi le scatole e a intralciarmi bensì, ti sposterai dal mio cammino – questo è quello che pensa il soggetto in questione.

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Si vive quindi costantemente come Rottweiler in una proprietà privata: buoni, fedeli, giocherelloni ma… non metteteli alla prova!

Veniamo però al vero argomento di questo articolo: il dolore alle ginocchia. Potrebbe anche essere una rigidità, una mancanza di cartilagine, una distorsione, una debolezza, qualsiasi disturbo ma, ognuna di queste cose, significa il medesimo risultato – Non mi piego al vostro volere! -.

 

Le ginocchia, sono quelle articolazioni, ossia giunture di epifisi tenute assieme da legamenti, che permettono alla gamba e al piede di avanzare.

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Di fare il passo e soprattutto di correre. I legamenti, tessuti elastici del nostro corpo, indicano la nostra elasticità mentale. L’essere flessibili, agili, leggeri e non solo dal punto di vista corporeo. Un malessere in questo punto definisce anche un rallentamento spirituale e ovviamente persino fisico. E’ naturale. Chiediamoci quindi se forse è il caso che ci riposiamo un attimo. Forse dovremmo rasserenarci e prendere la vita in modo diverso guardando agli altri come veri amici e non come giudici. Tiriamo giù il binocolo, non c’è alcun nemico all’orizzonte anzi, chiudiamo gli occhi e proseguiamo più lentamente (il dolore alle ginocchia ci obbliga a farlo).

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Lasciamoci guardare dagli altri, non stiamo facendo nulla di male, non abbiamo nulla da nascondere… o forse si? Si tende infatti a celare determinate azioni proprio per non sentirsi investire da chi ci sta accanto. Per nascondere meglio il nostro atto, considerato persino da noi stessi “impuro”, dobbiamo eseguirlo con velocità, lestamente e… puff! Nessuno vede nulla. Molto bene… ma che fatica! Questa fatica non verrà sopportata, né supportata a lungo dal tuo cuore e si rifletterà sul tuo fisico scegliendo appunto come zona le ginocchia. E’ probabile che tu stia vivendo in questo modo semplicemente per evitarti paternali bonarie, il tuo è un fine che non contiene né meschinità né inganno ma il problema è che stai comunque facendo un qualcosa in un modo non sereno per te stesso. In un modo non concepito dalla tua parte più intrinseca che invece pretende gioia, tranquillità e armonia.

Il nostro orgoglio fa sì che guardiamo la gente dall’alto in basso, di modo che non possiamo mai guardare in alto verso Dio -. (Fulton John Sheen) Vale a dire non poter fluire con la vita stessa, osservare tutti con molta attenzione e farsi osservare.

Prova a cambiare. Se soffri di dolore alle ginocchia sei probabilmente una persona che non ama molto i cambiamenti di qualsiasi genere essi siano. Il tuo tran tran quotidiano ti rasserena e ti tiene tranquillo nonostante a volte il suo essere nocivo del quale non ti accorgi. Ma le tue gambe ti stanno dicendo che non ti stai facendo del bene. Sii più flessibile nei confronti della vita, degli altri, delle situazioni e soprattutto nei confronti di te stesso.

Può anche accadere, pur essendo più raro, che il dolore alle ginocchia subentri in quelle persone che invece, al contrario di chi non si “piega” mai, si “piegano” troppo come segno di sottomissione.

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Sempre di paura si tratta. Infatti solitamente, si tende ad avere questo comportamento quando si ha paura di perdere chi si ama o si ha paura di perdere chi ci ama. Ci pieghiamo quindi si, ma in realtà non vorremmo farlo, quella flessione ci fa male! Faremmo di tutto però per quel “lui”, anche a costo di vivere una vita ricurvi e anche se quel “lui” non ce l’ha in realtà mai chiesto. E’ una nostra compulsione che nasce per essere accettati. La sopportazione arriva ad un certo punto così pesante che le nostre ginocchia ne risentono e percepiamo il dolore.

Sono sicura che cambiando il proprio atteggiamento, sia in un caso che nell’altro, si possono ottenere grandi benefici. Potete provare ed evitare così, innanzi tutto, di soffrire ma soprattutto di vivere una vita senza la completa libertà.

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Una libertà che lascerà spazio anche alle vostre gambe, e a tutto il vostro corpo, di muoversi come meglio credono e spaziare nel mondo che le circonda.

Prosit!

p.s.= Vi consiglio di leggere anche quest’altro mio articolo QUI che parla sempre delle ginocchia e fa una netta differenza tra il ginocchio destro e quello sinistro. Il tutto, in un post interessante che richiama all’attenzione il Padre e la Madre.

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Buon Compleanno Prosit!

Ebbene si amici, il 14 di Febbraio non è solo la festa degli Innamorati ma è anche il compleanno di questo mio blog. Bhè, in un modo o nell’altro, sempre di amore si parla anche se in diverse forme. Il mio blog compie un anno.

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Il suo primo anno di vita. Il tempo è passato velocemente. Ricordo come se fosse ieri che cercavo le immagini migliori, il giusto nome che mi ha involontariamente suggerito un caro amico, le frasi più significative per realizzare quello che è il mio angolino virtuale che, permettetemi di dire, trovo sia meraviglioso. No, non voglio vantarmi, semplicemente riferire che qui ci sto bene ed è anche merito vostro. Voglio infatti cogliere l’occasione per ringraziarvi. Ho conosciuto gente nuova che ha mondi stupendi da svelare e altre persone invece, che sono cari vecchi amici “di penna”, o meglio di tasti, che sempre sono state nel mio cuore e ancora oggi rimangono gelosamente. Grazie. Grazie per il vostro seguirmi e il vostro interagire. A volte osservo le visualizzazioni e sono davvero tante. La mia pagina di FaceBook ha già raggiunto, in un anno, i 600 fans grazie all’amico, dell’amico, dell’amico in un fantastico e piacevole passaparola. E quindi grazie davvero. Come grazie a chi ogni giorno mi fa capire di esserci in un modo o nell’altro. E’ straordinario ricevere al mattino messaggi di gente mai vista che ti augura il buongiorno e ti regala un abbraccio, è emozionante, incredibilmente emozionante. Per quest’anno, posso ritenermi più che soddisfatta del lavoro svolto e posso dirmi – brava! – per l’impegno che ho messo. Ma, al di là della fatica che a volte comporta scrivere qualche post dal tema arduo, che soddisfazione! Ne scriverei altri 10! Altri 100! 1.000! E lo farò. Cercando di regalarvi sempre momenti lieti. Cercando di approfondire al meglio tematiche che spesso voi stessi mi date come spunto. Sono argomenti che amo profondamente e oggi, ponendoli qui, alla vista di tutti, li ho potuti ampliare e comprendere ulteriormente. Un conto è conoscerli. Un conto è doverli tradurre in modo comprensibile a tutti. A me stessa per prima. Questo mi ha fatto crescere. Mi ha fatto andare ancora più a fondo e capire meglio alcuni concetti che a volte, sbagliando, davo quasi per scontati. Grazie ancora e non è retorica. E allora, tanti auguri PROSIT, per me sei speciale e voglio augurarti un dolcissimo e felice Buon Compleanno!

Tua Meg.

Che sia chiaro, l’Appendice non serve a nulla

Quante volte avete sentito dire quello che cita il titolo di questo articolo?

Immagino tante. E sicuramente persino da medici o lo avete letto su qualche importante rivista scientifica. Le varie filosofie dibattono alla grande e quello che poteva sembrare chiaro fino a poco tempo fa, viene oggi ripreso in causa e rivalutato. Per alcuni, questa benedetta Appendice, dev’essere comunque lì per caso o per qualche strana mutazione genetica che non deve riguardarci. Anzi, un fastidio che bisognerebbe eliminare subito. Un qualcosa che sta nel nostro corpo di completamente inutile. Come le tonsille ad esempio (è chiamata infatti anche tonsilla addominale). Come i virus. Non servono a niente, ci fanno solo star male. Eliminiamo tutti questi scomodi orpelli. Così almeno non si ammaleranno più e noi ci siamo tolti un problema.

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Oh, ecco bene, è proprio questo il punto che non mi trova d’accordo.

Certo che si ammalano. Sono vivi anche loro. Sono parti del nostro corpo. E si ammalano sovente molto prima di tante altre parti. Ma perché? Perché sono una specie di campanelli d’allarme o forse potrebbero chiamarsi meglio “scudi”.

Immaginate un accampamento di soldati. E’ notte. Tutti i militari sono in camerata a dormire. Fuori dal momentaneo alloggiamento, sotto alla garitta e col suo fedele fucile in spalla, ci sta un giovane soldato semplice che, attento, osserva il buio territorio che lo circonda. Il suo nome è: Appendice. L’aria fredda gli taglia il viso, l’oscurità lo spaventa, il cuore gli batte forte nonostante la rigidità.

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E’ lì da solo e deve accettare tutto quello che arriva. Un soffio di vento gelido, un animale feroce, il nemico. E qualora il nemico arrivasse davvero, aggressivo, ben equipaggiato e forte, sarebbe naturalmente Appendice a perir per primo non trovate?

Molto spesso, è proprio chi fa la guardia a rimetterci. La stessa cosa accade alla nostra Appendice ma questo non significa ch’essa non serve a nulla anzi, il lavoro della sentinella è importantissimo, è fondamentale e, anche se non è proprio idoneo definirla “sentinella” bisognerebbe vederla in questo modo per aver cura di lei.

Ma che cos’è precisamente l’Appendice?

L’ Appendice, chiamata anche Vermiforme o Cecale, è una specie di protuberanza molle dalla forma tubulare, lunga dai 5 ai 10 cm circa, del nostro Intestino Crasso.

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Si trova precisamente nella parte del Cieco e può dirigersi verso diverse posizioni. Premettiamo che la scienza assicura (la maggior parte delle volte), ch’essa sia un elemento che ha perduto completamente le sue funzionalità in quanto ritenuto semplicemente un residuo intestinale erbivoro e fin qui, nulla in contrario. Forse tra millenni sparirà del tutto, come è sparita la coda o come tante altre nostre parti fisiche si sono, con i secoli, trasformate. Dicono addirittura che prima o poi andrà via anche il quinto dito del piede, il Mellino, perchè tanto non lo utilizziamo. Sarà vero? Il fatto è ch’essa, l’Appendice, c’è ancora e, a mio umile parere, è da trattare al meglio.

Come dicevo prima infatti ha la funzione di segnale in caso di problemi all’apparato digerente, o meglio, in caso di malnutrizione. Si, si, lo so che molti di voi non mi crederanno, lo so che molti di voi staranno pensando che stò dicendo delle stupidaggini ma posso assicurarvi che, al di là di altri casi specifici, con una sana alimentazione, difficilmente si subisce un intervento di Appendicite. La Medicina Orientale afferma che questo elemento sia un sacchetto pieno di batteri utilissimi per il nostro organismo come i colibacilli e i lattobacilli (Gram- i primi e Gram+ i secondi) che, come bravi soldatini, mantengono un equilibrio per noi ottimo alla presenza di agenti patogeni quali germi o quant’altro. Una dieta squilibrata può provocare un aumento di batteri nocivi che, quelli buoni, non riescono più a contrastare e da qui, si arriva ad avere la famosa Appendicite. Allora, proviamo a guardare l’Appendice da un altro punto di vista. Quello psicosomatico. Lo sapete che la psicosomatica è una filosofia che seguo, perciò la prendo in considerazione. Sempre.

Innanzi tutto vediamo che altre filosofie, e non solo la psicosomatica, tengono invece molto da conto l’Appendice, al contrario della nostra Medicina, almeno da come sembra. In secondo luogo, bisogna saper che essa rappresenta la collera verso qualcosa o qualcuno che ci impone (magari con autorità) determinate cose che noi non tolleriamo. Si ottiene perciò anche una sorta di paura, una paura inerente al non aver il determinato controllo della situazione. Il non riuscirsi a sentire completamente autonomi quando invece lo si desidererebbe tanto per poter sottostare di meno a ordini non accettati e fare ciò che meglio si gradisce. Questo ci fa arrabbiare. Dobbiamo capire che qualsiasi tipo di infiammazione, all’interno del nostro corpo, equivale a: RABBIA.

Ossia “vedere rosso”, proprio come rossa e calda è una zona infiammata.

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Il sentirsi sottomessi, o dominati, può causare quindi l’infiammazione all’Appendice. Che in realtà può divenire anche una vera e propria infezione.

Ora, se voi provate davvero questa ira, anche se magari apparentemente potete sembrare le persone più docili di questo mondo e ne siete convinti persino voi stessi, nel momento in cui subite un’appendicectomia, automaticamente vi passa anche la rabbia? No.

Voi continuerete a provare questo sentimento ma non ci sarà più l’Appendice ad assorbirlo e a farsene carico per cui, a questo punto, l’emozione negativa andrà ad intaccare un altro organo. La stessa cosa avviene con un’alimentazione errata. Una volta tolta l’Appendice, sarà l’intestino a subirne le conseguenze. Non avete più il campanello d’allarme. Colui che, anche sacrificandosi, vi ha permesso di mantenere altri organi sani.

Acute pain in a woman section of kidney

Non vi è mai capitato di sentire l’Appendice dolorante e dopo un periodo di dieta tutto si risistema? Essa si disinfiamma appunto con una sana alimentazione. Ovviamente non funziona sempre così, ci sono persone con problemi gravi all’intestino senza mai aver infiammato l’Appendice. Ma non arrivate a tanto. Vogliate bene alla vostra Appendice. Non è vero che non serve a niente.

Certo che si può vivere anche senza! Si vive bene anche senza altre cose.

Ma è come se un jolly ce lo fossimo già giocato. Infine, le ultime ricerche scientifiche ammettono che l’Appendice così inutile non è, soprattutto poi per lo sviluppo del feto. Lo considerano addirittura un importante organo linfopoietico ed immunopoietico utile all’origine di tante cellule immunocompetenti che costituiscono il sistema difensivo delle mucose. Le mucose sono come dei tessuti dalla fondamentale importanza per il benessere del nostro organismo e ne abbiamo in tutto il corpo di diversi tipi. Lo proteggono e lo rivestono.

Insomma, le teorie sono diverse e potrete scoprirlo voi stessi facendo delle semplici ricerche. Chi dice che serve, chi dice di no, chi dice che occorreva all’uomo quando si cibava prevalentemente di vegetali, chi dice l’inverso. Forse nessuno può davvero spiegare con massima precisione la realtà, perciò penso che ognuno potrebbe credere a quello che vuole. Probabilmente nessuna dottrina può essere completamente vera o completamente falsa. Io, rimango dell’opinione che un corpo sano e completo, sia l’optimum. Che ne pensate?

Prosit!

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Quanta ciccia hai?

Obeso o sovrappeso? C’è differenza, e non solo dal punto di vista salutare e visivo: il fatto è che si dimagrisce in modo diverso!

La maggior parte della gente è convinta che per perdere peso basta NON mangiare.

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Sbagliato! In questo modo non si eliminerà il grasso, esso verrà stoccato come una piccola catasta di legna e dopo parecchi giorni otterrete al massimo un deperimento e non un dimagrimento. Che è ben diverso. E’ la cosa più deleteria, credete a me. Non è una scelta da fare. Non è salutare, non è positiva, non è utile.

Ci sarebbe da fare tutto un lunghissimo discorso a riguardo in quanto i fattori da tirare in ballo sono davvero molti come ad esempio il momento in cui il nostro organismo va in riserva. Certo. Il nostro corpo è intelligente e se vede che di cibo non gliene arriva più, finchè può, cerca di non consumare energia se non prettamente per le basilari funzioni vitali.

Comunque, non è questo il discorso che intendo affrontare oggi, molto complesso seppur affascinante. Concludo dicendo che il digiuno (utile eventualmente e momentaneamente in determinate, brevi situazioni) non è quindi la soluzione migliore per perdere chili. Perciò, non fate i pigri, se volete togliervi la ciccia di dosso. Ebbene si perché vedete, c’è molta differenza dall’obeso al cicciottello.

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Senza andare a toccare il tasto delle disfunzioni patologiche, parliamo di semplice quantità di grasso.

Ad una persona molto grassa basterà in effetti mangiare di meno per vedere già ottimi risultati.

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Si arriva a perdere anche cinque chili in una sola settimana o di più e no, non è una situazione drastica, si tratta di liquidi e di aria. Il grasso edematoso, quello molto morbido e spugnoso, è impregnato di acqua e tossine ovviamente. Senza accumularne di ulteriori ed ingerendo quindi pochi cibi e sani ecco che automaticamente il corpo tende a pulirsi e noterete subito il risultato sulla bilancia.

Il problema però è che non vale la stessa cosa per quelle persone che di tessuto adiposo intorno a sè ne hanno fondamentalmente poco.

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Così come non varrà più la stessa cosa nel momento in cui la persona molto grassa arriva ad un livello di solo sovrappeso.

A questo punto infatti si avrà un grasso puro, uno strato più sottile di prima ma ben aggrappato a noi. Sicuramente bisogna continuare a seguire una giusta dieta, è naturale, ma quello che occorre è muoversi. Lo stomaco a poco a poco si abituerà a ricevere meno cibo e non soffrirete più la fame, ma tutto ciò non basta ad ottenere il peso forma.

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Con il movimento e l’attività fisica ecco che allora “trasformeremo” il nostro grasso in muscolo e perderemo quella ciccia superflua che ci dà davvero fastidio.

Quello che si dice “bruciare i grassi”.

Dico questo (e traducendolo anche malamente me ne rendo conto, ma se usassi termini più idonei e spiegassi le precise funzioni del nostro metabolismo, probabilmente non tutti capirebbero) perché spesso le persone mi dicono – Ma come mai ho perso tanto e ora che mi mancano solo più una decina di chili non riesco a eliminarli? – oppure – Sono a dieta da mesi ma non perdo neanche un grammo! -.

obese woman trying to close the buttons of her jeans

Innanzi tutto bisognerebbe tenere d’occhio queste diete dato che in molti credono che la famosa “pasta in bianco” non faccia ingrassare (ahinoi), comunque, al di là di questo, il problema sta proprio nella mancanza di movimento. E credetemi, vi farà anche arrabbiare! E’ come se a volte non gli bastasse mai alla nostra ciccetta per andarsene via!

Ricordo io stessa che quando trovavo soddisfazione nel fare sport per mezz’ora al giorno, dopo un dato periodo, per ottenere gli stessi risultati, dovevo prolungare quel tempo ad un’ora. Che fatica! Contando poi, che ad essere importante è il funzionamento del metabolismo basale (dispendio energetico a riposo) e non tanto l’attività fisica, che comunque fa un gran bene, la situazione si complicava parecchio.

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Dal momento che si ha un buon funzionamento del metabolismo in un corpo sano e l’attività fisica aiuta il nostro corpo ad essere sano, occorre farla. L’attività fisica inoltre produce e accelera la funzione del metabolismo anche molte ore dopo averla praticata perciò è davvero fondamentale.

Una delle tante altre cose che costituisce un’accelerazione del metabolismo basale è la temperatura alla quale siamo soggetti. Uscendo all’aria aperta a fare sport oppure semplicemente aumentando la nostra temperatura interna nel momento stesso in cui iniziamo a muoverci, ecco che potremmo avere il risultato sperato.

Se si tiene conto infatti che 1 kg di grasso è costituito da circa 7.500/8.000 calorie (!) vi rendete conto quanto dovreste muovervi per consumarlo? Dovreste camminare per 600 km! Incredibile. Perciò, in realtà, è tutto un lavoro interno che avviene, e ad innescarlo può anche essere appunto l’attività.

Se non capite la quantità di calorie vi faccio questo esempio: una donna di 60 kg cammina per 5 km consumando circa 300 cal. Ebbene, questa donna avrà consumato 16,6 grammi di grasso. Ok? Pochissimo… sigh!

Non dovrete perciò ammazzarvi, non è questo quello che conta.

Walkers pace themselves along the boardwalk that lines the north side of the Manayunk Canal in Manayunk PA. 2008-01-13.

Vi basterà ad esempio camminare, sovente, anche tutti i giorni e, possibilmente, per non meno di mezz’ora. Mentre lo fate, concentratevi sulla lavorazione di tutti i vostri muscoli e cercate di usare anche i muscoli superiori delle braccia, della schiena e dell’addome. Questo è da fare sempre, probabilmente non vi rendete conto di quanto sia fondamentale l’ordine che parte dal nostro cervello. Se pensate ad un vostro muscolo e gli chiedete di lavorare egli lavorerà il doppio rispetto al semplice muoversi senza la vostra concentrazione su di esso.

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Contraeteli, muoveteli, consumerete più energia e modellerete ancor di più il vostro corpo.

Non dimentichiamoci poi che il grasso è un insieme di tossine all’interno del nostro corpo. Purificando l’organismo, automaticamente elimineremo il grasso superfluo e, per farlo, occorre avere un sangue pulito. Per pulire e ossigenare il sangue la camminata è l’ideale e vi parlo di lei in quanto la può eseguire chiunque, non ha controindicazioni e lavorando in concomitanza con l’apparato respiratorio aiuta ad ottenere proprio quello che stiamo cercando! Continuate pure a mangiare (poco e bene) quindi ma alzate il fondoschiena dalla poltrona, il movimento vi aspetta!

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Non denutrite o disidratate il vostro corpo, sarà peggio. Brucerà di meno trattenendo tutto quello che può.

Occorre capire che perdere peso è un conto ma perdere grasso è differente! Non sono la stessa cosa.

Quando perdi peso, sai che cosa stai perdendo? Stai forse sfibrando i tuoi muscoli? Stai perdendo liquidi cellulari? O addirittura massa magra? Non fare questi errori. Mantieni sempre alto il metabolismo basale con una vita sana:

Mediterranean Salad

dieta, attività fisica, una buona colazione, la giusta quantità di acqua da assumere, una buona e concentrata respirazione.

Prosit!

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Febbraio: Mese della purificazione e di un Amore che non poteva esistere

Siamo a Febbraio, il mese considerato più pazzerello dell’anno ma in realtà più tranquillo. Già. Mentre noi infatti ci prepariamo e ci affrettiamo ad organizzare il nostro Carnevale ricco di coriandoli, costumi, dolcetti e stelle cadenti, la Natura quieta in un dolce riposo e il tempo sembra essersi fermato.

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Mentre compriamo cioccolato e cuoricini per il nostro grande amore, durante la festa di San Valentino, alberi e animali godono sonnecchiando la pace. Il clima di Febbraio è a volte un po’ strambo. Ci porta la neve, che con ansia aspettavamo a Dicembre per festeggiare il bianco Natale, ci porta le piogge anticipate di marzo, le giornate uggiose, oppure un sole primaverile. Ma, nonostante tutto, Febbraio è il momento della serenità e del sonno prima del dolce risveglio. Un risveglio che non dovrebbe fare solo la Natura ma anche noi. Essendo figli di Madre Terra, come qualsiasi altro essere vivente, dovremmo lasciarci andare alle forze universali, unendoci a quelle del nostro pianeta e vivere come Gaia vorrebbe.

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Purtroppo però, bisogna lavorare, bisogna andare a scuola, bisogna compiere tutte quelle attività che non si possono tralasciare pur andando contro Natura. Ma c’è un modo per non stonare completamente con il comportamento del nostro Universo e sarebbe quello del “purificarsi” per riemergere ancor meglio di prima. Come? Con un’alimentazione sana ad esempio, oppure compiendo anche solo piccoli riti per il nostro benessere. Prendersi cura di sé, programmare degli esercizi fisici, ricercare nuove passioni. Febbraio è il mese adatto che permette a queste novità di accrescere il loro risultato in noi colmo di soddisfazione, gioia e uno star bene a livello olistico.

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Tutto sarà come moltiplicato. Tempo fa vi avevo elencato i giorni più adatti per depurarsi in questo post QUI e, come potete vedere, una delle quattro fasi, va proprio dal 17 di Gennaio al 5 di Febbraio. – E’ quasi finita quindi! – direte voi, ma vi rassicuro dicendo che in realtà, per quel che riguarda questo mese, la purificazione continua perchè la sua particolare atmosfera lo permette. Questo è il periodo dell’anno che precede la primavera, ossia la rinascita della vita.

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Depurarsi è propiziatorio e necessario per il nuovo che arriva e che dobbiamo accogliere al meglio. Il nome Febbraio deriva dal latino februare che significava appunto “guarire – eliminare da se stessi il nocivo” e prepararsi quindi candidi, al nuovo che giunge trepidante. Gli antichi lo sapevano bene. Tanti erano i loro riti cerimoniali atti proprio alla purificazione. Una purificazione di fine anno. Si, un tempo infatti, Febbraio non esisteva, è stato aggiunto dopo come mese ed era considerato l’ultimo. Questo accadde perché per i Romani, il periodo invernale era un periodo senza mesi. Senza tempo. Il periodo dello stop. Il corpo e la mente dovevano solo pensare a prendersi la loro pausa e rigenerarsi.

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Da notare che, la parola Febbre, deriva dalla stessa radice latina e come saprete non è da considerarsi propriamente una malattia per alcune filosofie bensì, attraverso essa, il corpo espelle il male. Il danno c’è già stato, non è la Febbre il nostro malessere. La Febbre è un avvisaglia, è un meccanismo che nasce per avvertire e per curare. La Febbre infatti può arrivare per infiniti motivi: un’infezione, uno sviluppo nella crescita, un colpo di freddo, troppa stanchezza e ci costringe quindi… al riposo. Quando si ha la temperatura alta infatti, non si ha proprio voglia di fare nulla e si tende a dormire. Possiamo essere pieni di dolori o sentirci spossati, fatto è che desideriamo solo il letto o il divano.

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Tanti anni fa, prima che venisse sostituita dal Santo degli Innamorati, era Santa Febronia di Nisibis la Regina di questo mese. E il suo nome lo dice chiaro. Si trattava di una giovane ragazza che, non avendo ceduto alle lusinghe di Lisimaco, nipote del giudice Seleno, venne sottoposto a quello che si dice essere stato uno dei martiri più lunghi e atroci della storia. Era il 305, Diocleziano era l’Imperatore e, a quei tempi, i Cristiani subivano frequenti persecuzioni. Venivano rapiti e spesso barbaramente uccisi ma lei, così bella, così acculturata, intelligente e dal forte carattere trainante, avrebbe potuto salvarsi. Non lo fece, preferì morire piuttosto che vendere se stessa alle voglie di un bruto.

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Era convinta che comunque, sarebbe rinata. Il suo culto è conosciuto a Roma, a Milano, a Trani ma anche in Francia, in Turchia, in Iran. Ovunque, il suo nome ha lasciato un ricordo di se’. Santa Febronia, oltre ad essere venerata per la protezione nei confronti delle calamità naturali, è spesso chiamata dai credenti a mandare pioggia soprattutto durante i periodi di siccità. E si sa, la pioggia, oltre a bagnare e inumidire il terreno, lava e purifica. Anche gli Indiani d’America, non esitavano mai a fare danze in onore della pioggia per poter ottenere, oltre all’acqua in sé, anche un lavaggio del proprio corpo e quindi del loro spirito.

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Per loro la pioggia era un alimento indispensabile e sacro anche per la loro cucina. Per i Nativi Americani tutta la Natura era fondamentale. Era la loro Madre, una loro sorella. Era parte di loro e hanno sempre chiesto, soprattutto ai nati in Febbraio, di avvicinarsi ad essa e viverla il più possibile. Questo nasce dal fatto che solitamente, i nati a Febbraio, per gli Indiani, tendono a sentire poco il bisogno della potenza di Madre Terra e vedono invece spesso il mondo quasi come un nemico, artefice per essi, di diverse esperienze negative che li hanno colpiti.

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Ecco come il mese più corto e considerato bonariamente scapestrato, come un tenero e simpatico scugnizzo napoletano, diventa invece un periodo importantissimo per noi e preludio, se ben vissuto, di una nuova, fantastica vita.

Prosit!

p. s.= Nelle immagini potete vedere la mia valle – Valle Argentina -, dai monti al mare, durante questo periodo. Così pacifica, così viva.

Il mio Mal di Schiena e la mia Camminata Nordica

Tutto mio sì. Sono due cose che appartengono a me e alle quali sono molto affezionata. Il primo si chiama “Mal di Schiena” ed è venuto a trovarmi – pesantemente – un anno e mezzo fa in modo anche sgarbato, se vogliamo, e un po’ aggressivo. Un giorno vi parlerò bene di lui, ve lo farò conoscere nei minimi particolari perché, anche se può sembrarvi strano, lo considero un amico che mi ha insegnato tante cose e per giunta cose belle.

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Oggi mi limiterò a dirvi che è arrivato attraverso un’ernia discale che mi ha tenuta immobile nel letto per quasi due mesi. Ebbene, signora Ernia, non solo mi ha provocato un dolore lancinante che non auguro nemmeno al mio peggior nemico ma mi ha persino lesionato il nervo della gamba destra causandomi un’insensibilità, praticamente permanente nella zona della tibia e crampi dolorosissimi lungo tutto il dorso del piede e delle dita.

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Non mi restava altro che contorcermi dal male quando tutto ciò si manifestava attraverso fitte pungenti e, non esagero, devastanti. In quel periodo ero a pezzi. Il sedere era diventato un colabrodo dalle iniezioni che dovevo fare, la schiena si faceva sentire anche solo se tossivo, la gamba era praticamente andata a farsi benedire e l’animo, potete immaginare, non era certo dei più felici considerando anche il fatto che si era in piena estate e, con quel bel sole fuori, io potevo stare solo sdraiata in casa.

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Ma non voglio dilungarmi in questo oggi. Per farla breve, l’unica soluzione optata dai medici (ben 3) era quella di operarmi, anche perché le ernie erano in realtà 3 anch’esse. Due piccole e una, la più fetente, grande come un mandarino. Ascoltai con interesse ciò che i chirurghi mi spiegarono e ascoltai bene la descrizione dell’intervento al quale avrei dovuto sottopormi per poi decidere però di non farlo.

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Naturalmente mi diedero della sciocca e mi risposero che, conciata così, non sarei andata da nessuna parte. Erano pronti a ricevermi qualora, e secondo loro assolutamente si, mi sarei rifatta viva da lì a poco perché non c’era altra soluzione per me. Ovviamente, alcuni parenti e alcuni amici erano d’accordo con i luminari e confessarono apertamente di non condividere il mio pensiero. Alla fine, cos’era mai un intervento alla schiena per poter tornare a muoversi bene?

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Bhè, si dava il caso che quella schiena era la mia e non gradivo per nulla farla accarezzare dalla fredda lama di un bisturi che avrebbe dovuto incidermi pelle, carne e tessuti per eliminare il danno. M’inchino davanti alla scienza e alla medicina, a tutte le medicine, e mi prostro davanti a questi uomini in grado di guarirti ma dovevo a tutti i costi trovare un’altra soluzione. No, non mi avrebbero aperto la schiena. Paura? Si. O che sia stato quel che sia stato, mi ha portato a fare ulteriori ricerche. Dovevo innanzi tutto capire il perché mi era uscita quell’ernia, nella zona lombare, e la risposta la trovai dopo parecchio peregrinare grazie ad un tecnico specializzato nella colonna vertebrale del quale un giorno sicuramente vi parlerò.

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Nella mia vita ho sempre fatto molto sport fin da bambina e quasi tutti i giorni. Ginnastica ritmica a livello agonistico, pesi, pump, ballo e via discorrendo fino a quando poi, circa dieci anni fa, ho smesso e di colpo. Questo è stato il danno. La mia spina dorsale era abituata da una vita a non lavorare. Facevano tutto i muscoli al posto suo che erano come di marmo, tonici e ben sviluppati. Nel momento stesso (in realtà dopo qualche anno) in cui si è trovata a dover far tutto lei perché i miei dorsali e i miei lombari si sono col tempo afflosciati, ecco che non ha retto.

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Mettiamoci anche insieme alcuni lavori pesanti e alcune cattivi abitudini, soprattutto di postura, ed ecco fatta la frittata. Bene. Una cosa intanto l’avevo chiarita. Ho poi naturalmente fatto appello a tutte le mie conoscenze riguardanti la psicosomatica che mi hanno spiegato tanto e alle quali devo dare ragione e ho lavorato anche su quelle. Ho poi curato anche l’alimentazione in quanto comunque mi ritrovavo in seguito con un nervo super infiammato e quell’infiammazione dovevo eliminarla. Grazie al cibo ci sono riuscita.

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Praticamente le cose stavano andando per il meglio e finalmente potei sospendere le iniezioni ma sentivo che qualcosa non bastava e a dirmelo era proprio la cara gamba. Dovevo come prima cosa, una volta ristabilitami, riattivare la muscolatura della schiena affinchè tornasse a sorreggere e aiutare la colonna ma, soprattutto, ora dovevo riattivare il nervo che mi stava tenendo la gamba contratta, piegata, dolorante e priva di sensibilità. In realtà, a primo ascolto, pareva quasi che il mio corpo mi dicesse di stare ferma. Già. Se stavo immobile, seduta o coricata, non sentivo alcun dolore ma quello, per me, era in realtà un messaggio errato. Troppo comodo. Non percepivo il sintomo, è vero, ma non stavo eliminando il problema alla sorgente.

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Decisi quindi di iniziare a camminare, contro la mia fisicità ma non contro la mia anima che sentivo parlarmi in un codice ben comprensibile. Con mia mamma organizzammo delle divertenti escursioni in montagna dove percorrevamo interi chilometri ammirando anche una magnifica natura. Alla sera ero stanca ma la mia gamba mi ringraziava, lo capivo perfettamente. Lo percepivo. E tutti i suoi formicolii, i suoi dolorini e le sue punture si calmavano molto fino ad arrivare al giorno in cui non li sentii praticamente più. A causa poi di qualche brutta giornata a livello di maltempo e a causa di vari impegni, non potei poi più andare a camminare per due settimane. Al quindicesimo giorno, puntuale come un orologio svizzero, un crampo atroce mi pervase dalla punta del piede fino al ginocchio.

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La gamba era orrenda da vedere. L’alluce mi si contorceva all’indietro in una posizione surreale mentre, tutte le altre dita, dalla parte opposta e ripiegate su se stesse, sembravano ganci anomali e privi di ogni senso umano. Piansi dal male ma colsi questo sintomo come un nuovo messaggio – voglio continuare a camminare! – mi stava dicendo, secondo me, e stavo capendo bene. E se invece stavo sbagliando? Dovevo tentare. Me l’avrebbe detto, forse più dolorosamente ancora ma preferivo quel periodo di dolore tremendo che entrare in sala operatoria. E poi, perché quel male proprio dopo 15 giorni che non camminavo più? Tant’è che, finito quel cruciale lasso di tempo, torno a camminare e, in effetti, di nuovo il dolore passa.

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Non solo, addirittura ho iniziato dopo breve a sentire come delle piccole scosse sollecitanti che erano quasi piacevoli. Il mio nervo si stava allungando di nuovo, sentivo nettamente più sensibilità rispetto a prima. Tutto andava per il meglio e, finchè continuavo a camminare, il mio fisico stava alla perfezione. Non aspettavo più solo l’appuntamento settimanale con mamma, andavo anche quasi tutte le mattine in spiaggia, avendo la fortuna di vivere al mare, o lungo il fiume, o sulla pista ciclabile. C’era solo un unico piccolo problema. Facendo del semplice trekking, se così vogliamo chiamarlo, mettevo in movimento prevalentemente i muscoli delle gambe e basta mentre dovevo rinforzare anche la schiena.

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E’ vero che io nel mentre contraevo gli addominali e i bicipiti, lavorando anche con i dorsali, ma era proprio poca cosa. Fu così che un giorno decisi di andare a fare la mia solita passeggiata utilizzando i bastoni che usavo per le escursioni. Ora, riderete sicuramente per la mia ignoranza, ma ero convinta di aver scoperto chissà che! Voglio dire, io quei bastoni telescopici li avevo sempre e solo visti utilizzare durante le esplorazioni montane. Mi ci volle poco però a capire che stavo praticando, senza saperlo, la – Camminata Nordica – (che coincidenza eh?! Chissà chi me l’ha suggerito?!). Ritenuto un vero e proprio sport dal 1999.

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Ero entusiasta anche se la gente del mio paese mi guardava perplessa quando uscivo da casa perché probabilmente la pensava come me prima della scoperta, ed ero contentissima in quanto sentivo bene tutti i miei muscoli lavorare energicamente. Gran dorsale, dentato, obliquo nella schiena e persino flessore, tricipite ed estensore nel braccio si esercitavano tutti alacremente. E che fatica le prime volte! Una piacevole fatica. Decisi così di perfezionare la mia Nordic Walking anche perché, se fatta bene, migliora persino la capacità della cassa toracica e dei polmoni, rinforza il cuore e perfeziona tutta la circolazione alleggerendo, per altro, gli arti inferiori. Osservai bene i movimenti e mi misi in azione ottenendo un gran giovamento per tutto il mio corpo. Associando questa attività fisica con le altre filosofie che vi ho spiegato prima e che ripeto, in futuro vi esporrò ancora meglio, posso dire oggi di stare bene e, a distanza di un anno e mezzo, i medici che mi stavano aspettando devono ancora vedermi.

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E farò di tutto per continuare a farli attendere. Non utilizzate la Camminata Nordica senza prima informarvi bene quale sia il vostro problema o senza chiedere il parere ad un esperto ma, per quel che riguarda me, oggi sono molto contenta. Oggi che il dolore è andato via, oltre ad ottenere un benessere fisico, mi ritrovo anche ad essere cresciuta dal punto di vista mentale e spirituale grazie a quello che questo mio disturbo mi ha insegnato e non mi rimane che mettere sempre in pratica, costantemente, questi insegnamenti. Non fermatevi MAI davanti alla soluzione che può sembrare l’unica e non fermatevi davanti a quello che dice solo la vostra fisicità.

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Essa poverina risponde solo ad un qualcosa di più grande, ma il suo è un semplice risultato. Dovete partire da cosa ha fatto sì che si venisse a creare quel risultato. Vi consiglio vivamente di camminare perché come già avevo spiegato QUI è un vero toccasana a livello olistico ma, se alla camminata, volete aggiungere anche una tonificazione dei muscoli superiori e molto altro (sarebbe un’ottima scelta), praticate la Camminata Nordica ben spiegata se volete su youtube o su tanti siti internet. E’ davvero uno sport eccezionale, adatto a tutti, con pochissime controindicazioni, da praticare ovunque e molto, molto salutare. Buon allenamento e soprattutto… buona investigazione di voi stessi!

Prosit!

Il mio Senso della Vita

lauracarpi.wordpress.com

– Questo testo viene quasi sempre presentato come “Manoscritto del 1692 trovato a Baltimora nell’antica chiesa di San Paolo”.

baltimora.it

Invece nel 1959, il reverendo Frederick Kates, rettore della chiesa di St. Paul, a Baltimore, nel Maryland, incluse questo pensiero in una raccolta di materiale devozionale. In cima alla raccolta, c’era l’annotazione “Old St. Paul’s Church, Baltimore, A.C. 1692”, che è l’anno di fondazione della chiesa… da qui l’equivoco. In realtà, l’autore di questi versi è Max Ehrmann, un poeta di Terre Haute, Indiana, vissuto dal 1872 al 1945, e scrisse “Desiderata” intorno al 1927. Narra la leggenda che ci sono nel mondo nove “Desiderata”. Al momento ne sono state ritrovate tre: la prima (la più antica) scritta in sanscrito ritrovata in India, la seconda ritrovata nella vecchia chiesa di Saint Paul a Baltimora nel 1962, la terza ritrovata in Bretagna nel 1998, sull’isola di Groix, in una casupola in pietra di pescatori a picco su un promontorio chiamato “Trou de L’enfer” -.

Queste parole sono state scritte da Laura Carpi nel suo blog lauracarpi.wordpress.com e le ho prese in prestito, grazie al suo gentile permesso, perché le ho trovate capaci di spiegare bene cosa si cela dietro ad un particolare ritrovamento che ho avuto il piacere di scoprire e conoscere qualche anno fa. Mi aveva colpito così tanto che non l’ho più dimenticato e oggi, rispolverandolo da dei file nei quali l’avevo salvato, ve lo propongo. Questa è la traduzione del famoso Manoscritto di cui si parla:

Procedi con calma tra il frastuono e la fretta e ricorda quale pace possa esservi nel silenzio. Per quanto puoi, senza cedimenti, mantieniti in buoni rapporti con tutti. Esponi la tua opinione con tranquilla chiarezza e ascolta gli altri: pur se noiosi e incolti, hanno anch’essi una loro storia. Evita le persone volgari e prepotenti: costituiscono un tormento per lo spirito. Se insisti nel confrontarti con gli altri rischi di diventare borioso e amaro, perchè sempre esisteranno individui migliori e peggiori di te. Godi dei tuoi successi e anche dei tuoi progetti. Mantieni interesse per la tua professione, per quanto umile: essa costituisce un vero patrimonio nella mutevole fortuna del tempo. Usa prudenza nei tuoi affari, perchè il mondo è pieno d’inganno. Ma questo non ti renda cieco a quanto vi è di virtù: molti sono coloro che perseguono alti ideali ed ovunque la vita è colma di eroismo. Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti. Non ostentare cinismo verso l’amore, perchè, pur di fronte a qualsiasi delusione, e aridità, esso non resta perenne come il sempreverde. Accetta docile la saggezza dell’età, lasciando con serenità le cose della giovinezza. Coltiva la forza d’animo, per difenderti nelle calamità improvvise. Ma non tormentarti con delle fantasie: molte paure nascono da stanchezza e solitudine. Al di là d’una sana disciplina, sii tollerante con te stesso. Tu sei figlio dell’universo non meno degli alberi e delle stelle, ed hai pieno diritto d’esistere. E, convinto o non convinto che tu ne sia, non v’è dubbio che l’universo si stia evolvendo a dovere. Perciò stai in pace con Dio, qualunque sia il concetto che hai di lui. E quali che siano i tuoi affanni e aspirazioni, nella chiassosa confusione dell’esistenza, mantieniti in pace con il tuo spirito. Nonostante i suoi inganni, travagli e sogni infranti, questo è pur sempre un mondo meraviglioso. Sii prudente. Sforzati d’essere felice”.

Può essere quindi questo il senso di una vita? Della nostra vita? Ho sempre creduto di sì e mi faceva piacere condividere con voi questo pensiero.

biellaclub.it

Questo scritto rasserena ma, allo stesso tempo, rincuora e permette d’indossare voglia di vivere. Ogni sua singola frase porta in sé un meraviglioso messaggio. Un messaggio adatto a tutti. Porta un’emozione che non dovrebbe mai venir meno. Bisognerebbe trascriverlo su un foglio di carta e appenderlo in camera da letto, sopra al comodino, così da poterlo notare ogni mattina nel momento stesso in cui apriamo gli occhi, non trovate? …Tu sei figlio dell’Universo non meno degli alberi e delle stelle…. E chi mi conosce sa quante volte ho ripetuto questa frase. E poco importano i vari misteri, seppur affascinanti, che si nascondono intorno alla sua esistenza. Queste parole sono ricchezza pura e vale la pena trascriverle. In ogni lingua del mondo.

antoniocivetta.it

Forse, dovrebbero esserci insegnate dal momento stesso in cui veniamo al mondo, anche se quando veniamo al mondo già lo sappiamo di nostro senza essere ancora edulcorati dalla vita alla quale poi partecipiamo. Perchè dopo, non si salta più nelle pozzanghere come bambini.

mamma.pourfemme.it

Non si rimane un solo giorno senza pre-occuparci. Poi, basta un semplice orologio a distoglierci dal nostro senso della vita. E in questa nostra vita non si riesce ad attendere di essere prima boccioli, per poi dischiudersi e infine fiorire.

flaviamile.wordpress.com

No. Perchè saremo boccioli guardando chi ci ha fatto nascere, ci dischiuderemo notando solo noi stessi e fioriremo osservando gli altri e chi lo fa meglio di noi. Può essere questo un senso di vita? No. Ritorno alle parole del Manoscritto e le faccio mie. Perchè questo è ciò che voglio. Perchè nonostante i suoi inganni, travagli e sogni infranti, questo è pur sempre un mondo meraviglioso. Perchè è il nostro mondo. Il nostro momentoPerchè quanto ci sforziamo e tanto ci proviamo ad esser tristi e trovare la magagna, tanto dovremmo sforzarci, si, d’essere felici.  Con amore. Cantando un inno alla vita. Potendo scegliere in che direzione andare.

wikipedia.org

Albert Einstein diceva – Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo -. Noi stessi siamo un miracolo. Condividete? E per voi, ditemi, qual è il vostro senso della vita?

Prosit!

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La Crema dolce ai Mandarini

La pianta di Mandarini (Citrus reticulata), dietro casa di zia, che nonno con devozione curava così come tutto l’orto, in questo periodo, è piegata dal peso dei frutti accesi da quell’arancio vivo che li contraddistingue.

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Il loro profumo si mescola all’aria e allappa le narici per divenire ogni giorno sempre più dolce e più intenso come il loro sapore. Alcuni, davvero troppi, cadono a terra scoppiando nel loro liquido appiccicoso e rimangono lì, ad aspettare di essere beccati dalle galline che il nonno, e oggi la zia, ogni giorno faceva uscire dal pollaio. E’ davvero un peccato sprecare questo ben di Dio, voglio dire, i pennuti hanno tutto il cibo che desiderano anche se qualche Mandarino glielo lascio volentieri, ma nemmeno si può noi mangiare ogni giorno Mandarini su Mandarini tralasciando Mele e Cachi.

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E si, ci sono anche loro. E allora ci si inventa torte, marmellate, macedonie anche se, con il freddo inverno, probabilmente sono meno gradite. La mia idea, è stata quella di creare una crema al Mandarino, chiamato in realtà Esperidio, buona da gustare anche calda che, premetto, richiederebbe all’ultimo l’aggiunta di un liquore agli agrumi per renderla più “seria”. Io non l’ho messo, proponendola così più adatta anche ai piccini. E non ho nemmeno messo lo zucchero bianco usando, al suo posto, zucchero biologico di canna in quantità un pò più abbondante e miele. Anche la farina, che la ricetta voleva bianca e di tipo 00, è stata sostituita con un mix di semi-integrale e biologica. Questi ovviamente sono solo consigli personali lanciando un’occhiata ad un’alimentazione sana, ognuno poi la trasforma come meglio crede, aggiungendo o eliminando ingredienti e quindi inventando ricette sempre nuove. Le dosi e le spiegazioni che vi riporto qui appartengono alla ricetta originale, starà a voi modificarla eventualmente. Ve ne verrà una quantità tale (immaginate un piatto fondo pieno) adatta a farcire una torta ma è squisita da assaporare assieme a biscotti, crustoli o paste secche, frutta, oppure, tenetelo a mente per il prossimo anno, con il Pandoro.

Ingredienti:

  • 350 ml di succo di Mandarini biologici
  • 120 ml di acqua
  • la buccia grattugiata di 3 Mandarini (i miei non erano enormi ma nemmeno piccolissimi)
  • 120 gr. di zucchero (se di canna 150 più un cucchiaio abbondante di miele)
  • 35 gr di farina (o 40 più ne mettete e più diventerà densa, non consiglio quella completamente integrale ma va a gusti)
  • 3 tuorli d’uovo (io ne ho messi 4 in quanto le galline di nonno stavolta si son sprecate)
  • e come dicevo, per chi vuole, un bicchierino di liquore tipo Mandarinetto o all’Arancia.

Nell’acqua, in un pentolino, ho messo le scorze grattugiate (senza grattate la parte bianca) e l’ho portata ad ebollizione per poi spegnere il fuoco e lasciarla riposare.

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Vedrete che diventerà arancione impregnandosi bene dell’aroma delle bucce. Nel mentre ho spremuto i mandarini fino ad ottenere la quantità di succo desiderata.

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In una terrina ho mescolato i tuorli con lo zucchero e, una volta ottenuto un impasto omogeneo e spumoso, ho aggiunto la farina poco per volta.

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Ho mescolato bene con la frusta e ho aggiunto il composto all’acqua che, intanto, si era raffreddata. Continuando a girare con un cucchiaio di legno ho riacceso il fuoco, basso, e ho iniziato a versare lentamente il succo. Una volta aggiunto completamente ho continuato a mescolare fino all’ebollizione. Ho fatto quindi cuocere per due minuti… et voilà. La crema era bella e pronta. Ancora calda, l’ho versata in un piatto fondo e guarnita.

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Avrò impiegato mezz’ora in tutto per realizzare una ricetta sana, colorata e davvero buona! Pensate che il Mandarino è un dono davvero eccezionale. Ricco di vit. C che previene raffreddori e malanni invernali, contiene anche tanti sali minerali e tante fibre che aiutano l’intestino. Inoltre favorisce il sonno e disintossica il sangue. Ha davvero tantissime proprietà benefiche! E lo sapevano bene in Cina, paese che si pensa essere la terra madre di questo frutto, fin dai tempi più antichi. Un frutto che infatti, nel 1828, quando per la prima volta giunse in Europa, lo si chiamò Mandarino in segno di elogio dei più importanti capi cinesi, i “Mandarini” appunto, che vestivano con abiti arancioni. Con un pò di fantasia e l’aiuto di Madre Natura, si possono creare sempre tantissimi piatti differenti senza sprecare nulla ne’ annoiarci. E facendoci del bene.

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Nel mio personale caso inoltre, ho ricordato parecchio mio nonno ed è stato emozionante realizzare qualcosa di goloso grazie ai frutti di una pianta che, per anni, lui ha mantenuto sana e robusta. A questo punto non mi rimane altro che augurarvi, buon appetito e…. come sempre

Prosit!

I Sogni sono Desideri oppure Obiettivi?

Tante volte ho parlato di azione piuttosto che del rimanere fermi a sperare. Azione, da agire, vuol dire fare, eseguire e, dall’altro canto, ottenere. Sperare invece significa desiderare ma non attiva nessun tipo di prospetto al muoversi. Rimanere in attesa che la data cosa avvenga. Ha un che di meraviglioso l’attesa, come spesso ho detto, ha un fascino tutto suo che bisognerebbe assaporare molto, molto più di quello che facciamo, in questa vita che viviamo, dove, di attendere, non se ne ha il tempo. Oggi però ho sentito una bella frase. Parlava di sogni.

blog.libero.it

Parlava della base dei sogni, del loro inizio, del loro concepimento. E si, perché si fa presto a dire sognare ma sognare che? Sognare cosa? Una bella donna? Una famiglia? Una vincita al Superenalotto? No, non in quel senso. La frase era la seguente – sognare è una premessa intelligente -. Sembra una citazione semplicissima, se vogliamo anche puerile, insomma, chi l’ha detta non ha certo scoperto l’acqua calda. Però no, fermiamoci un attimo a pensare seriamente. Guardiamoci intorno. Tutto quello che vediamo, tutto quello che conosciamo, è nato da un sogno. Tutto ciò che adesso è materiale, è innovativo, è concreto, è nato prima sotto forma di sogno. Persino la sedia dove sei seduto ora. O forse è un letto, oppure il sedile di un treno.

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Se non fosse stato per un sogno non ci sarebbe. Avresti continuato a sederti su dei massi o sopra a dei tronchi. O per terra. Sognare infatti non vuol dire sperare anche se i due termini possono sembrare simili e nonostante non ci sia, in ambedue i casi, azioni in movimenti fruttiferi. Ma, al contrario della speranza, la quale par sobbarcare di lavoro gli altri (chi non si sa), il sogno, realizza. Sognare è un verbo che rappresenta un’ampiezza indefinita di argomenti.

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Possiamo sognare qualsiasi cosa davvero, persino di andare a giocare, volando con le nostre stesse braccia, su un altro pianeta con un dinosauro. Ovviamente impossibile. Ma forse, forse anche pensare di comunicare con qualcun altro senza averlo vicino era ritenuto impossibile fino al 1850 poi, grazie ad Alexander Bell o Meucci o Manzetti (che se ne litigano l’invenzione ma poco importa, sempre di essere umano con una mente e delle emozioni si tratta) che ha realizzato il telefono, si è potuto fare. E cos’ha spinto questo individuo ad inventare il telefono? Un’ambizione, la voglia di creare qualcosa di grande… cioè, un sogno. Un’idea che è diventata realtà. E non c’è alcuna differenza tra lui e te. Non ci sono differenze tra Bill Gates e te. O tra Alessandro Volta e te. O John Pemberton e te. L’unica differenza risiede nell’istruzione. Loro potevano o possono essere medici, scienziati, fisici, matematici, archeologi. Ma non tutti i sogni richiedono istruzione o cultura in una determinata materia. E non tutti i sogni richiedono denaro per essere realizzati se è a questo che stai pensando. Io penso che i sogni richiedano prevalentemente coraggio.

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Più di ogni altra cosa. Bisogna mettersi in gioco per rendere concreto un sogno. Bisogna permettersi di sbagliare (che sul termine “sbagliare” ci sarebbe da fare tutto un discorso). L’apatia, il rimanere fermi, immobili, non crea assolutamente nulla. La vita stessa funziona grazie ad un continuo e perpetuo movimento di elettroni. Metamorfosi della materia. L’immobilità è prodotta dalla morte. Dalla morte di qualcosa. Il movimento genera la vita. Genera energia. Il coraggio induce a muoversi. A fare. E lo stesso coraggio ci vuole anche per iniziare a sognare ancor prima di dare concretezza al determinato sogno.

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Io credo proprio di si perché, fin dal momento stesso in cui s’inizia a visualizzare il nostro miraggio, ecco che alcune emozioni s’impossessano di noi. Sono emozioni che parlano che si mostrano in maniera tangibile. Alcune ci gridano – Ma tanto è impossibile! -, altre ci consigliano – Ma come fai? Dovresti rinunciare a questo, questo e questo… – altre ancora invece, senza dire assolutamente nulla, ci stringono lo stomaco in una morsa veramente poco simpatica nonostante la visione, che stiamo ammirando con gli occhi lucidi, ci piaccia parecchio. Il cuore scalpita fremente ma lo stomaco, gonfiandosi fisiologicamente, cerca di bloccarlo e come se non bastasse, ci si mettono anche i polmoni che, trattenendo l’aria senza più far fluire la vita serenamente, sopprimono il nostro entusiasmo. Sensazioni che durano pochi attimi ma danno fastidio. Che spalancano le porte e ci mostrano senza pietà tutti i sensi di colpa ai quali andremmo incontro. All’improvviso potremmo vedere tutte le persone che amiamo soffrire per la nostra scelta, soffrire perché noi abbiamo avverato il nostro sogno e allora, sospiriamo, chiudiamo gli occhi, scacciamo quel pensiero, caliamo il sipario sulla visione e…. Ah! Che bello, come si sta bene ora che non dobbiamo più pensare a tutte queste tragedie alle quali stavamo dando vita! Ieri ho incontrato due donne. Una è una mia carissima amica, l’altra è per me solo una conoscente. Tra loro hanno un rapporto molto stretto, sono come due sorelle. Hanno tutte e due una cinquantina d’anni.

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La prima, la mia amica G., che viveva in tutt’altra provincia, da quattro anni si è trasferita vicino a casa mia. Lo ha fatto per seguire il grande amore. Ha lasciato i figli (ormai adulti, i quali hanno preferito non seguirla ma che lei vede con regolarità e sente tutte le sere), ha lasciato il lavoro (e ora ne ha trovato uno peggiore confronto al precedente ma che importa), ha lasciato una casa nella quale aveva un ottimo rapporto con il proprietario, a lasciato gli amici con i quali era cresciuta e ha mollato praticamente tutto. A 46 anni. Ha fatto tutto questo per un uomo, un uomo che ogni giorno la rende felice, che non le fa mancare nulla e oggi, dice che rifarebbe la stessa cosa. Il tutto dopo aver vissuto due lunghe storie sentimentali che di sentimentale avevano davvero ben poco. Giochi d’azzardo, alcool, abbandoni, malattie, insomma, non erano certo buoni propositi che potevano concedere spazio a nuovi sogni. Si è rimessa in gioco, ha preso il coraggio a due mani. Sei mesi fa si è sposata e ora, ha sempre il sorriso stampato in faccia. La sua amica M. invece, non ci crederete, ma fa l’amante da ben 12 anni con lo stesso uomo. Non voglio giudicare e nemmeno considerare l’attività di amante, bensì la sua condizione perché non è un’amante felice. E’ una donna che piange tutte le sere, è una donna che passa le giornate a sperare, che sta rinunciando a quello che davvero vorrebbe, che sogna ma, dopo pochi secondi, come dicevo prima, lascia cadere su quei sogni il triste sipario. Perché ha paura di rimanere da sola, ha paura di lasciare il suo paese, ha paura di rimettersi in gioco, ha paura, paura, paura. L’antagonista della paura è appunto il coraggio. E persone come lei ce ne sono tantissime purtroppo. La prima, G., sognava un uomo che la facesse sentire come tutte le donne/compagne dovrebbero sentirsi e l’ha trovato, la seconda M., sogna un uomo che la faccia sentire come tutte le donne/compagne dovrebbero sentirsi e non l’ha trovato. G. ha sognato e poi si è messa in azione. M. ha sognato e poi si è messa a sperare. Quando G. pensava ai suoi figli si diceva: “Bhè, son grandi ora, hanno un lavoro, una loro famiglia, potrebbero anche venir con me volendo o comunque potremmo vederci, esistono le strade, i veicoli!”. Quando M. pensa ai suoi figli dice: “E come faccio? E se poi hanno bisogno? E chissà quando li vedo…”. Una era propositiva e costruttiva, l’altra l’esatto contrario. Non c’è quella meglio o quella peggio. Non c’è egoismo o vittimismo. Sono pensieri propri, valutati e ponderati entrambi. Si potrebbero dire mille cose a riguardo ma, il tema di oggi, è la realizzazione dei nostri sogni. E’ la felicità che potremmo costruirci, anche solo in parte, ma non lo facciamo per una serie di doveri morali o quant’altro. Per una serie di paure. C’è gente che nemmeno si concede di sognare mentre, già solo questo atto permetterebbe di aprire la via ad un futuro migliore, permetterebbe al fluido della serenità di passare in modo scorrevole dentro l’anima. Sognare ha un potere grandissimo. E non bisogna arrendersi a causa di nemici, doveri, pressioni, ostacoli. Altrimenti, che sogno sarebbe? Si sogna proprio quello che sembra impossibile ottenere!

nickydreams.blogspot

Individua la tua meta e osservala come scopo. Senza mancare di rispetto a nessuno ma non guardare altro, punta fisso quel traguardo. E raggiungilo. Mettici impegno e voglia. Spesso si hanno sogni verso i quali bisogna studiare, o fare, affinchè si avverino. Ma la pigrizia ci lega mani e stimoli allorché rimandiamo. Rimandiamo o rinunciamo. Siamo noi stessi a limitarci. Questo è un altro importante punto a causa del quale non si avverano i nostri sogni. Chiunque può dimagrire ad esempio (senza toccare il tasto delle patologie) ma questo comporta lavorare sodo. Io sono sicura che di dieci sogni nel cassetto, aggiungendo a loro il coraggio, l’impegno e la voglia, almeno otto si realizzerebbero. Perché sognare non è sperare, è progettare. Per non contare che, nell’esatto momento in cui azioniamo un sogno, l’Universo ci viene subito in aiuto facendo il possibile affinchè si realizzi. Ma per questa particolare attività delle forze energetiche universali c’è già pronto un articolo a parte.

Prosit!

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Liberiamoci Dei Rompipalle 2° – IL COLPEVOLIZZATORE

– Dopo tutto quello che ho fatto per te, è così che mi ripaghi adesso? –

(“E’ facile liberarsi dei rompipalle se sai come farlo” Ed. Corbaccio)

Questa può essere una frase, molto tipica per altro, che una madre dice al proprio figlio ma che chiunque potrebbe recitare e la prendo in prestito per continuare il tema delle “persone nocive” che vi avevo mostrato QUI con l’aiuto di Bernardo Stamateas anch’egli presentato nello stesso articolo. Iniziando con l’aggressore verbale, continuiamo oggi con il colpevolizzatore.

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Par di parlare di un despota, di un tirranno, sentite solo il nome: col-pe-vo-liz-za-to-re. Che durezza. Un mirino puntato addosso pronto a sparare. In realtà non è una rara forma di carrarmato che s’incontra sporadicamente nella vita. Non è un mostro e nemmeno un alieno. Il colpevolizzatore è una personalità che si frequenta, purtroppo, molto più di quello che pensiamo. Magari fa persin parte della nostra famiglia. E perché è nocivo questo individuo? La risposta è semplice: instilla negli altri, in modo subdolo, il senso di colpa. Un certo Anonimo diceva

Di novanta malattie, cinquanta sono provocate dal senso di colpa e altre quaranta dall’ignoranza -.

I sensi di colpa, ormai lo sanno molte più persone rispetto a un tempo, causano davvero seri malesseri nella nostra parte più intrinseca che si rivelano poi anche in quella fisica e fisiologica.

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Possiamo quindi dire in tutta tranquillità che, il colpevolizzatore, ci fa ammalare. Come impedirglielo? Innanzi tutto, la cosa principale e più difficile è quella di riconoscerlo. Si perché come spiegavo prima, utilizzando l’aggettivo – subdolo – ho rivelato che esso lavora in modo viscido, ambiguo, infido. Non lo si nota. Riprendiamo l’illuminante frase di inizio articolo – Dopo tutto quello che ho fatto per te, è così che mi ripaghi adesso? -. Oh! Bene. Una frase ricca di diritti giusto? Io ti ho partorito, io ti ho dato da mangiare, io ti ho pulito il sedere, io ti ho mandato a scuola, etc, etc…. E scusate se mi permetto di chiedere cos’altro si sarebbe dovuto fare dal momento che si decide di mettere al mondo un figlio. Che importa se questo figlio poi l’ho fatto crescere solo per sconfiggere la mia solitudine, che importa se l’ho nutrito dell’odio che provavo verso il suo stesso padre (o verso la madre), che importa se l’ho riempito di paure o se non l’ho ascoltato o non gli ho dedicato tutto il tempo di cui aveva bisogno. Ciò che la legge e la morale dice l’ho compiuto e ora lui, volente o nolente, deve essermene riconoscente. Quale altro animale, al di là dell’Uomo, concepirebbe frasi e comportamenti di questo genere? Nessuno. Tre anni fa circa, un mio caro parente, è stato ricoverato presso il Santa Corona di Pietra Ligure, in provincia di Savona. Per quel che mi riguarda, un ottimo Ospedale e anche molto grande. Nella stanza delle speranze vane erano in due: il mio caro e un altro anziano. Anziano è poco a dire il vero. Un corpo ossuto di cartapesta, giaceva immobile, completamente intubato, con gli occhi chiusi, la testa priva di vitalità reclinata all’indietro e la bocca spalancata. Era davvero il ritratto della morte terrena. Potei vederlo per circa un mese visto che la “nostra” fu una storia parecchio lunga. Notai immediatamente la solitudine di colui che pareva un nonnino abbandonato a se stesso. Se gli altri pazienti avevano ogni giorno almeno un familiare che andava a trovarli con il quale, com’è ovvio in certe circostanze, si stringeva anche amicizia, lui era perennemente e completamente solo.

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Fu soltanto una mattina, quando vidi il suo letto vuoto e un’infermiera che lo stava rifacendo, che notai di sfuggita una figura allontanarsi da quel comodino color verde-acqua, pronto a servire qualcun altro. Quell’infermiera era per me ormai una conoscente e mi osai quindi a chiederle dove avessero trasferito quel vecchio. Sarei persino andata a trovarlo dal momento che quando era nella stanza del mio parente provavo a dargli sostegno senza problema.

– E’ morto – mi rispose lei – questa notte –

– Uh! – feci io senza riuscire ad emettere nessun’altra parola

– Quello che è uscito era il figlio – continuò lei – forse è la seconda volta che viene in tanti mesi di ricovero –

– Ehm… già, avevo notato che non era circondato da… –

M’interruppe – La figlia una sera mi disse che il loro padre era un mostro. Un violento. Un dittatore. Picchiava la loro mamma e non risparmiava botte neanche a loro. Lo odiavano. Io poi non so se è vero naturalmente -.

E nemmeno io lo so. Non posso permettermi di giudicare. E, per l’appunto, non si dovrebbero mai giudicare i comportamenti degli altri.

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Tutto questo discorso, fin troppo esagerato, per sciogliere i requisiti posteriori che potrebbe avere una frase apparentemente così tanto materna ma che, Stamateas per primo, prende proprio come esempio perché, che se ne dica, è una frase che crea un senso di colpa. Anche questa è manipolazione. Vale a dire uccisione della libertà dell’altro. Esattamente. Un omicidio.

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Premettendo che, nel caso specifico dei genitori, si sta parlando comunque di altrettante vittime precedenti a noi, tale frase non ha nessun diritto di esistere. Soprattutto se l’amore e ciò che si compie nel senso del suo nome è incondizionato. Questa citazione (e simili) non la si dovrebbe pronunciare in nessuna forma. Nasce nel momento stesso in cui, quella persona, per poter appagare determinare compulsioni proprie quali: bisogno d’affetto e di stima, paura della solitudine, paura del giudizio degli altri, paura della vita, cerca di ottenere ciò che gli manca attraverso la superbia e la malizia. A volte anche attraverso l’arroganza, a volte no. Spesso, il colpevolizzatore infatti, usa persino le lacrime e un tono lieve, sottile, supplichevole. E’ un fenomeno che s’innesca automaticamente in questi individui che, anziché procacciarsi ciò che gli serve da soli, buttandosi nella vita con coraggio, preferiscono arretrare, nascondendosi dietro un dito e obbligare gli altri a servirli in ciò che più gli è utile. Il problema avviene appunto quando si accetta di accontentarli. Quando si pensa, edulcorati dalla società e dall’educazione che abbiamo ricevuto, “in effetti ha ragione, che brutta persona che sono”.  Ma dicevamo…. Come riconoscerli? Oh, in realtà è molto semplice e non così difficile come accennavo prima. Basta ascoltare il cuore e non è retorica la mia. Siamo tutti vittime o vincitori delle nostre scelte. Dai, lo percepiamo tutti benissimo quando un qualcosa ci da’ fastidio o ci fa male all’interno del nostro cuore, giù in fondo, dietro allo stomaco. Perciò non cerchiamo di cambiare lui. Il colpevolizzatore non si cambia, come non si cambia nessun tipo di persona nociva. Il miglior modo per cambiare l’altro è non cercare di cambiarlo per nulla. Ogni volta che prendi una decisione, chiediti se quella decisione ti aiuterà ad essere la migliore versione di te stesso. Se non è così, ti stai violentando. Ti stai ammalando. Ti stai mascherando. Mentre sei nato per essere libero e, come tutti gli esseri viventi, hai il diritto di essere felice.

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E sapete perché il colpevolizzatore riesce così bene nel suo intendo senza neanche sapere egli stesso da dove arriva tutta questa magia? Perché il senso di colpa è un sentimento indescrivibilmente doloroso. E’ una piaga. L’erosione dell’anima e della carne. Un mostro che vive dentro di noi e che, con i suoi tentacoli, ci avviluppa ogni organo vitale. Siamo disposti a fare qualsiasi cosa pur di non sentirlo muoversi lentamente dentro noi stessi. Pur di non udirlo condizionarci la vita talvolta anche per anni. Il colpevolizzatore è fondamentalmente un approfittatore anche se indossa i panni di una dolce vecchina. Approfitta del vostro dolore per ottenere il proprio benessere. E’ un egoista. E un menefreghista. Un egocentrico. La sua problematica deve stare al centro di ogni esperienza, trascurando la presenza e gli interessi degli altri. Gli altri sono solo umili servitori. Impara a dire no ad un colpevolizzatore.

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Il più bel concetto ch’io abbia mai sentito a tal proposito, e non solo inerente ai colpevolizzatori, che tra l’altro già vi avevo scritto in un precedente post, appartiene a Salvatore Brizzi, studioso della trasmutazione alchemica delle emozioni e diverse altre tematiche, ed è la seguente:

quando dai la colpa a qualcuno gli stai dando anche Potere, il tuo Potere. Gli dai il Potere di renderti felice o infelice. Ma se una persona o un evento possono renderti felice o infelice, allora tu non sei un uomo libero, sei un servo; sei condannato a vivere sperando che nessuno ti faccia mai niente di male. Se hai questa consapevolezza sei una maga o un mago; se non ce l’hai sei una vittima, un piegato, un lamentante.

(“Risvegliare la macchina biologica per utilizzarla come strumento magico” Ed. Antipodiedizioni)

Il colpevolizzatore ha modo di esistere perchè chi ha di fronte glielo permette. E naturalmente non solo di genitori si parla. Datori di lavoro, amici, persino i vostri stessi figli possono esserlo.

– fallo per me che ti voglio bene –

– se non ti fossi comportato così non sarebbe accaduto questo –

– te la sei voluta –

– tu hai fatto, tu hai detto, la colpa è tua –

– tu non hai fatto, tu non hai detto, la colpa è sempre tua –

– avresti dovuto… non avresti dovuto… –

Mangiateveli crudi a colazione e sollevate la bocca dal fiero pasto. Ma sia chiaro…, io non vi ho detto niente. Non date possibilità ad un colpevolizzatore anche perchè, è ovvio, egli sta facendo in primis, gran male a se stesso. E sarà proprio non concimando queste sue angosce che riuscirete ad aiutarlo.

Prosit!

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